Lui & Lei
Chamuel
14.07.2026 |
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"Non si voltò, non cercò di capire la sua posizione: reagì come si reagisce ad un contatto improvviso anche se il contatto non c’era..."
Giorgio concluse con un consiglio:
— Ora vai a casa e prepara tutti i bagagli.
— Metto a tua disposizione la mia vettura personale ed il mio autista ai tuoi ordini che ti aiuterà in qualsiasi cosa tu chieda.
— Stasera cenerai e dormirai qui, domattina poi ti accompagnerò io stesso alla tua nuova destinazione.
La mattina successiva Giorgio fu di parola.
Dopo aver fatto caricare nella macchina aziendale tutti i bagagli di Angelica, si accomodò accanto a lei nel retro della sua berlina: un ambiente silenzioso e lussuoso che sembrava isolare il viaggio dal resto del mondo.
Percorsero insieme i seicento chilometri che li separavano dalla nuova destinazione, attraversando paesaggi sempre più remoti fino a raggiungere un complesso faraonico, sorvegliato soltanto da un paio di guardie armate.
Giorgio si fece riconoscere ottenendo per Angelica un badge di libero accesso a tutta la struttura.
Appena tutto fu pronto, condusse la ragazza alla casa dirigenziale, completamente deserta.
Le illustrò personalmente ogni ambiente, con la precisione di chi vuole che nulla le fosse estraneo, poi ripartì immediatamente per il ritorno, senza essere riuscito a vedere il figlio.
Come prima cosa Angelica sistemò le sue cose nella stanza che Giorgio le aveva assegnato.
Era ormai ora di cena: non conoscendo nessuno e non volendo avventurarsi fuori, telefonò ad un ristorante esterno ed ordinò un pasto.
Questo, dopo essere stato consegnato alla guardiola, le fu recapitato con rispetto da una delle guardie.
Angelica mangiò sola, in quella casa enorme che sembrava respirare da sé
Decise di guardare un po’ di televisione.
Si mise in déshabillé, più per comodità che per altro e si sedette sul divano.
Il programma era noioso, monotono, quasi ipnotico.
Angelica si addormentò senza accorgersene.
La destò uno strillo improvviso, acuto, rabbioso:
— Ahhh!
— Chi è questa?!
— Porco, mi hai ingannato!
— Io con un’altra donna non mi metterò mai
— Non ci sto più!
Subito dopo, una porta sbatté con violenza, facendo tremare il corridoio.
Angelica si raddrizzò di scatto, ancora stordita dal sonno.
Non fece in tempo a capire da dove provenisse quel caos: una mano gentile, alle sue spalle, la sfiorò appena, scuotendola con delicatezza.
Una voce calma, vicinissima:
— Chi sei?
— Come sei entrata?
Angelica rimase immobile, ancora in dormiveglia, con il cuore che le batteva troppo veloce per una casa così silenziosa.
La televisione continuava a mandare immagini senza senso, un flusso di colori che non c’entrava nulla con ciò che stava accadendo.
La mano sulla sua spalla era ferma, gentile ma non esitante: una presenza che non chiedeva permesso, che non aveva bisogno di presentarsi per esistere.
— Chi sei?
Aveva domandato quella voce calma, vicinissima.
Angelica rispose d’istinto, prima ancora di voltarsi:
— Dirigente responsabile alla contabilità.
— Lei chi sarebbe?
La mano si allentò lentamente, come se volesse concederle spazio.
La voce seguì subito dopo, più netta, più definita:
— General manager, signora, dirigente secondo solo a mio padre, il titolare di tutta la ditta.
Angelica si voltò di scatto, non per paura ma perché quel tono non lasciava alternative: era un tono che si ascoltava, punto.
Il ragazzo davanti a lei non aveva nulla dell’urlo sentito poco prima.
Egli era composto, lucido, quasi distaccato.
Non sembrava turbato dalla porta sbattuta, né dalla figura che aveva gridato e se n’era andata.
