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Lui & Lei

La festa del tirare le cuoia (3° Capitolo)


di ferdinandbardamu
08.09.2026    |    166    |    0 8.0
"Non erano né un souvenir né dell’intimo nuovo per la mia trippa: forse solo la prova che era successo davvero, che non mi ero sognato tutto nel tuonaggio alcolico del ciclone e dell’anticiclone..."
3° Capitolo. Il problema dell'ultimo parsec

Mentre era in bagno a darsi una ripulita, andai in cucina. Aprii il frigorifero e lo trovai tristemente sobrio: acqua, frutta, merendine, yogurt, qualche avanzo in contenitori di plastica. Niente birra, niente vino: nemmeno una di quelle bottiglie di prosecco che le donne tengono per le occasioni speciali. Il frigo di una monaca di clausura.
Presi una bottiglia d’acqua e bevvi a canna; nemmeno in soggiorno c’era un goccio d’alcool. Uno che fosse uno. C’erano invece, sui mobili, le foto di un bambino: compleanni, vacanze al mare, un parco giochi. E una del battesimo: lei in piedi, il bambino in braccio, e accanto l’ex marito. Lo si capiva subito che era lui perché era davvero il ritratto di un coglione, non si poteva sbagliare.
Stavo ancora guardando quella foto quando mi venne dietro, senza fare rumore. Me la ritrovai alle spalle – scalza, la vestaglia corta che le arrivava a filo del culo, i capelli ancora umidi. Mi si mise accanto e restò lì, a guardare le foto insieme a me, in silenzio, come se anche lei le stesse vedendo per la prima volta.
«È mio figlio.» disse.
Sarebbe stato strano forte se fosse stato il figlio di qualcun’altra, pensai, ma per una volta tenni il becco chiuso: annuii e basta. Mi disse che si trovava dalla nonna e che era troppo piccolo per capire cosa stesse succedendo – le corna, il divorzio, il funerale del padre – tutto il pacchetto completo di disgrazie.
Tornammo in cucina. Lei infilò gli avanzi nel microonde, io le diedi una mano ad apparecchiare, e mentre me ne stavo lì, con i due piatti in mano, mi chiesi se lo facesse spesso. Non il sesso: quello, immaginavo, le veniva facile. Ma questo. Apparecchiare per qualcuno, farlo mangiare a casa sua. Non mi sembrava il tipo. Lei era più da cazzi messi in fila indiana; questo, il mangiare assieme dopo il sesso, era qualcosa di più intimo, in un certo senso anche più di farsi sborrare in faccia. Allora perché con me? pensavo, ma non seppi rispondermi.
Ci sedemmo e cominciammo a mangiare. Più la guardavo più mi chiedevo quale fosse stato il meccanismo mentale, nel cervello di quell’ingrato coglione, che gli aveva fatto pensare “Io, a cotanto esemplare di fregna, quasi quasi ci metto le corna.” Era qualcosa di inspiegabile! Lei sembrò leggermi nel pensiero, perché mi rispose – o meglio, rispose a una domanda che non le avevo fatto. Mi disse che non era stata sempre così. Le era sempre piaciuto scopare, questo sì, ma per fare un esempio, col marito non l’aveva mai preso nel culo. Non le piaceva, gli aveva detto, alle sue ripetute insistenze. E lui per compensare s’era messo a scopare a destra e a sinistra, puttane, siti di incontri, appuntamenti al buio. Tutto pur di inchiappettare qualcuna. Era una smania, la sua, quella dell’inculare. Quando l’aveva scoperto per lei era stata un’illuminazione. Era passata dalla rabbia alla consapevolezza alla vendetta in un niente. L’aveva cacciato di casa e non appena s’era sbollentata aveva capito che non serviva a niente essere una brava donna, rispettosa delle apparenze. Aveva sbattuto il grugno contro la realtà brutale che l’uomo è una carogna, e aveva agito di conseguenza. Da allora non si faceva più tante remore a farsi infiocchettare davanti e di dietro. E io, si capisce, mi accodavo alla fila di persone che gliene erano grati. Ma “noi” non eravamo gli unici a essere grati per qualcosa. Anche lei lo era, in un certo senso, a quel coglione. Perché le aveva fatto aprire gli occhi. Il tradimento di lui le aveva insegnato la sola cosa utile che un uomo le avesse mai insegnato, e cioè che il pudore non serve a niente, se non a farti sentire meno sola mentre ti fottono.
Di questo parlavamo: dell’umanità carogna, e di come, in fondo, tutti hanno la propria carogna personale, e che a qualcuna, ironia della sorte, tocca pure essere riconoscenti.

