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Lui & Lei

Le Regole del Gioco (parte 2)


di Bat23
21.11.2025    |    1.210    |    0 8.7
"Elisa sorrise, un sorriso minuscolo, segreto, che passò prima da me e poi da lui..."
Il viaggio verso l’albergo sembrava non finire mai. La serata, iniziata come un semplice drink post lavoro, era precipitata in qualcosa che continuava a vibrare sottopelle, come un’eco difficile da fermare.
A volte basta uno sguardo. Una piega appena accennata delle labbra. Un capo che si china, non per timidezza, ma per un gioco silenzioso di forza e resa. Elisa era tutto questo. E molto di più.
Una donna capace di avanzare e arretrare con la stessa grazia, di usare il silenzio come un’arma, lo sguardo come un invito o una sfida. Sapeva come ottenere ciò che desiderava. E quella sera lo aveva dimostrato.
La stanza d’albergo mi accolse silenziosa, all’apparenza più vuota del mattino. Aveva la forma di un’assenza precisa. La sua. Sotto la doccia il pensiero tornò inevitabile a lei, al modo in cui mi aveva guardato poche ore prima. La pelle ricordava ancora più della mente.
Mi addormentai solo due ore dopo, verso le tre. Alle sei la sveglia squillò, spietata. Doccia, camicia fresca di lavanderia, cravatta adatta al completo che avevo deciso per oggi, colazione affrettata, e poi un taxi verso la sede di lavoro.
Durante il tragitto presi in mano il foglietto che mi aveva infilato in tasca. Una parola sola: “Iltuosognosegreto”, La password del suo gioco preferito.
Aprii l’app. Conoscevo quel dispositivo e la sua capacità di giocare a distanza. Lei era lì, online, il pallino verde acceso come un richiamo. La foto profilo mostrava solo la sua silhouette di spalle: chi la conosceva, non aveva bisogno d’altro.
Le scrissi: «Ciao, Monella». Rispose dopo un minuto, abbastanza da farsi attendere: «Lui è uscito. Io sono a letto da sola. Ma ho compagnia proprio li sotto, dove ieri non hai avuto pietà, ti aspetta».
Non serviva aggiungere altro. Uscii dalla chat e passai allo spazio dei comandi. Il primo impulso glielo mandai senza un secondo di esitazione. «Stronzo», comparve sullo schermo. Sorrisi. Quel tipo di resistenza era un invito, non un rifiuto.
Arrivai a lavoro. Al quindicesimo piano, nell’area break, Enrico mi salutò da lontano. Colleghi, caffè, convenevoli. Un velo normale al di sopra di un sottosuolo che nessuno intuiva.
«Alle 13:30 pausa pranzo per il mio anniversario di matrimonio» disse Enrico. «Catering nella sala break. Mi raccomando non mancare». «Non mancherò» risposi.
Quando ripresi a giocare con l’app, un messaggio: «Sono bloccata nel traffico. Non ora… ti prego, o impazzisco…». Le mandai solo un accenno, un lampo. Un ricordo. Una promessa.
La mattina scorse veloce. O meglio: il corpo lavorava. La mente no.
Alle 13:30 bussarono alla porta. «Luca, è ora, vieni in sala break». Mi avviai verso la sala, affollata. E lì, tra i camerieri che imbandivano la tavola e i colleghi, la vidi. Elisa. In un contesto neutro, estraneo. Eppure, magnetico.
«Ragazzi, servitevi pure» disse Enrico. «Prima un brindisi, direi» proposi. «Hai ragione. Elisa, vieni qui anche tu».
Si avvicinò. Il suo sorriso era quello che solo chi la conosce legge correttamente: composto in superficie, sardonico sotto.
Mi spostai un passo indietro, proprio davanti a loro ma distante. Le bastò uno sguardo. Appena un mezzo secondo. Attivai il comando.
Il fremito leggerissimo della sua schiena bastò a ripagare l’attesa. Si aggrappò al fianco del marito, come se quel gesto fosse del tutto naturale. Nessuno nella stanza notò nulla. Io sì.
