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Lui & Lei

La festa del tirare le cuoia (2° Capitolo)


di ferdinandbardamu
06.09.2026    |    132    |    0 8.7
"C’aveva una degna avversaria, non c’era che dire, su chi fosse più brava a succhiare cazzi..."
2° Capitolo. I misericordiosi dèi del Valhalla

Ero di ottimo umore quando arrivai al funerale, con "Major Tom" di Peter Schilling sparato a tutto volume alla radio: e non la versione crucca originale, né tantomeno quella in inglese che già è decisamente meglio, ma quella cantata dalla buon'anima di Gale Boetticher in Breaking Bad. Quel karaoke thailandese è indiscutibilmente opera di una mente superiore; puro genio! «Date un Grammy a questo miserabile bastardo!» dissi io, mentre ero lì che parcheggiavo.
Spensi la radio, mi sistemai la cravatta ed entrai. La chiesa era mezza piena: parenti, amici, colleghi, ex colleghi. Ad agitare il turibolo c'era un chierichetto sessantenne e stempiato — in quella parrocchia, almeno, non ci si scopava i bambini. Era già qualcosa!
Il prete sembrava Al Bano paro paro: stessi occhi malefici, stessa aria tracagnotta. A guardarlo l'avresti scambiato per il boss del cartello di Sinaloa – come Al Bano del resto. Te ne stavi lì a guardarlo e pensavi: "Ecco! Adesso inizia a cantare 'Felicità', frantumandoti i coglioni". Ma non si mise a cantare. Almeno questo ce lo risparmiò. Vicino all'altare c'era una croce con tanto di Cristo, tra i fiori delle corone e le candele; poco sotto i suoi piedi, un teschio con due cose che da lontano sembravano due tibie incrociate, proprio come la bandiera dei pirati – solo che l'effetto era diverso: sembrava il teschio dei Totenkopf, le teste di morto. Un Cristo secondino nazista, come una nuova variante alla Barbie e Ken: il Cristo sulla croce, il Cristo che fa i miracoli, il Cristo della Waffen-SS. «Il cuore è un abisso.» disse il prete/Al Bano boss del narcotraffico. E questa è forse l'unica cosa sensata che abbia mai sentito dire all'interno di una chiesa: il cuore è un abisso. Ma la cosa durò poco; di lì a subito ecco ricominciò con le sviolinate melense, con gli elogi truffaldini, il perbenismo più abbietto – che solo chi aveva conosciuto la carogna che era il capoccia sapeva quanto addosso a lui suonassero come delle perfette stronzate: che pure il legno della bara era uno spreco per quello stronzo che era. Ma il prete continuava. «Per non dimenticarsi mai di qualcuno bisogna amarlo, imprimerlo nel cuore.» Che gran cazzata! È l'esatto opposto: l'amore viene sempre soppiantato, dimenticato, ridimensionato; solo l'odio rimane, sempre invariato negli anni. Mi ricorderò più io di quel figlio di puttana, che moglie, figli e nipoti messi assieme.

Finita la messa, uscimmo tutti fuori.
Le persone si raggruppavano in gruppetti, parlavano; parlavano di lavoro, come sempre. È sempre così, quando non si ha altro in comune che la fabbrica: chi ha fatto cosa, dove. Ed è lì che lo vidi: Palla. Lo chiamavo Palla non perché fosse grasso, ma per via di Leonard Lawrence – come il soldato Palla di lardo del famoso film. Nei mesi che avevamo lavorato assieme, il capoccia non faceva altro che tormentarlo: davanti a tutti, senza sosta, con o senza motivo, era uguale. Ogni mattina era un Ecce Homo, un Grand Guignol. Come la volta che il capoccia era lì che parlava della sua meravigliosa famiglia – il figlio che lavorava con le pale eoliche, la figlia insegnante – e a Palla venne l'idea suicida di mostrargli la foto della sua bambina: per riscatto forse, o semplice stupidità. Il capoccia l'aveva guardata un attimo ed era subito partito: che poteva mica essere figlia sua, che gli somigliava per niente, e che alla sua signora piaceva da matti darla in giro qua e là, manco a dirlo; e che sicuro c'aveva, Palla, un bel palco di corna, il bel caribù. Giurava che la bamboccia aveva un che di camionista, e nemmeno tanto italiano – ci scommetteva pure, sui suoi coglioni. Aveva preso la foto e l'aveva mostrata al vice-capoccia, un tipo lombroso che non vi dico. E tutti a ridere.
Ogni giorno m'aspettavo che Palla arrivasse al lavoro con un fucile e si mettesse ad ammazzare tutti, ma non succedeva mai. E adesso, dopo tutti quegli anni, me lo ritrovavo lì; e cazzo, era serio serio, la faccia da funerale. Lo vidi avvicinarsi alla vedova, ai figli, fargli le condoglianze. Non si capacitava che il capoccia fosse morto: era ancora relativamente giovane, nemmeno settant'anni – che non aveva nemmeno cominciato a godersi la pensione.
Lo guardai cercando nel suo sguardo una traccia di ironia, di sarcasmo, qualcosa che mi dicesse che stava recitando anche lui; ma niente. Era sincero. Per come la vedo io, è la massima forma di viltà possibile: il dimenticare quello che ti hanno fatto. E peggio ancora perdonare. Non si deve mai perdonare.

