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Lui & Lei

Pedalando lungo il fiume Pt.1


di Qua_per_sbaglio
02.03.2026    |    628    |    2 9.2
"Si mossero con una lentezza studiata, come se stesse esplorando una scoperta appena fatta..."
Il fiume in estate ha un odore particolare. Erba calda, acqua lenta, terra umida che trattiene il sole. È uno di quei percorsi che conosco a memoria: chilometri di sterrato, silenzio, il rumore ritmico delle ruote sulla ghiaia. Io pedalo per questo.
Per isolarmi.
Per pensare.

Eppure quel giorno non stavo pensando a niente finché non l’ho vista. Laura. Non sapevo ancora il suo nome, ovviamente. Ho visto prima il bianco abbagliante della sua pelle contro il verde dell’erba. Poi la linea del corpo disteso su un telo, completamente nudo, sotto il sole.

Era sola.

Non c’era nulla di timido in lei. Non era il nudismo distratto di chi evita lo sguardo. Il suo corpo era esposto con consapevolezza, con una sicurezza quasi provocatoria. Pelle matura, sì, ma tonica, curata. Lucida di sudore e crema solare. Una donna che non aveva nulla da nascondere. Ho rallentato senza rendermene conto. Il sentiero passava proprio davanti a quella piccola ansa del fiume, una spiaggia nascosta che conoscevo di vista. Sapevo che a volte veniva frequentata da naturisti. Ma non avevo mai visto nessuno così. Così sicura. Lei non si è coperta. Ha sollevato appena la testa, mi ha guardato passare. Non uno sguardo distratto. Uno sguardo diretto. Calcolato. Come se fossi io l’oggetto osservato.

Ho pedalato ancora dieci metri. Poi mi sono fermato con la scusa più banale del mondo: sete. Ho appoggiato la bici contro un albero. Mi sono tolto il casco. Il cuore mi batteva più veloce di quanto giustificasse la salita appena fatta. Non stavo facendo nulla di male. Stavo solo andando verso il fiume. Mentre camminavo sulla sabbia calda sentivo il suo sguardo sulla schiena. Non invadente. Non imbarazzato. Valutativo. Mi sono fermato a pochi metri dall’acqua e ho sfilato la maglia da ciclismo, intrisa di sudore. L’aria mi ha colpito la pelle calda. Ho sentito il contrasto del sole e dell’ombra degli alberi. Lei non si è mossa. Solo quando sono entrato in acqua fino alle ginocchia ho sentito la sua voce.

“Fa caldo per pedalare.” Voce bassa. Sicura. Con un accento leggermente marcato che tradiva origini del sud. Mi sono voltato verso di lei.
“Il caldo è il bello,” ho risposto.
“Ti fa sentire vivo.” Lei ha sorriso appena. Un sorriso lento.

“Anche prendere il sole senza vestiti fa sentire vivi.” Non c’era sfida nella sua frase. C’era constatazione. Mi sono immerso fino alla vita.

L’acqua fresca ha spento il bruciore dei muscoli, ma non quello che sentivo dentro. Quando sono tornato verso la riva, lei si era sollevata sui gomiti. Il corpo non nascosto, non coperto. Naturale. Eppure profondamente intenzionale.
“Non ti mette a disagio?” ho chiesto, indicando con un gesto vago la sua nudità e il sentiero.
“Il disagio è negli occhi di chi guarda,” ha risposto. “Io sono solo… libera.”

Libera.

C’era qualcosa di più in quella parola. Non era solo una naturista. Era una donna abituata a vivere secondo le proprie regole. Si vedeva nel modo in cui mi osservava, nel modo in cui non abbassava mai lo sguardo.

“E tu?” ha chiesto. “Ti senti libero?” Non ho risposto subito.

Ero in piedi davanti a lei, ancora con i pantaloncini da ciclista addosso, il corpo caldo e l’acqua che mi scivolava lungo il petto. Mi sentivo esposto, in un modo diverso dal suo. “Dipende da chi mi guarda,” ho detto infine. Il suo sorriso si è allargato.
“Allora resta un po’. Così capisci.”