«Grazie Elisa per questi cinque anni di matrimonio» concluse Enrico, tra gli applausi. Dal fondo qualcuno gridò: «Bacio!».
Il loro bacio fu più intenso del previsto. Causa mia, perché aumentai l’impulso. Non per gelosia. Per controllo. Quando vidi un tremore nelle sue gambe, mi fermai. Non era il luogo per farla cedere.
Mi avvicinai insieme agli altri. «Stronzo» sussurrò. «Stasera la paghi». «Non ho ancora iniziato» risposi. «Stasera voglio tutto».
Durante il pranzo pareva tutto normale. Lei parlava, sorrideva, camminava. Eppure, nei suoi occhi passava un lampo, ogni tanto, che era solo nostro.
Mentre la folla si disperdeva, mi fermò: «Prendi una fetta di dolce, ti ho fatto un pacchetto personalizzato». Mi lanciò un’occhiata che valeva più di mille parole.
Rientrato alla mia scrivania, dopo pochi minuti bussò. Entrò, chiuse la porta, e con la naturalezza di chi sa esattamente cosa fa, indicò il pacchetto sulla mia scrivania.
«Non hai ancora aperto quello, vero?». «Dovrei?». «Sì».
Lo feci. Dentro, i suoi slip. Non serviva descriverli. I segni di una lunga mattinata di mie cattiverie.
Poi, senza una parola superflua, sollevò la gonna. Solo un gesto. Preciso. Controllato. Possente nella sua vulnerabilità. Sfiorò li sotto con la punta delle sue dita, me lo mostrò e dopo essersele portate sulle labbra uscì.
Il pomeriggio fu interminabile. Alle 18 Enrico mi chiamò: «Andiamo via? Che dici, torniamo insieme».
Il tragitto fu una miscela di battute e sottintesi. A casa loro, ci accolse Elisa. Vestito elegante, da sera, profumo deciso, passo lento. Mi salutò sfiorando il collo con le labbra. Sapeva quello che faceva. Sapeva cosa provocava.
I drink nel salone. Noi tre seduti insieme. «A noi» disse Elisa. «A noi tre».
Poi, improvvisa, guardò l’orologio. «Amore, la torta. È meglio se vai tu».
Enrico si alzò con naturalezza. «Torno subito». «Tranquillo» dissi. «Abbiamo tutta la sera». E lo pensavo davvero.
Quando la porta si chiuse, il silenzio prese forma. Io rimasi sul divano. Lei in cucina. Attivai l’app. Il suo gemito lontano dalla cucina arrivò come un soffio.
Qualche secondo dopo comparve sulla soglia. Vestito bianco. Aderente. La versione elegante di un invito.
«Cucinavi così?» chiesi. Lei fece scorrere le dita sull’orlo del vestito. Lo sollevò. Lento. Misurato. E lo lasciò cadere. Era una scultura viva. Non servivano dettagli espliciti per capirne il potere.
«Preferisci lo faccia così» rispose. Mi guardò negli occhi. Aspettò.
«Vieni qui» dissi, stavolta con il tono di chi non accetta alternative.
Si avvicinò. Un passo alla volta. Ad una cinquantina di centimetri da me si bloccò. Il respiro appena teso.
E con un filo di voce, senza spezzare il contatto visivo, disse: «È arrivato il momento che tu prenda ciò che ti spetta». Un breve silenzio. Un sorriso sottile. «Conosci la strada».
La porta si aprì di colpo. Nessun rumore prudente, nessun avviso. Solo il clic della serratura che spezzò l’aria tesa della stanza.
Io ed Elisa non eravamo più in una posa neutra. Niente distanza, niente teatralità contenuta: eravamo in pieno gioco, evidente, inequivocabile. Non con atti nascosti, ma con corpi troppo vicini, respiri troppo fusi, gesti che non lasciavano spazio a interpretazioni innocenti.
Enrico entrò e si fermò. La torta ancora in mano. Gli occhi che passavano da me a Elisa, poi di nuovo a me.
Silenzio.
Elisa non si staccò da me. Non fece il passo indietro che ogni altra persona avrebbe fatto. Rimase lì. Accanto, addosso, in quella posizione che parlava più di qualsiasi parola. La tenevo ancora, senza fingere di non farlo.