Quando la bara fu caricata sul carro funebre e la folla cominciò a disperdersi, salutai tutti e andai via. Conoscevo un bar lì vicino. Il barista alzò gli occhi dalla macchina del caffè, mi vide entrare.
«Santocielo, Ferdinand! Perché porti la cravatta?»
«Un funerale,» dissi. «Mi dai una birra?»
Capì che non avevo voglia di parlarne e si limitò ad allungarmi la birra. Mi appoggiai al bancone, la bottiglia in mano; fu allora che sentii una voce accanto a me.
«Unisciti a me. Festeggiamo.»
Mi girai. Era una donna: sui trentacinque anni, penso, anno più anno meno. I capelli neri le cadevano poco sotto le spalle; gli occhi verdi, il viso costellato di efelidi. Il vestito leggero, blu scuro, quasi nero, fasciava un corpo da troione imperiale. Aveva un bicchiere di vino bianco in mano e un'espressione che conoscevo bene: quella di chi ha appena seppellito qualcuno e non sta lì a piangerlo.
«Come, scusi?» dissi, per pura diplomazia.
Lei sorrise – un sorriso divertito, da complice. «Si vede lontano un chilometro che sei contento che chiunque sia, sia morto. Non fare il finto tonto con me.»
Stavo per negare. Aprii la bocca, ma lei mi interruppe con un gesto della mano.
«Io lo sono. Contentissima. È morto il mio ex marito. E ho intenzione di festeggiare. Non vorrai mica che lo faccia tutta da sola?»
La guardai per qualche secondo. Poi sorrisi anch'io. Sono sempre stato bravo a mentire, a camuffarmi in mezzo alla gente, e lei mi aveva scoperto subito, in un niente: le era bastata un'occhiata. E non so come spiegarvelo... era come essere finalmente visto. Per quello che ero – malato, cattivo, sgradevole, qui nel sottosuolo.
«Un altro?» dissi, indicando il suo bicchiere.
«Perché no.»

Ci sedemmo a un tavolino: lei ordinò dell'altro vino, io mi feci qualche altra birra. Parlava; parlava sempre lei. Aveva bisogno di sfogarsi, il troione, di rovesciarmi le trippe lì sul tavolo – dell'ex marito defunto, delle corna che le aveva messo, di come fosse finito contro un guardrail. Covava pure lei un bel po' di disprezzo, per il prossimo, per la vita troia; e si aspettava la mia approvazione, si capiva, e io gliela diedi. Ma più ancora dell'approvazione, era il sangue che voleva, mica le solite frocerie di circostanza: le diedi pure quello.
E fu allora, o fratelli, che sentii come un gocciolare, continuo, quasi sommesso. "Sarà la sua fica che si sta allagando solo al sentire la mia filosofia?" ero lì che pensavo io. "Ci sarà già la pozza per terra? Che mi toccherà dire al povero stronzo del bar di portare il mocio per dare un'asciugata? Perlaputtana, Ferdinand! Dopo una vita passata a nasconderti come Anna Frank nella soffitta, non solo lei ti sta ad ascoltare – ed è pure un troione imperiale – ma sembra proprio sia propensa a farselo infilare su per il bauletto. Ma allora i misericordiosi dèi del Valhalla esistono. Ma allora hanno compiuto il miracolo."

