Lui & Lei
La festa del tirare le cuoia (1° Capitolo)
04.09.2026 |
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"«Meno male che mi hai accompagnato dal ginecologo a mettere quella cosa nel braccio per non rimanere incinta, » disse..."
1° Capitolo. “Capii che il pensare è per gli stupidi, mentre i cervelluti si affidano all’ispirazione”È cominciata così. Mi trovavo seduto sulla tazza del cesso, uno stronzo di dimensioni funeste lì ai cancelli dell’alba, quando il cellulare squillò e mio padre, dall'altro lato dell'etere, m’informò della morte del mio vecchio capoccia. «Perlaputtana, quanto mi dispiace – dissi allora io, stringendomi in mano l'Oscar come migliore attore – una così brava persona eccetera.» Il mio vecchio sembrava verosimilmente dispiaciuto. Penso sia dovuto più alla vicinanza delle età, oggi a lui, domani a me stava sicuramente pensando. Mi riesce difficile pensare fosse veramente dispiaciuto per la morte di quel figlio di troia che era il capoccia. E non me ne vogliano le troie! Perché questo era, il capoccia. Una carogna infame, e infame come pochi. Mi si accuserà di essere cinico davanti alla morte di una persona, ma ne ho viste così tante di cose, su quanto può essere vile l'uomo, e verme, che ne avrei da raccontare per delle ore. Ho più nulla dentro.
Ascoltata la buona novella riattaccai e me ne stetti lì, ancora seduto sulla tazza del cesso, ed ero calmo di fuori, ma dentro ridevo. Non era solo soddisfazione – anche se lo era – era qualcosa di più assoluto: era gioia. Una gioia pura, incondizionata, feroce; una gioia da iena. E come una iena non potevo smettere di gioire.
La musica mi venne in aiuto.
Dalla porta lasciata aperta mi arrivarono lontane le note del Gioacchino Rossini, l’ouverture della “Gazza ladra”, e fu allora che mi balenò in mente l’idea, la luccicanza. Non mi era sufficiente il saperlo crepato e basta, lo stronzo sanguisugo: era troppo poco, e troppo semplice. Volevo festeggiare, e festeggiare alla grande pure: volevo fiche a perdita d’occhio, buchi di culo come se piovessero. E poi prendermi una ciotola davvero imperiale, una di quelle sbornie (la ciotola, appunto) che ti fanno venire il ciclone e l’anticiclone, e ti riducono proprio a una pietà, e poi ricominciare. Potevo andare avanti per giorni interi.
Era fatta, allora, ero lì che pensavo io. Dovevo subito mettermi al passo, passo serrato, verso la festa del tirare le cuoia. Per prima cosa sarei andato dalla mia fida amica puttana, poi, i misericordiosi dèi del Valhalla avrebbero pensato alla mia sorte. Sperai fossero clementi con me come lo erano con l’universo orrendo. Me lo dovevano.
Andai in cucina, mi stappai una birra e m’infilai nella vasca da bagno.
“Hai sbagliato, Ferdinand. Hai sbagliato.” mi dicevo. Non sul capoccia defunto, non equivocate. Tutto quello che vi ho detto lo penso davvero. Ma nel ridurre Monica al mero titolo di "fida amica puttana". Era una puttana, questo sì, e talmente fida che andavo da lei puntuale ogni settimana da quattro anni a quella parte, fatevi il conto. Ma vedete, già da subito avevamo valicato le frontiere del solo sesso, del rapporto cliente/puttana. E non era dovuto al fatto che quando la scopai la prima volta, lei messa a pecora, la fica piena del mio cazzo, ogni bordata le faceva schiudere il buco del culo come un ranuncolo a primavera – e era una cosa talmente bella che me la porterò nella tomba, credetemi – e nemmeno che qualche mese dopo, quando l’avevo incontrata di nuovo, era appena tornata da una passeggiata, ancora tutta intirizzita dal freddo, mi aveva detto che quel giorno era il suo compleanno – compiva ventisei anni – e avevamo scopato, e poi parlato a lungo. Era successo e basta. Eravamo entrambi puttane, chi in un modo chi in un altro, e lei l’aveva capito. Dopo quella volta ero andato da lei ogni settimana. Sapevo tutto di lei, della sua famiglia: del padre che aveva problemi al cuore, della madre che era nata da qualche parte a Oradea, dei nipoti, gli amici e amiche...
Dopo che finii di lavarmi mi feci un’altra birra e m’infilai nel vestito buono. La chiamai che ero nel traffico, rispose al primo squillo.