Enrico inspirò piano. Un attimo lungo. La sorpresa c’era, ma fu breve. Si sciolse sul suo volto come neve al sole, lasciando emergere qualcosa di diverso.
Non rabbia. Non gelosia. Comprensione. E, lentamente, un assenso.
«Ah…» mormorò soltanto. Una sillaba neutra, ma detta con un tono che non cercava di interrompere ciò che vedeva. Sembrava quasi… osservare. Valutare. Accettare.
Elisa si voltò verso di lui con un’espressione calma, quasi serena, come se quel momento fosse previsto, naturale.
«Enrico…» disse. Non una scusa. Non una spiegazione. Solo il suo nome. Una chiamata morbida, consapevole.
Lui posò la torta sul mobile senza distogliere lo sguardo. Non se ne andò. Non protestò. Restò a guardare. Non come un intruso. Non come un uomo tradito. Come qualcuno che riconosceva la dinamica, che la comprendeva per quella che era, che sceglieva di non bloccarla. Il silenzio diventò un accordo.
Gli occhi di Elisa tornarono nei miei, brillanti, intensi, carichi di un significato nuovo: il gioco non era solo nostro. Lui era parte della scena. In un altro ruolo. Con altri confini. Ma parte.
Enrico si spostò solo quanto bastava per sedersi. Un gesto lento, misurato. Non per allontanarsi. Per assistere. Accettazione totale. Silenziosa. Chiara.
Elisa sorrise, un sorriso minuscolo, segreto, che passò prima da me e poi da lui. Un sorriso che diceva: “Così va bene».
Era tutto lì. Esplicito senza essere crudo. Nudo senza essere volgare. Perfettamente chiaro.
Il silenzio era ancora sospeso quando decisi di alzarmi. Non con fretta. Ma in modo autoritario. Un gesto lento, fermo, che riempì lo spazio più del rumore.
Elisa seguì il movimento con gli occhi prima ancora che con il corpo. Era come se avesse atteso quell’esatto istante. Il suo respiro cambiò ritmo, impercettibilmente, ma abbastanza da far capire che aveva riconosciuto la direzione dei ruoli.
Enrico osservava. Non più sorpreso, non più incerto. C’era una sorta di rispetto silenzioso in quel suo sguardo: aveva compreso che la situazione non gli sfuggiva di mano. Era semplicemente Mia.
Mi avvicinai a Elisa e lei si mosse verso di me con naturalezza. Come se aspettasse un comando. Come se la mia presenza definisse il suo baricentro. Non servivano parole.
Quando la mia mano sfiorò la sua guancia, Elisa chiuse gli occhi un istante, quasi in un gesto di resa dolce, volontaria. Si piegò verso di me, la sua voce appena un soffio: «Così… sì».
Quella parola non era un invito. Era un riconoscimento. Uno sguardo d’intesa passò tra me ed Enrico. Nessuna sfida. Solo un tacito accordo: tu conduci sembrava dire.
Elisa si voltò verso Enrico. Non per cercare un permesso — non ne aveva bisogno — ma per coinvolgerlo nel ruolo che aveva scelto per lui.
«Grazie di… essere qui» mormorò, con un calore diverso dal solito. Non era gratitudine casuale. Era gratitudine consapevole.
Enrico annuì piano. Un gesto di presenza, non di possesso.
Poi Elisa tornò a guardare me. Completamente. Come se il centro della stanza fossi io.
«Continua…» disse. Non un ordine. Una richiesta. Offerta con fiducia totale.
Si avvicinò ancora, lasciandosi guidare dal mio tocco, dai miei movimenti, dal ritmo deciso che stavo imponendo. Ogni suo gesto era un modo di dire: Sì, è questo che voglio. Sì, sei tu a condurre. Sì, lui può vedere.
Per un momento si voltò di nuovo verso Enrico, gli occhi lucidi ma limpidi, autentici. «Va tutto bene» gli disse. «È come deve essere». Quelle parole definivano la dinamica più di mille spiegazioni.