Sembrava quasi abituato a quel tipo di caos, come se facesse parte della sua quotidianità.
— Elia!
Proruppe Angelica:
— Angelica!
Fu la risposta,
Egli non aveva fatto in tempo a presentarsi: il reciproco riconoscimento era arrivato prima delle parole.
Angelica non si mosse: “non avanzò e non arretrò.
Elia la scrutava con un’attenzione che non era curiosità e non era diffidenza ma valutazione.
Una stima silenziosa, metodica, che non aveva bisogno di parole.
Angelica si rese conto di essere ancora in déshabillé.
Non era nuda ma sconveniente sì.
Questa era comunque una condizione che non avrebbe mai scelto per un primo incontro.
Angelica si tirò addosso il plaid del divano con un gesto rapido, quasi brusco.
Non era imbarazzo: era un tentativo di recuperare un minimo di controllo.
Un gesto piccolo, inutile ma necessario.
Ella sapeva di essere partita male e di essere in svantaggio.
Angelica era consapevole che ogni parola che avesse detto da quel momento in poi avrebbe potuto peggiorare la situazione.
Elia non si era presentato:
— Elia!
— Angelica!
Seguito da quel silenzio che non era tranquillità: era valutazione.
Angelica si rese conto che egli non aveva bisogno di parlare, di muoversi o di spiegare.
La sua sola presenza bastava a farle capire che la scena non le apparteneva.
— Non sei il numero due…
Rispose troppo in fretta, troppo male.
La frase le uscì come un colpo storto.
Non era una rivendicazione o un’affermazione: era un tentativo di respirare … e naturalmente fallì.
Elia non rispose. `
Non cambiò espressione.
Non si irrigidì.
Non fece nulla: e quel nulla fu devastante.
Angelica sentì il terreno sotto di lei spostarsi in modo imprecisato.
Uno spostamento sufficiente a farle perdere ogni via d’uscita.
— Tuo padre mi ha dato il compito di controllarti con le donne
Elia non si compiacque e non si offese.
— …e non sei tu a decidere su di me
Aggiunse Angelica peggiorando ulteriormente la sua situazione.
Un’altra frase sbagliata.
Un’altra porta che si chiudeva.
Un’altra possibilità che si spegneva.
Elia la guardava senza durezza od ostilità ma con calma.
Una calma che non denotava gentilezza ma superiorità.
Angelica capì che stava sbagliando tutto.
Ogni parola era un autogol.
Ogni frase era un passo verso il baratro.
Ella rifletté un attimo ed arrivò la consapevolezza più dura: non era Elia a metterla in svantaggio; era lei stessa
Ella era in déshabillé.
Ella che era stata svegliata da un urlo.
Ella che non sapeva dove si trovava.
Ella che aveva un incarico delicatissimo che riguardava proprio lui.
Ella che a suo tempo aveva respinto una sua proposta e che ora stava precipitando in un baratro che non le avrebbe dato altra soluzione che accettarla.
Angelica aprì la bocca per dire qualcosa, qualsiasi cosa ma si fermò.
Non c’era più nulla che potesse dire e che non peggiorasse la situazione.
— Io…
Iniziò.
Errore!
Grave.
Elia inclinò appena la testa.
Un gesto minuscolo che diceva: continua.
Un gesto che ribadiva:
«Vediamo quanto ti scavi la fossa da sola.»
Angelica lo capì e capì che non poteva fermarsi.
Non poteva tacere, non poteva uscire dalla stanza, non poteva chiedere tempo, non poteva chiedere chiarimenti, non poteva appellarsi al protocollo, non poteva appellarsi a Giorgio, non poteva appellarsi al buon senso.
Ogni via d’uscita era già stata chiusa.
Da lei stessa.
— Io… non sono qui per…
Altro errore.
Altro passo verso il baratro.
Elia non rispose.
Non la interruppe ma non la aiutò e non la salvò.