Quando aprì la porta mi accolse con indosso una vestaglia di pizzo trasparente, rossa, come il perizoma e il reggiseno: le scarpe nere col tacco. Senza tacchi era alta quanto me, che sono sul metro e ottanta. Era magra, slanciata; aveva i capelli castani, gli occhi marroni. Non era una bellezza da copertina di Playboy, il naso era leggermente pronunciato e aveva sempre un accenno di occhiaie sul viso, ma a me, sarò l’ultimo dei romantici, stimolava tutti i miei più biechi, depravati e infernali istinti. Dico “stimolava”, ma non ne mettevo in atto nessuno. Vi faccio un esempio: vado in brodo di giuggiole se mi leccano le palle; se poi, oltre le palle, mi slinguazzano il culo, il brodo di giuggiole proprio non si conta più. È lì che è sprecato! Ma erano tutte cose che a lei non avevo mai chiesto. Per rispetto, forse, o per non sembrare un coglione al cubo come gli altri suoi clienti – anche se sotto sotto lo ero. La rispettavo davvero, e sembra strano detto da me, che ero felice come trentasei bordelli perché un tizio aveva tirato le cuoia, e ci festeggiavo pure, tutto contento, ma era così.
Mică, la sua gatta, mi accolse pure lei – Vuol dire “Piccola” in rumeno. Nome molto carino, se non fosse che nemmeno la gatta scherzava quanto all’essere puttana. Il suo passatempo preferito era quello di sedersi sulla sedia e osservarci scopare: era il suo cinematografo. Monica le urlava di andare via, ma lei faceva quello che fanno i gatti: la ignorava. Si metteva lì comoda a godersi lo spettacolo di noi che scopavamo come ricci. Una volta, e giuro che è tutto vero, la gatta era in calore. Si strofinava contro di me, alzava la coda mostrando quella fessurina tutta rosa come se volesse fossi io a scoparla. Monica rideva e la rimproverava, io ridevo e la difendevo, Mică miagolava e mi chiedeva di scoparla, inarcava la schiena, il culo in alto.
La gatta mi graffiò l’orlo dei pantaloni; la presi in braccio, mentre Monica chiudeva la porta alle sue spalle.
«Vieni, fammi compagnia.» disse: si diresse verso il bagno.
Aprì l’acqua del lavandino. Io mi appoggiai allo stipite della porta, vestito di tutto punto: giacca, cravatta, la camicia buona. Mi guardò attraverso lo specchio, mentre si sciacquava la faccia. Sorrideva appena.
«Sei elegante oggi.»
«Sì.»
«E sembri diverso.»
«È una buona giornata.»
Mi guardò ancora un secondo, come se aspettasse il resto, ma non venne. Non le dissi del capoccia. Lì dentro non portavo niente di quello che ero fuori. Quella casa era come la terra dei lotofagi per me: appena varcavo la soglia, il mondo fuori smetteva di esistere, e io pure.
Lei annuì, senza insistere. Si asciugò il viso, si diede una sistemata ai capelli. Poi si voltò verso di me.
«Andiamo.» disse semplicemente.
Mentre tirava la tenda e dava un’ultima controllata al cellulare, mi spogliai nudo come un maiale. Mică si era già messa in postazione, accovacciata tranquilla sulla sedia: aspettava la matinée. Monica la guardò e scosse la testa sorridendo, poi mi si avvicinò, piroettò su sé stessa e mi diede le spalle. La tirai verso di me e, con un gesto lento, le slacciai il reggiseno: il gancetto cedette facilmente, le spalline scivolarono lungo le braccia fino a terra. Le presi le tette tra le mani e gliele strinsi appena, sentendo il calore della pelle contro i palmi; emise un sospiro basso, quasi un mugolio, poi inarcò leggermente la schiena, poggiando il culo contro di me.
Mi sedetti sul bordo del letto; lei rimase in piedi davanti a me, altissima sui tacchi. Le baciai la pancia, proprio sotto l’ombelico, poi più giù, lentamente, assaporando la pelle calda. Con le dita agganciai i lati del perizoma e lo feci scivolare fino alle caviglie: alzò prima un piede, poi l’altro. Aveva la fica perfettamente rasata, profumata. Le baciai le grandi labbra, poi le piccole, poi il clitoride, succhiandolo lentamente. La sua fica era più dolce del vino, parafrasando la famosa canzone. Mi mise una mano tra i capelli, non per spingere, solo per tenersi; respirava più forte. Le infilai la lingua dentro, poi risalii a leccarla con più insistenza, mentre con una mano le accarezzavo il culo. E restò così, in piedi davanti a me, a farsi mangiare la fica con calma, ondeggiando appena sui tacchi alti. Se li tolse con due movimenti lenti, uno dopo l’altro; poi, senza dire una parola, si mise in ginocchio davanti a me. Mi guardò dal basso con quegli occhi marroni, un po’ umidi, e aprì la bocca.