Quando la tensione raggiunse il suo picco naturale — un punto in cui i respiri di tutti e tre si incrociavano senza toccarsi — fui io a decidere il finale.
Mi raddrizzai, portando una mano sotto il mento di Elisa, sollevandole il viso verso il mio. La dominanza era calma, sicura, padroneggiata. Lei si abbandonò completamente al gesto.
«Brava,» mormorai. Una parola semplice, ma detta con una sicurezza che la fece tremare appena.
Elisa sorrise — un sorriso pieno, sincero — e appoggiò la fronte alla mia per un istante. Poi, sorprendentemente, voltò di nuovo il capo verso Enrico.
«Grazie anche a te» gli disse, con una dolcezza strana, matura. «Per aver capito i miei desideri».
Enrico non disse nulla. Non serviva. Il suo sguardo era un assenso totale, pieno, consapevole: aveva compreso i confini, aveva accettato il ruolo, aveva sostenuto entrambi.
Chiusi la scena con un gesto definitivo: una mano sulla schiena di Elisa, un movimento deciso che riportava la sua attenzione interamente su di me. Lei seguì. Senza resistere. Senza indecisioni.
E in quell’attimo finale, nel modo in cui si piegò davanti a me, fu chiaro a tutti: la conclusione apparteneva a me. Lei la desiderava. E lui l’accettava.
Una dinamica perfettamente definita. Tre ruoli lucidissimi. Un equilibrio raro, intenso, consenziente. E una chiusura che lasciava la porta aperta a tutto ciò che sarebbe venuto da li a poco.
Il salotto sembrava sempre più silenzioso. Non il silenzio vuoto, ma quello denso, di quando ogni gesto conta più delle parole.
Elisa rimase davanti a me, leggermente voltata verso Enrico, come se volesse includerlo senza spezzare il filo teso che aveva con me.
Era bellissima in quella doppia attenzione, divisa ma non confusa: il desiderio rivolto a me, l’affetto verso lui, la consapevolezza di entrambi.
Non parlai subito. Lasciai che fosse lei a prendere l’iniziativa. E lo fece.
Con un gesto lento, studiato, quasi rituale, prese tra le mani ciò che aveva scelto per me, il “frutto” che aveva promesso dal giorno prima, che aveva custodito come una promessa. Lo mise fra i suoi palmi, si girò, e con un sorriso, sottile, carico di intenzione disse: «Finalmente sarà tuo» disse piano. Non un’offerta: una decisione. Un dono che non chiedeva di essere giustificato.
Allungai la mano, ma senza fretta. La presi per i fianchi, guidando il movimento, come per ricordarle che sì — era lei a dare - ma ero io a definire il momento.
Lei trattenne il respiro quando le mie dita raggiunsero il suo sesso fradicio. Non per timore. Per attesa. Perché sapeva benissimo cosa stessi per fare.
Davanti a lei, Enrico osservava. Non con imbarazzo. Non con rivendicazione. Ma con un orgoglio quieto, quasi fiero, come se il vedere Elisa offrire quella parte di sé, fosse un regalo anche per lui.
Poco dopo le dita vennero sostituite dal mio membro che puntava deciso verso ciò che desiderava dal giorno precedente. Lo puntava, ma non lo voleva subito, giocò, fuori, lento e inesorabile. Ogni tanto mi fermavo e facevo intendere era arrivata l’ora, ogni tanto scendevo verso il basso e stuzzicare ciò che conoscevo bene da ieri.
Quando finalmente decisi di prendere ciò che lei porgeva, il cambiamento nell’aria fu immediato. Elisa socchiuse gli occhi. Enrico fece un passo avanti, non per intervenire, ma per esserci. E io dentro lei, accogliendo quella richiesta con un’intenzione chiara, decisa, inequivocabile. «Brava», mormorai. La parola la attraversò come un tocco.
Un tremito leggero, subito percepito anche da Enrico. Lo vidi sorridere, non a me, ma a lei: un sorriso che diceva lo stai vivendo come volevi. Poi toccò a me chiudere il cerchio.