Adesso, lo so, voi vi starete certamente chiedendo: e poi, Ferdinand, che è successo poi? La trama si infittisce. Te ne stavi lì in questo sosto, e in ottima compagnia pure, fortunato d'un suino, e poi?
Ve lo dico io, poi.
Dopo esserci bevuti questo e quello, ci trovammo in strada, diretti verso casa sua – che era distante dal bar, sì, ma non così tanto. La gente ci guardava camminare sbronzi come se fossimo i due scemi del villaggio di un racconto dei fratelli Grimm: sapete, una di quelle storielle allegre, tipo "Il ginepro", fatte per dispensare felicità ai pargoli con episodi di cannibalismo e omicidi di bambini, tanto per farvi capire. Poi fu il buio del portone, il silenzio dell'androne delle scale, e la nostra figura che ci veniva incontro nello specchio sulla parete in fondo all'ascensore. Non appena le porte dell'ascensore si chiusero, si voltò e ci si piantò contro, le mani larghe e i palmi aperti. Sembrava che la stessero arrestando. Poi inarcò il culo verso di me, lo scosse una volta, due. Eravamo entrambi più che brilli, ve l’ho detto, ma lei, in più, c’aveva proprio la fica che smaniava, c’aveva la foia che nemmeno una congregazione di troie messe lì tutte assieme.
«Può entrare qualcuno.» le feci notare, più per sentire cosa rispondeva che per altro.
Lei mi guardò attraverso lo specchio, sorrideva.
«Falli pure entrare. Arrapata come sono mi scoperei pure gli Uruk-hai. Pure quelli che hanno rapito Merry e Pipino!»
«Pure quelli?» risi io. Restai a fissarla, lì, agitare il culo, sorpreso ora: una battuta da nerd in bocca a cotanto troione. Se prima aveva la mia curiosità, ora aveva la mia attenzione.
Premetti il pulsante di stop e l’ascensore sobbalzò e si fermò tra un piano e l’altro. Mi avvicinai a lei e la schiacciai contro lo specchio; non c’era più niente da discutere. Mi ci inginocchiai dietro e le sollevai la gonna fino alla vita, arrotolandola nella stoffa della cintura. Il culo era perfetto: tondo, sodo, olivastro sotto la luce gialla dei neon. Le abbassai gli slip a metà coscia, le allargai le natiche e sprofondai la faccia lì nel mezzo. Le leccai la fica da dietro, sentendo sulla lingua, sul palato, fin dentro il midollo quel suo sapore salato e caldo; si inarcò ancora di più, io risalii un po’, le leccai il buco del culo, c’infilai dentro tre dita di lingua, su, per lo sfintere.
Poi mi alzai. L’afferrai per la nuca, le dita conficcate nei capelli, e con l’altra mano cominciai a masturbarla. Le ravanavo la fica come se stessi sturando un cesso intasato. Lei inarcava la schiena sempre di più, il culo premuto contro di me, e si guardava nello specchio: si guardava mentre la sditalinavo, si guardava il viso arrossato, la bocca aperta, gli occhi socchiusi; poi guardava me, poi di nuovo sé stessa.
Si strinse tutta. Un gemito lungo e soffocato le uscì dalla gola mentre si spingeva indietro contro la mia mano come se volesse ficcarsela dentro fino alla spalla. Continuai ancora qualche secondo, fino a che non si allentò, poi tolsi le dita e gliele portai alla bocca. Lei si voltò, per guardarmi dritta in faccia, e le prese con ostentazione: leccò, attorcigliò la lingua tra un dito e l’altro, scavò le guance, mi guardò negli occhi mentre lo faceva. Una cosa che se la racconti non ti credono, e se ci credono, o fratelli, non è che sono solo seghe, sono proprio seghe a pioggia!
Quando ebbe finito, restò lì, il vestito ancora arrotolato, gli slip calati, e si mise a massaggiarsi la fica, lenta, provocante, sorridendo. Prendeva qualche altra goccia e se la portava pure quella alla bocca, per bene, se la gustava, come un sommelier con un bel sauvignon blanc.
«Voglio che mi scopi come una troia,» disse. «Ne ho bisogno. Dopo quello che mi ha fatto quel pezzo di merda. Mi dispiace solo che l’abbiano messo in un muro. Se l’avessero seppellito per terra saremmo andati a scopare sulla sua tomba.»
Sbloccai lo stop. L’ascensore ripartì con un lieve scossone. Lei non si sistemò; restò così, a massaggiarsi la fica anche quando le porte si aprirono al suo piano. Fuori non c’era nessuno.