Il vento muoveva le foglie sopra di noi. Il fiume scorreva lento. Nessuno intorno. Non c’era fretta. Non c’era bisogno di avvicinarsi troppo. La tensione stava tutta nella distanza. Io sulla sabbia ancora bagnato. Lei distesa, nuda, sotto il sole. Due sconosciuti che non si stavano più comportando come tali. E in quel silenzio carico di possibilità, ho capito che non mi ero fermato solo per bere. Mi ero fermato perché alcune strade non si percorrono pedalando. Si percorrono restando. Laura non era una donna che aspettava. Lo si capiva dal modo in cui si alzò dal telo senza fretta ma senza esitazione, scrollando via un po’ di sabbia dalle gambe come se ogni gesto fosse parte di una scena già pensata. Mi guardò negli occhi.

“Un bagno è più interessante in due,” disse. Poi inclinò appena la testa.
“Ma alle mie condizioni.” Non chiesi quali fossero. In qualche modo lo sapevo già. “Entrambi svestiti.” Lo disse con naturalezza, come se stesse proponendo di togliersi le scarpe prima di entrare in casa. Nessuna volgarità. Nessuna risata.

Solo un fatto. Il fiume scorreva lento accanto a noi. Il sentiero era silenzioso. Il mondo sembrava distante chilometri. La guardai un secondo di troppo. Lei non abbassò lo sguardo. Era una donna abituata a comandare le situazioni. A dettare ritmo e confini. Non c’era insicurezza nel suo corpo nudo, solo padronanza.

Mi tolsi i pantaloncini con un gesto controllato. Non per esibirmi. Per accettare la sfida. Entrammo in acqua insieme. Il contrasto tra il caldo della pelle e la freschezza del fiume fece trattenere il fiato a entrambi. L’acqua ci arrivava alla vita, poi al petto mentre avanzavamo verso un punto più profondo. Lei rideva piano. “Vedi? Molto meglio.” Il sole filtrava tra i rami, disegnando riflessi mobili sui nostri corpi. Non c’era più distanza, non c’erano tessuti, non c’erano ruoli sociali. Solo pelle, acqua e respiro. Poi accadde. Una pietra liscia sotto i suoi piedi. Un passo incerto. Il suo equilibrio che vacilla. Si aggrappò a me. Non fu un gesto teatrale. Fu rapido. Istintivo. Le sue mani contro il mio petto, il suo corpo che si preme contro il mio per non scivolare. Ma non si ritrasse subito. Restò così. Sentii il suo respiro cambiare appena.

Sentii anche il mio tradirmi, il corpo che reagiva alla vicinanza, al contatto, al calore che l’acqua non riusciva a raffreddare. I suoi occhi scesero per un istante. Un sorriso lento, consapevole.
“Ah…” mormorò, quasi divertita.
“Il ciclista è più reattivo di quanto sembri.” Le sue mani non si staccarono. Anzi. Si mossero con una lentezza studiata, come se stesse esplorando una scoperta appena fatta. Non c’era fretta, non c’era aggressività. Solo curiosità maliziosa. Il mio respiro si fece più profondo. Istintivamente, le mie mani cercarono il suo corpo. Non per possederlo, ma per rispondere. Le dita risalirono lungo i suoi fianchi, si fermarono sul calore della sua pelle bagnata, poi più su, dove il cuore batteva forte sotto il sole e l’acqua. Lei non si tirò indietro. Anzi, si avvicinò ancora, riducendo a zero lo spazio tra noi. L’acqua ci avvolgeva, mascherava i movimenti, rendeva tutto più lento e più intenso allo stesso tempo. Non c’erano parole adesso. Solo il rumore del fiume. Le sue mani che continuavano quel gioco silenzioso, provocatorio ma controllato. Le mie che rispondevano con la stessa misura, la stessa intenzione. Laura non era impulsiva. Era strategica. Ogni gesto era una domanda. Ogni carezza, una risposta. E in quell’ansa nascosta del fiume, sotto il sole del pomeriggio, capii che non era stato un incontro casuale. Era stato un invito. E io avevo scelto di accettarlo.
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