Poggiai sulle sue natiche le mie mani, allargai leggermente entrambe quasi per far spazio per quella presenza ingombrante che voleva farsi strada, avvicinandolo a me, prendendomene pieno possesso, senza doverlo mostrare, senza nominarlo. Il gesto parlava da sé.
Il respiro di Elisa si spezzò un istante. Quello di Enrico si fece più profondo. E in quel secondo esatto si capì tutto:
• lei era felice di aver ceduto
• io ero il destinatario naturale di quel dono
• lui era complice, non escluso, parte essenziale di quell’equilibrio
Un triangolo perfetto, fatto di ruoli scelti, non imposti.
Implacabile continuai sino a quando non sentii crollare Elisa su quel tavolino in cristallo che a fatica non si ruppe, e li salii con più decisione e più sentivo il suo orgasmo salire più acceleravo.
Il cristallo era completamente scivoloso, dal davanti lei regalò quanto non riusciva più a trattenere. Era una convulsione continua. Attimi che sembravano non finire mai. Sin alla mia esplosione, proprio lì, dietro, in profondità, con lei che di nuovo aumentò il livello dei suoi umori sul cristallo oramai allagato.
Quando venni con lei posai la mano sulla nuca sua nuca, guidandole il viso verso il mio per un istante breve ma intenso. Lei sospirò contro di me, un ringraziamento muto ma chiarissimo.
Ci baciammo, intensamente, come il giorno prima. Un bacio che non lasciava spazio a fraintendimenti.
Poi guardò Enrico. I suoi occhi erano lucidi, non per debolezza, ma per emozione pura. «Grazie… per lasciarmi vivere questo» gli disse.
Lui annuì, con una dolcezza matura, senza nessun bisogno di nascondere il suo compiacimento.
Li guardai entrambi. E fu evidente che il gesto che avevo appena compiuto non era solo mio, né solo per lei: era per tutti e tre.
Un rito condiviso. Un equilibrio nuovo. Una porta appena aperta su possibilità ancora più profonde.
La cena si svolse in un’atmosfera strana e perfetta: non c’era bisogno di parlare di ciò che era appena accaduto, ma ogni sguardo, ogni sorriso velato tra me, Elisa ed Enrico diceva che la dinamica ormai si era definita.
Elisa si muoveva tra tavola e cucina con una leggerezza nuova. Era serena. Quasi luminosa. Ogni volta che passava accanto a me, sfiorava la mia mano con un gesto minimo, impercettibile agli occhi di chiunque, ma chiarissimo per chi sapeva.
Enrico la guardava con quell’orgoglio calmo che aveva mostrato poco prima: non possessivo, non geloso, ma partecipe, consenziente, presente.
A un certo punto lei si sedette tra noi due, appoggiando una mano sulla mia coscia e una sulla sua spalla. Un gesto semplice, naturale, che suggellava il patto silenzioso della serata.
La cena scivolò via così: serena, complice, piena di qualcosa che non aveva bisogno di essere nominato.
Quando mi alzai per salutare, Elisa fu la prima ad arrivare vicino alla porta. Mi guardò negli occhi con quell’espressione che solo lei aveva: un misto di dolcezza, malizia e gratitudine.
«Per tutto,» disse sottovoce. E poi aggiunse: «A presto».
Enrico si avvicinò subito dopo, con un sorriso sincero. «Grazie di esserci stato… nel modo in cui ci serviva». Non serviva altro.
Uscì nel vialetto, l’aria fresca che sembrava riportarmi nel mondo reale, ma con una sensazione diversa addosso: la consapevolezza che nulla era casuale, che quella storia non si chiudeva lì.
Il taxi arrivò dopo pochi minuti. Mi sedetti sul sedile posteriore e, mentre il portone della loro casa si richiudeva piano, sentii vibrare il telefono.
Un messaggio. Da lei.
Solo tre parole: «Non finisce qui».
Mi appoggiai allo schienale, un sorriso inevitabile sul volto. Il taxi ripartì nella notte, portandomi via da loro ma non dalla dinamica che avevamo appena creato.
Bat23

Ps: questo racconto è la seconda parte intitolata Occhi di Ghiaccio. Se vi è piaciuto il racconto, lasciate un commento ed esprimete un voto.

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