E qui, o fratelli, lasciatemi dire una cosa. Monica era la regina indiscussa dei pompini. E non sto parlando di quei pompini timidi, insicuri, con la mano che fa da freno e la bocca che succhia senza convinzione. No. Monica era una vampira, ti succhiava il cazzo come se volesse aspirarti il lenzuolo dal buco del culo. Un qualcosa per cui non esistono parole, in questo mondo o negli altri, per poterlo descrivere, e se anche ci fossero, voi non potreste capire ugualmente. Ti succhiava il cazzo per un quarto d’ora filato e tu ne stavi lì, e se non eri pratico di questa sua arte, ti ritrovavi a dover pensare a quanto di più antiscopabile possibile, ai più putrefatti cadaveri, per non capitolare in un niente come uno stronzo. E poi quei bacetti! Quei serpentini colpi di lingua sulla cappella, e l’ansimare che le usciva per metà dal naso per metà dalla bocca. Il solo pensarci, adesso, mentre vi pantomimo le mie avventurose gesta, me lo fa venire così duro che ci si potrebbero stendere i vestiti ad asciugare. Sbavo. Un Ferdinand di Pavlov.
Sentii subito la sua lingua scivolare, dalla base fino alla cappella, per poi avvolgerla completamente. Succhiava con una pressione perfetta, né troppo forte né troppo debole, come solo lei sapeva fare. Io di tanto in tanto facevo dei micro-movimenti, mi spostavo un po’, scivolando leggermente più in basso, telepaticamente le suggerivo di leccarmi le palle rasate di fresco, ma il messaggio non arrivava, quella volta come le centinaia di volte prima.
Dopo una decina di minuti di quell’encomiabile pompino, mi sdraiai sul letto. Monica mi seguì gattonando, si tirò su lentamente e cominciò a baciarmi la pancia, l’ombelico, ci girò intorno con la lingua, poi salì sul petto. Mi mordicchiò un capezzolo, poi l’altro; continuò sulla clavicola, sul collo. Sentivo il suo respiro caldo sulla pelle; adesso era sopra di me, faccia contro faccia. I capelli le cadevano ai lati del viso. Mi baciò sulla bocca: un bacio profondo, lento, mentre con una mano prendeva il mio cazzo e se lo strofinava sulla fica. Ci scese sopra con un sospiro lungo, prendendoselo tutto dentro in una sola discesa.
Mormorò qualcosa, poi iniziò a cavalcare; i movimenti erano lenti all’inizio, profondi, come se volesse sentirselo fino in fondo all’anima. Io le misi le mani sul culo, stringendo quelle natiche magre e morbide; l’accompagnavo. Ogni tanto salivo con le mani sulle sue spalle e la spingevo verso il basso, facendole prendere tutto il cazzo fino alle palle. Lei gemeva piano.
A un certo punto mi abbracciò forte, schiacciando le tette contro il mio petto, e si lasciò cadere all’indietro, tirandomi con sé. Rotolammo insieme e finii sopra di lei; subito intrecciò i piedi dietro il mio culo, bloccandomi dentro di sé. Le sue gambe magre mi stringevano, spingendomi più a fondo, e ricominciai a scoparla. Il suo respiro diventò più affannoso, mentre il letto cigolava sotto di noi con un lamento ritmico che si perdeva nel silenzio della casa. Lei mi guardava dal basso, ogni tanto chiudeva gli occhi e rovesciava la testa all’indietro godendosi, finalmente, una scopata che non fosse lavoro, ma trasporto. Ho sempre trovato ridicolo chi puntualmente si vanta di far venire le puttane tipo l’alluvione del Brenta o che c’ha un cazzo talmente meraviglioso che quelle rimangono lì sbalordite al solo vederlo, che mai ne hanno visto uno di così strepitoso tra tutti quelli ciucciati e presi; ma io e lei eravamo diversi: siete liberi di non crederci!
Mi divincolai dalla sua morsa e uscii lentamente da lei, facendola girare con delicatezza, pancia in giù. Monica si mise comoda, aprendo leggermente le gambe. Le allargai le natiche con le mani e guardai: quel buco del culo! Piccolo, rosa, increspato ai bordi; perfetto. Era l’occhio di Sauron! Se ne stava lì, a fissarmi, e chiamava pure: il mio tesoro. La prima volta che andai da lei l’aveva detto chiaro e tondo che il culo non era disponibile nel menù. Che perdita per l’umanità! avevo pensato. Quale spreco! Il relegare quella meraviglia all’ingrato compito di sedersi sulla tazza del cesso e nient’altro.