Quando finimmo di mangiare, spinse leggermente la sedia all’indietro, giusto il necessario per liberarsi dal tavolo e farsi vedere meglio, poi, con un gesto lento, si aprì la vestaglia. Sotto era nuda, ovviamente: non disse nulla. Solo mi guardò negli occhi e allungò una gamba. Il piede si appoggiò delicato sul mio cazzo e cominciò a muoversi, lento, avanti e indietro, con una calma che non c’entrava niente con tutto quello che era successo fino a un’ora prima.
E vedete... Ho sempre trovato i piedi una cosa repellente. Tutti i piedi, di chiunque. Li ho sempre trovati la parte meno scopabile di qualunque essere umano, ma quella sera dovetti ricredermi: fu come premere un interruttore. Il cazzo mi divenne duro all’istante. Poteva vedere – e infatti sbirciava, il troione – i miei pantaloni che si gonfiavano, e il cazzo che strisciava di lato, e si faceva strada, come il tizio del film “Le ali della libertà”, verso l’agognata evasione. Mi guardava e sorrideva, e basta. Per lei, come per il mio cazzo a quanto pare, l’attesa del piacere era anch’essa il piacere, come diceva la famosa pubblicità.
Dopo un po’ tolse il piede e si alzò, lenta, lasciando la vestaglia sulla spalliera della sedia, e restò lì un momento, a farsi ammirare nuda; poi si voltò e andò in camera da letto. Non la seguii subito: che avesse il tempo di mettersi in posa. Di recitare fino in fondo, lei questa volta, la parte della scopatrice stellata Michelin che si era cucita addosso, e che le stava così bene.