La presi per i capelli e la trascinai fuori. Gli slip le scivolarono ai piedi e lei li calciò via con un gesto secco, quasi elegante nella sua noncuranza. Una volta sul pianerottolo mi guardai a destra e a sinistra. Dove cazzo è che dovevo andare? La fila di porte, tutte uguali, sembravano le forche caudine: da ogni porta poteva uscire ogni sorta di stronzo conosciuto o sconosciuto dall’uomo, o si potevano mettere tranquilli lì allo spioncino, perché no, a godersi lo spettacolo come Mică, la gatta depravata.
Solo lei poteva risolvere quest’anabasi. Io me ne stavo lì e per quanto potessi affinare lo sguardo, da nessuna parte vedevo la targhetta alla porta con su scritto “Troione Imperiale”. I misericordiosi dèi del Valhalla mi avevano proprio abbandonato.
Fu lei a muoversi, spedita – tanto era la voglia di chiavare – verso sinistra, ancora, è giusto ricordarlo per coloro che canteranno questa storia, col vestito arrotolato al culo e la fica lucida. Se qualcuno ci avesse visti, sarebbe sembrato che fossi io a strattonarla per i capelli, a trascinarla come al guinzaglio; in realtà era lei che guidava, tirava, come un cane a spasso che decide dove portare il padrone e lo fa avanzare a forza di strattoni.
Arrivati alla porta, cercò le chiavi nella borsetta. Ci ravanava dentro, frugando, ma le stronze non saltavano fuori. Guardava dentro concitata, a destra, a sinistra, spostava cose, ci guardava sotto, ma nulla. Per come ero messo io, diciamocelo chiaro, avrei potuto scoparla pure lì davanti la porta: lo sa il cazzo quanto mi fregava la cosa. Decisi, però, che era ora di un bell’incentivo, al lì troione imperiale. Di recitare in fondo la parte del chiavatore stellato Michelin che m’era toccata. Le mollai una sberla sul culo, di quelle belle sonore, che si sentono per tutto il pianerottolo, e giù fino al portone. Che si sbrigasse. Lei fece un balzo in avanti, le natiche le tremarono sotto il colpo, poi si voltò, quanto poteva, mi guardò e sorrise. Gliene diedi un’altra. La borsa le cadde a terra, le chiavi e il resto si sparsero sul pavimento. Si chinò: non poteva piegare le ginocchia – la tenevo ancora per i capelli – così inarcò la schiena, gambe dritte, culo all’aria. Cercò a tentoni. Gliene diedi una terza, cambiando natica questa volta. Il culo cominciava ad arrossarsi, una macchia rosa della forma esatta della mia mano.
Infilò la chiave nella toppa e finalmente entrammo dentro. E credetemi se vi dico che ci doveva avere proprio la fregola alla fica, perché la prima cosa che fece fu piantarsi schiena contro la porta e sfilarsi il vestito e rimanere lì, nuda, con indosso solo il reggiseno e nient’altro, guardandomi negli occhi come a dirmi di mettermi l’anima in pace che mi avrebbe spolpato il cazzo come una colonia di formiche rosse assassine, che più che una promessa era quasi una dichiarazione di guerra.
Io misi le mani contro la porta, una a ogni lato della sua testa, come a volerla chiudere in una gabbia di braccia, ma lei non aspettò. Si inginocchiò subito davanti a me, le dita veloci mi armeggiarono i bottoni della patta, e mi calò pantaloni e boxer assieme in un unico movimento: il cazzo sbucò fuori come un giocattolo a molla, ondeggiando davanti la sua faccia.
Ci si fiondò rapida. Se lo infilò in bocca e cominciò a spompinarlo come un’idrovora. Succhiava il cazzo senza pietà, era un portento. Ogni tanto lo tirava fuori, se lo sbatteva in faccia, sulla lingua, sulle guance, poi se lo riprendeva tutto intero come se avesse paura che scappasse. E mentre lei lavorava, mentre quella bocca assatanata mi succhiava pure l’anima, io non potei non pensare a Monica. C’aveva una degna avversaria, non c’era che dire, su chi fosse più brava a succhiare cazzi. Questa qui le teneva testa, e mai avrei creduto potesse essere possibile. Non aveva la tecnica di Monica, no. Monica era un’artista, un’orafa: c’andava di cesello, lei, con la lingua. Il troione, invece, ci si buttava come una che non chiavava da anni e che c’aveva da smaltire il veleno di tutte le corna che le ramificavano in testa. Sarebbe davvero andata a scopare sulla tomba del marito! C’era la foia, in quel pompino, non la pazienza. La fame, non lo studio. E la fame, si sa, rende tutto più buono, anche il ciucciare il cazzo a un fallito come me.