Angelica si rese conto che stava parlando da sola, che stava perdendo terreno, che stava cedendo centimetro dopo centimetro.
— Io non sono qui per… per questo.
Affermò infine,
Questa fu la frase peggiore, quella che chiuse l’ultima porta, quella che rese inevitabile tutto ciò che fosse successo in seguito.
Perché quella frase implicava che questo atto era sul tavolo, che era una possibilità., che era una direzione, un tema, una scelta.
Se fosse stata una opzione, allora avrebbe dovuto essere scelta.
Angelica fece un passo verso di lui: uno solo, non minaccioso e non aggressivo
Un passo che le diceva:
«Non sei qui per questo ma ora questa è l’unica cosa che ti é rimasta.»
Angelica lo sentì, lo capì e lo riconobbe.
Ella comprese di non avere più nessuna via d’uscita.
— Angelica.
Sillabò Elia finalmente:
Il suo tono era basso, calmo, misurato, discreto, fermo.
Era un tono che affermava:
— Non c’è più nulla da discutere.
Angelica trattenne il fiato per lucidità.
Elia la guardò come si guarda una decisione già presa.
Come si guarda una porta già chiusa.
Come si guarda una persona cui non può più dire no.
— La proposta di allora la ricordi?
Domandò Elia senza alzare la voce
Angelica sentì il mondo restringersi e stanza rimpicciolirsi, il plaid diventare inutile ed il proprio ruolo dissolversi.
Seppe che ora non avrebbe potuto rispondere no.
Non poteva respingerlo una seconda volta.
Non poteva ribadire il confine.
Non poteva appellarsi all’incarico.
Non poteva appellarsi alla gerarchia.
Non poteva appellarsi alla logica.
Non poteva appellarsi alla dignità professionale.
Non poteva fare nulla.
Tranne una cosa.
Una sola.
L’unica rimasta.
— Sì.
— La ricordo e l’accetto
Affermò in un soffio.
Poche parole, una resa. una inevitabilità.
Non un consenso, un desiderio o una scelta.
Una conseguenza.
L’effetto di ogni frase sbagliata, l’esito di ogni porta che aveva chiusa, il risultato di ogni via d’uscita eliminata, la conclusione della spirale che lei stessa aveva alimentato.
Fu in quel momento che Angelica comprese la verità più dura: non era stato Elia a condurla a quel punto, ma era stata lei stessa.
Il mattino trovò Angelica ed Elia nello stesso letto, nudi, voltati di spalle, ognuno sul proprio bordo, come se ciascuno di loro stesse assumendo sulle proprie spalle il peso della notte precedente e ciò che esso avrebbe comportato.
La distanza tra loro era netta, un varco silenzioso che non nasceva dalla vergogna ma dalla consapevolezza di ciò che Angelica aveva compreso: la spirale non l’aveva trascinata, l’aveva costruita lei stessa.
Ora quel letto era il primo luogo in cui questa verità pesava davvero.
Tra loro c’era una distanza netta, come un fossato invalicabile.
Non era un atteggiamento casuale, né il risultato di un sonno agitato: era una scelta precisa, immediata, istintiva.
Angelica restava ferma sul suo bordo, con la schiena tesa, come se quel margine fosse l’unico spazio che poteva ancora controllare.
Elia mantenne la sua immobilità, conservò la distanza, tenne la separazione.
La distanza era un fatto, un segnale, un confine che entrambi riconoscevano senza bisogno di parole.
Era la prima manifestazione concreta della verità che Angelica aveva compreso: ciò che era accaduto non li avvicinava, li divideva.
Non si guardarono mentre si destavano.
Il risveglio avvenne come un movimento parallelo, privo di qualsiasi tentativo di incrociare gli occhi dell’altro.
Angelica rimaneva voltata, con lo sguardo fisso verso il vuoto davanti a sé, come se quel punto immobile fosse l’unica ancora possibile.
Elia, dall’altro lato, apriva gli occhi senza voltarsi, mantenendo la stessa rigidità che aveva segnato la distanza tra loro.