Era sdraiata sul letto, a pancia in giù: le gambe piegate all’indietro, i piedi che quasi le toccavano il culo, i gomiti sul materasso. Una posa da pin-up. Ogni tanto si guardava come a controllare se la posa andasse bene; si spostava di poco, inarcava ancora un po’ la schiena. Si voltò e mi vide. Con un dito mi fece cenno di avvicinarmi.
Quando fui abbastanza vicino si mise a sedere sul bordo del letto. Allungò le mani e mi sfilò la giacca; poi la cravatta – era già allentata, ci volle un niente. Lo faceva con calma, senza guardarmi in faccia: le dita si muovevano esperte sui bottoni. La camicia, la patta dei pantaloni. Quando fui nudo come un verme, si buttò all’indietro sul letto: una gamba distesa, l’altra piegata, col ginocchio che puntava verso il soffitto. Sorrideva. Aveva già in mente tutto, si capiva: ogni gesto, ogni movimento del corpo che avrebbe fatto. Ogni tecnica del suo repertorio.
Non appena salii sul letto, iniziò l’azione. Allungò una gamba e mi mise il piede davanti alla faccia. Lo tenne lì, sospeso a un dito dalla mia bocca, aspettando che glielo baciassi, che glielo venerassi come fosse un idolo. Mosse appena le dita, un gesto minimo, quasi un cenno d’invito. «Allora?»
Ve l’ho detto: non mi piacciono i piedi, e ho sempre pensato che chi ci trova qualcosa di erotico debba avere qualche rotella fuori posto nel planetario, eppure mi ritrovai lo stesso, per la seconda volta quella sera, e senza pensarci un secondo, ad eccitarmi come una bagascia. Lo presi in mano e glielo leccai, dal tallone alle dita, lo coprii di baci, ci schiacciai il naso come a volermi imprimere l’odore fin nel cervelletto – un odore caldo, pulito. Glielo stavo divorando. Lei chiuse gli occhi, sospirò.
Le baciai la caviglia, il polpaccio, il ginocchio; poi risalii lungo l’interno coscia, con baci umidi, alternando lingua e labbra. Lei si divincolava appena, ma non per scappare: per godersela, il troione. Quando arrivai alla fica, lei aveva già le mani tra i capelli, e mi spingeva verso il basso, senza troppa delicatezza. Gemeva, il bacino schiacciato contro la mia faccia. Poi risalii, leccandole la pancia, l’ombelico, le tette. Mentre risalivo, sopra di lei, con le ginocchia arrivai quasi sotto le sue ascelle: il cazzo le pendeva sulla faccia come un insaccato appeso dal salumiere.
Lei allungò una mano e mi afferrò per il culo, poi aprì la bocca, si sporse in avanti e mi spinse a sé, prendendoselo dentro con una lentezza che era una tortura. Il caldo della sua bocca mi avvolse piano, un centimetro alla volta, e io sentivo ogni singola piega del palato, ogni rilievo della lingua, ogni guizzo che mi spingeva contro la gola.
La sua testa iniziò a muoversi avanti e indietro, con un ritmo fluido, rotatorio. Non andava dritta come un pistone, no. Lei ruotava, inclinava, cambiava angolo, come se stesse disegnando delle curve nell’aria con la mia cappella. Ogni tanto si fermava, con la punta che le premeva contro il palato, e mi guardava dal basso, gli occhi verdi lucidi, le labbra tirate intorno al cazzo; e poi riprendeva, più forte, più rapida, infilandoselo in gola fino alle budella.
Dopo un po’ si staccò: il cazzo uscì con un “pop” umido, una bava spessa le restò attaccata alle labbra. Lei la raccolse con due dita, senza fretta, e se la rimise in bocca, e sorrise, assatanata, con quegli occhi che sembravano dire: «Ti ho in pugno, il mio povero stronzo.» E lasciatemi dire una cosa: quel sorriso non era di quelli che si fanno tanto per fare. Era un sorriso da squalo, da predatore che ha appena assaggiato il sangue e ha capito di avere davanti una preda. Questo era!
Si fece scivolare col corpo, giù, finché la sua faccia sparì sotto il mio cazzo, e da lì iniziò a leccarmi le palle. Le leccava con foga, la lingua se le rigirava, succhiava piano, le prendeva una alla volta in bocca. Io ero in ginocchio, sul letto, e potevo vedermi, riflesso sul vetro dell’armadio, la sudicia scena: quella testa scura che si muoveva tra le mie gambe. E lo adoravo. Cazzo, se lo adoravo. Ve l’ho detto che giuggiolo tutto quando mi brucano le palle, e lei era una cannibale. Se ne stava lì sotto, la faccia posizionata strategicamente a latitudine scroto, a succhiarmi le palle come se fossero cozze. Dall’alto vedevo la stanga di ferro del mio cazzo che le poggiava giusto dal naso alla fronte, e vista da lì sembrava quasi c’aveva la cresta dei Klingon. Quegli stronzi di Star Trek. Ma fu lei ad andare dove nessun uomo era mai giunto, o almeno ci provò, il troione.