Lo fissai per qualche secondo immaginandomi le peggio depravate ruberie, poi entrai di nuovo nella sua fica e ripresi a scoparla. Da quella posizione la vedevo tutta: la schiena magra, la curva dei fianchi, le natiche che sbattevano contro di me a ogni spinta. Le tenevo le mani sui fianchi, accompagnando il movimento. Il ritmo si fece più deciso, più profondo. Ogni volta che entravo fino in fondo lei stringeva con forza il lenzuolo, poi lo lasciava andare in un ansito; continuai così, finché le sborrai dentro con un grugnito lungo, spingendomi in fondo come se volessi piantarle il cazzo fino all'anima. Era un ettolitro di sperma. Lei, sotto di me, si strinse, mugolò piano, il viso affondato nel lenzuolo, mentre io rimanevo dentro, immobile, a sentire il mio cazzo pulsare ancora dentro di lei. Non avevo fretta di uscire. C'è qualcosa di animalesco, in quel piantarsi a fondo e restare dentro dopo essere venuti. Qualcosa che viene dalla notte dei tempi, dal DNA, come gli animali che sanno d’istinto com’è che si scopa, cosa s’infila dentro cosa, anche se nessuno gliel’ha mai spiegato.
E restammo così, uno sopra l'altro, a prendere fiato. Monica si girò appena, quel tanto che bastava per guardarmi con la coda dell'occhio, e sorrise.
«Meno male che mi hai accompagnato dal ginecologo a mettere quella cosa nel braccio per non rimanere incinta,» disse. «Qui c'erano come minimo tre gemelli.»
Scoppiai a ridere. Ero poggiato sui gomiti, per non schiacciarla col mio peso, e quasi persi l'equilibrio. «Non farmi ridere.» le dissi, cercando di restare serio. Ma la risata mi usciva a sbuffi, come un coglione. E lei rise con me. Poi portò una mano indietro, mi prese per la spalla e mi spinse a sé. Ci ritrovammo schiacciati: il mio viso sul suo collo, il cazzo ancora mezzo duro dentro la sua fica. Stava ridendo ancora, ma sottovoce, e mi teneva lì, come se non volesse che mi togliessi.
«Stai buono.» mormorò. «Stai un po' qui.»
E io ci rimasi, senza dire niente: solo a sentire il suo respiro, il suo calore, il suo odore, e non pensare a niente. Poi, piano, mi buttai sdraiato sulla schiena; lei si avvicinò a me, strisciando quasi sulla pancia, attenta a non sporcare il lenzuolo, e poggiò la testa sulla mia spalla. Restammo così, nudi, sudati, in silenzio. Mică ci guardò ancora un po’ dalla sedia, poi saltò giù e se ne andò: lo spettacolo era finito.
Dopo un minuto Monica alzò la testa e mi guardò.
«Che hai oggi? Sei diverso dal solito.»
Stavo per dirglielo, giuro, del capoccia morto e di quanto fossi euforico, e di tutto il fiele che mi portavo dentro: le avrei mostrato per una volta che razza di Caino ero, ma mi fermai. Non per vergogna, ma perché avrebbe potuto non capire.
«Niente.» dissi. «Devo andare a una festa per un collega che si trasferisce. Tutto qui.»
Lei sorrise. Ringraziai l’Academy per il secondo Oscar della giornata.
Si alzò lentamente e andò in bagno a pulirsi. Io presi il portafogli, tirai fuori più soldi del solito – quasi il doppio, come facevo sempre – e li misi sul comò. Non era per il sesso: era... altro. Poi mi vestii con calma. Quando tornò dal bagno, indossava solo il perizoma e il reggiseno rosso; si sedette sul bordo del letto e mi guardò mentre finivo di vestirmi. Quando fui pronto si alzò, si avvicinò e mi sistemò la cravatta.
«Hai la cravatta storta.» disse piano, con un mezzo sorriso.
La lasciai fare. Poi la guardai.
«Torno pure domani. E dopodomani anche.»
Lei annuì.
«Puoi venire tutte le volte che vuoi, Ferdinand.»
Le diedi un ultimo bacio e uscii da quella casa, portandomi dietro un po’ di quel calore che fuori, nel mondo grande e terribile, sarebbe durato poco.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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