Si voltò e si mise faccia contro la porta. Inarcò la schiena mettendo in bella mostra quel culo spettacolare, poi ruotò appena il viso e mi guardò dritto negli occhi. «Scopami.» disse. Secca, senza fronzoli. E voi l’avrete ormai capito... cavaliere io ero assai valente e anche in quel frangente d’onor mi ricoprì... così la presi per i fianchi e l’infilzai fino alle palle. Non c’era preambolo o delicatezza. Non c’era un “si comincia piano, poi, si vede, la scopo come una troia”. Era già una troia. Cominciai a scoparla come un forsennato. Stoccate di cazzo che risuonavano per tutto l’ingresso. Il corpo schiacciato contro la porta e che rimbalzava, quasi, ogni volta che il culo mi sbatteva contro. Ero una furia. Era impossibile che nessuno sentisse, negli appartamenti vicini, o non si stesse chiedendo che razza di orgia satanista si stesse compiendo al di là del loro muro. Avevano già sacrificato un capretto nero a Satana? “Mesdames et Messieurs, stronzi impiccioni, il qui presente troione affranto per la morte dell’ex marito cornaio sta solo attraversando il secondo passo del modello Kübler-Ross per l’elaborazione del lutto. Tutto qui! E lo so, dal modo in cui si fa allegramente chiavare può far pensare che il suddetto troione elabori il lutto in modo differente da me e voi, ma chi siamo noi, poveri stronzi, per giudicare?”
A un certo punto la spinta la sbalzò in avanti: la testa le sbatté contro la porta con un tonfo sordo. Lei gemette, ma non si tirò indietro, e io nemmeno. Sarebbe potuta sbucare dall’altra parte come un altorilievo, niente e nessuno mi avrebbe fermato dal chiavarla. Dovevo andare avanti, anche al costo di farmi divorare il cazzo!
Ma anche se ero infoiato peggio di trentasei bordelli, ahimé tutto ha una sua fine – lo dice pure Dante, da qualche parte nel Paradiso. Lei, con l’abilità di un rabdomante che sente la presenza di acqua, capì subito quando stavo per venire. Paradossalmente lo capì prima ancora di me: era una rabdomante della sborra, il troione. «Non venirmi dentro.» disse.
Uscii e la feci inginocchiare. Lei aprì la bocca, pronta a riprendermelo, ma io c’avevo altri piani. Un fiume di sperma le schizzò in faccia. Tra i capelli, sulla guancia, sul naso, sulle labbra. Lei chiuse gli occhi per un attimo, poi li riaprì, e restò lì, inginocchiata, col viso tutto sporco: la sborra le copriva mezza faccia, le colava sulle tette per poi restare lì, in bilico sul nulla.
Mi rammollirono le gambe, questo sì – è mica fatto di ferro il vostro carissimo. Mi appoggiai alla porta, ansimando, mentre lei restava tra le mie gambe. Mi tenne stretto il cazzo, segandolo lentamente, poi ci mollò un ultimo bacio, appassionato, dolce, quasi tenero. Se lo strofinò sul naso come fanno gli eschimesi al posto di limonare, e sorrise.
Restammo così qualche secondo, senza dire niente, poi si appoggiò esausta alla porta. Vista così sembrava il Golem sul punto di sciogliersi. Pareva la maschera di cera. Se è vero che lo sperma fa bene alla pelle, l’indomani avrebbe dimostrato dieci anni di meno, ero lì che osservavo io. Avrebbe dovuto rifarsi i documenti, la comunione. Avrebbe dovuto di nuovo attraversare la strada accompagnata. Che capolavoro di arte performativa che era! Una cosa che Marina Abramović ci faceva le sacrosante seghe.
Con due dita prese lo sperma che aveva in faccia e se lo portò alla bocca. Mi guardava mentre lo faceva. Lo fece fino a quando si ripulì. Poi si alzò e mi abbracciò. In un certo senso mi era riconoscente, della scopata e della ravanata in ascensore. Volevo baciarla, ma mi faceva senso quel nimbo di sperma che le rimaneva ancora sulla pelle, così le palpai il culo, la titillai con un dito, piano. Le mordicchiai la spalla.
Si svicolò, lenta, troiesca e andò via, verso il bagno. Mentre camminava si diede da sola una pacca sul culo, forte, e quel gesto mi fece capire esattamente cosa aveva in programma.
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