Sentii una mano che scivolava più giù, tra le mie chiappe, e un dito che si avvicinava al mio culo e premeva, bussando piano alle miniere di Moria del mio tafanario. Il culo mi si serrò come il compartimento stagno di un sottomarino: non ci sarebbe passato nemmeno uno spillo, tanto era diventato caveau. La bloccai. Le afferrai il polso, piano ma fermo, e glielo spostai. Lei comparve da sotto il mio scroto come un meccanico che scivola giù da un’auto accidentata.
«Di’ un po’, che intenzione avevi?»
Lei sorrise, senza scomporsi. «Volevo solo misurarti il livello dell’olio. Allo stronzo cornaio piaceva un mondo farsi ficcare le dita nel culo.»
Scoppiai a ridere. La risata mi usciva a sbuffi, scuotevo la testa, perché c’era una sincerità disarmante in quella frase. Pensavo a che razza di coppia dovevano essere stati, quei due: uno che voleva inchiappettare il mondo e si divertiva a farsi ravanare il culo dalla moglie, e una che adesso, per ripicca o per vendetta, come un ente di carità distribuiva pompini e sodomie al prossimo.
Lei alzò le mani, in segno di resa, sempre sorridendo. Mi disse che se avessi cambiato idea era sempre lì disponibile, ma non cambiai idea. Anzi, senza pensarci troppo, la presi per i fianchi e la girai. Si mise a pecora, le ginocchia affondate nel materasso, la schiena inarcata. Il suo culo era lì, sollevato, aperto, che pareva disegnato apposta per me. Ci poggiai il cazzo e spinsi. Entrai senza troppa fatica – segnale inequivocabile di un buco già bell’e che rodato – e scivolai dentro, un centimetro alla volta, finché non fui dentro fino alle palle. E lì restai, immobile, a sentire quel buco che mi stringeva, che mi tirava dentro, che non voleva lasciarmi andare: il maelström.
Poi cominciai a muovermi. E fu come accendere un motore. Il suo culo sbatteva contro di me a ogni spinta. Lei gemeva e potevo vederla riflessa sullo specchio dell’armadio, gli occhi socchiusi e la bocca aperta, mentre la inculavo. E io, mentre la inculavo, pensavo a quel coglione del marito. A lui che aveva passato anni a sognarsela così, a tradirla per sfogare la voglia, e non c’era mai riuscito. E adesso c’ero io, lì, dentro di lei, l’ultimo degli stronzi, a godermi quello che lui non aveva mai avuto, nemmeno implorandola. Si vede che i misericordiosi dèi del Valhalla stavano usando me come mero strumento di giustizia. E se io ero lo strumento, va da sé che il troione era il mezzo. Mi venne quasi da sorridere. L’afferrai salda per i fianchi e uscii quasi del tutto, lasciando dentro solo la cappella, poi lo piantai tutto fino alle palle. Che lo sentisse tutto per quant’era lungo! A ogni affondo lei emetteva un gemito, a tempo, ritmato, come un’orchestra che segue il suo direttore. E io ero il direttore. E lei suonava per me.
Andai avanti così per un pezzo, gustandomi quel culo divino; poi, a un certo punto, lei alzò una mano e mi fermò. Un gesto affannato, ma deciso.
«Oddio!.. Mi stai sventrando il culo.»
Mi fermai. Lei ansimava, il viso affondato nel materasso. Poi, con un movimento lento, si staccò da me e si voltò. Era sudata, arrossata, ma sorrideva.
«Domani per colpa tua cagherò fulmini!» disse, finissima. «Lascia fare un po’ a me.»
Mi diede uno strattone e finii sdraiato all’indietro. Mi salì sopra, a cavalcioni, e se lo rimise di nuovo nel culo. Si impalava su di me lenta, e si appoggiava con la schiena al mio petto, la testa poggiata sulla mia spalla, i capelli che mi cadevano sulla faccia e mi riempivano del loro odore. Ero schiacciato dal suo peso, dal suo calore, dalla sua carne.
Fu lei a muoversi. Sceglieva il tempo, la profondità, l’angolo. Si sollevava e scendeva con un movimento sinuoso, da cavallerizza. Si inculava da sola, e intanto si masturbava, e io mi godevo lo spettacolo. Sentivo il suo culo che mi stringeva, la sua schiena che si inarcava contro il mio petto, i suoi gemiti che si facevano più alti, più affannati. Il suo respiro si ruppe, il ritmo si fece irregolare, e poi la sentii contrarsi: un fremito lungo, che le partì dalla fica e le arrivò fino al culo, stringendomi come una morsa. Venne con un grido strozzato, e io, sentendo quel buco che pulsava intorno al mio cazzo, non resistetti più. Le afferrai i fianchi e la tenni ferma, mentre le sborravo dentro, il viso affondato nei suoi capelli. Il mio cazzo pulsava, e lei, ormai esausta, restava lì, immobile, a farsi riempire il culo.
Restammo così per un po’, uno sopra l’altro, a riprendere fiato; poi, piano, scivolò di lato e si sdraiò accanto a me. Ci addormentammo come due cadaveri.