L’assenza di contatto visivo non era un caso: era la prima forma di separazione consapevole, il modo più diretto per evitare di riconoscere ciò che la notte aveva imposto come conseguenza.
Angelica recuperò un controllo superficiale, appena sufficiente per non lasciarsi travolgere dal risveglio.
Non era ancora lucidità ma era comunque una tenuta minima, un involucro sottile che le permetteva di muovere il respiro senza cedere.
Ella rimaneva immobile, consapevole che ogni gesto avrebbe rivelato troppo, e che qualunque parola sarebbe stata prematura.
Il sangue freddo che stava mostrando non apparteneva alla sua natura, era una reazione d’emergenza, un modo per non affrontare subito ciò che la notte aveva reso inevitabile.
In quella posa rigida c’era tutto il limite del suo controllo.
Angelica, ancora frastornata, domandò:
— Quella di ieri sera chi era?
Non lo fece per coinvolgimento né per un moto personale.
La domanda scaturì da una necessità di orientamento, un bisogno di identificare l’elemento che aveva attraversato la notte.
Ella si manteneva voltata su di un fianco, con la voce appena stabile, sufficiente per formulare la frase ma non per sostenere il peso del corpo.
Ascoltò la sua voce intervenire spontanea, senza intromettersi, lasciando che quella richiesta restasse sospesa.
Angelica non cercava un confronto: voleva solo un dato, un nome, un punto fermo da cui ripartire
Elia rispose immediatamente:
— Nessuno che ti riguardi.
Il tono rimase calmo, privo di qualsiasi inflessione che potesse suggerire durezza ma chiuso in modo assoluto.
Egli non lasciava spazio a interpretazioni, non apriva varchi, non concedeva appigli.
Quella era una frase che non cercava di ferire né di proteggere: semplicemente delimitava.
Angelica percepì quella risposta come una linea tracciata con precisione, un confine che non doveva essere oltrepassato.
In quel momento ella comprese che la sua domanda non avrebbe ottenuto risposta.
Elia si voltò sull’altro fianco, rivolgendosi verso Angelica e rompendo la simmetria del risveglio.
Il movimento fu rapido, privo di esitazioni, come se avesse deciso in un istante di infrangere la distanza che avevano mantenuto fino a quel momento.
Non tentò un contatto: si limitò a orientarsi verso di lei, creando una nuova geometria nel letto.
Quel gesto, minimo ma netto, alterò l’assetto della stanza e impose una presenza più diretta, più vicina, più dichiarata.
Angelica percepì il cambiamento come un segnale che non poteva ignorare.
Ancora frastornata, ella lo bloccò subito:
— Non guardarmi.
La frase le uscì secca, istintiva, priva di qualsiasi costruzione.
Non si voltò, non cercò di capire la sua posizione: reagì come si reagisce ad un contatto improvviso anche se il contatto non c’era.
Il tono non aveva forza, aveva urgenza.
Era la risposta di chi possedeva solo un controllo minimo e lo stava usando per tenere Elia a distanza, almeno per il momento.
Elia iniziò ad interrogare Angelica:
— Come sei entrata?
— Questo posto è sorvegliato meglio di Fort Knox!
La domanda arrivò senza preavviso, con la stessa calma chiusa della risposta precedente ma con un taglio più tecnico.
Egli non cercava un confronto, cercava una spiegazione giustificabile, una sempre possibile falla della sicurezza.
Il tono rimaneva controllato, quasi neutro, come se stesse mentalmente verificando una procedura interna.
Angelica percepì subito che quella richiesta non nasceva da sospetto o da curiosità personale: era un controllo, un punto da chiarire per ristabilire l’ordine del mattino
Angelica si voltò verso di lui mantenendo ancora quel controllo minimo che le reggeva appena il respiro.
Il movimento fu lento, misurato, come se temesse che ogni gesto potesse incrinare l’equilibrio precario del mattino.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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