Il mio cellulare vibrò, dentro la tasca della giacca buttata per terra ai piedi del letto. Rimasi immobile qualche secondo. La luce del sole entrava dalla finestra, attraverso le tende: era giorno. Mi voltai e lei era lì, ancora nuda, i capelli sparsi sul cuscino.
Mi alzai e raccattai i miei vestiti. Mi vestii lentamente, senza fare rumore. I pantaloni, la camicia. La cravatta la infilai in tasca, non avevo voglia di annodarmela. Nello specchio dell’armadio, di sfuggita, mi sembrò di vedere i suoi occhi aperti che mi fissavano. Mi voltai: li aveva chiusi. Dormiva, o faceva finta. Forse non sapeva cosa dire, dopo una notte come quella. A differenza mia, lei si era spinta troppo oltre per poter fare finta di niente. Mi aveva portato a casa sua, mi aveva parlato di suo figlio. Aveva fatto incontrare le sue due vite – la madre e il troione – nella stessa cucina, nello stesso letto, e non doveva essere stata una cosa da poco, per lei, lasciare che si toccassero.
Tutto opera dell’alcool, ovviamente. Mai nemmeno per un secondo ho pensato fosse grazie alla mia bella faccia da stronzo. Ma la verità era semplice, per quanto lei ci avesse messo un peso che io non avevo: non c’era nulla da dire. Ci eravamo incontrati, ubriacati, e avevamo scopato, null’altro. Nessuno dei due aveva giurato amore eterno, né, anche volendo, una qualsiasi relazione amorosa sarebbe mai potuta esistere davvero. Il sesso, quello sì – ero più che disponibile a darle qualche altra botta, se me lo avesse chiesto – ma sapevo già, a mente fredda, che stava facendo di tutto, in quel momento, dietro quegli occhi chiusi, per tagliare i ponti.
Perché no? Vi starete chiedendo, o fratelli. La risposta è semplice: non solo perché la sera prima era ubriaca, e chissà quanto di quella donna che avevo scopato per tutta la notte era davvero lei e quanto invece era il vino – questo, in fondo, era il problema minore. Ma forse perché anche lei, a modo suo, aveva capito la stessa cosa che io già sapevo: che eravamo stati solo l’incontro fortuito di due voragini.
In astrofisica lo chiamano “il problema dell’ultimo parsec”. Si ha quando due buchi neri si avvicinano l’uno all’altro, attratti da una forza spaventosa, inesorabile. Orbitano, si stringono, si mangiano lo spazio tra loro, e tutto lascia presagire che alla fine si scontreranno, si fonderanno, diventeranno un unico buco nero mostruoso, la somma dei loro due abissi. Ma proprio quando manca l’ultimo passo – l’ultimo parsec, appunto – l’energia gli manca. Si sono consumati a vicenda, nell’avvicinarsi. E restano lì, sospesi, a orbitare l’uno attorno all’altro per l’eternità, due cani che si annusano il culo in un girotondo senza fine, mai abbastanza vicini, mai abbastanza lontani.
Ecco cosa eravamo, io e lei. Due voragini che si erano trovate per una notte, ognuna già troppo consumata dal proprio odio per riuscire a fondersi davvero con l’altra. Ci eravamo solo sfiorati, orbitati intorno, e ora era finita.

In ascensore c’erano ancora le sue mutandine, in un angolo lì sul pavimento. Le raccolsi, ci diedi una bella sniffata – per ritrovare il tempo perduto, avrebbe detto qualcuno più letterato di me – e me le misi in tasca. Non so nemmeno io il perché. Non erano né un souvenir né dell’intimo nuovo per la mia trippa: forse solo la prova che era successo davvero, che non mi ero sognato tutto nel tuonaggio alcolico del ciclone e dell’anticiclone.
Quando le porte dell’ascensore si aprirono, al piano terra, ad aspettare c’era una vecchia con un bambino. Lui, lo stronzino, lo riconobbi subito – avevo visto le sue foto la sera prima, appoggiate sui mobili del salotto. Era il figlio del troione con quella che, con ogni probabilità, era la madre del troione. Le somigliava in effetti. Mi chiesi quanto di lei avesse ereditato, oltre agli occhi verdi e le lentiggini. Era stata pure lei, ai suoi tempi d’oro, un chiavatone olimpico come ora lo era la figlia? Stavo quasi per ringraziarla, per aver procreato un tocco di fica come quello, ma sicuro non avrebbe capito. Optai che era meglio di no. Il bambino mi fece ciao ciao con la manina e seguì la nonna dentro l’ascensore.

Uscii dal palazzo e controllai il cellulare. C’era un messaggio di Monica. Mi chiedeva quando sarei venuto, quel giorno.
Sorrisi da solo, in mezzo alla strada, come uno stronzo. La vita, quella vera, quella che continuava a girare indipendentemente da malcagati capoccia defunti, troioni imperiali e buchi neri, mi stava già richiamando al mio posto.
Il sole sorgeva ancora.
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