Gli appunti a lezione (parte 1)
Più tardi appoggio il telefono sul banco, lo schermo resta acceso senza che io faccia nulla, e continuo a prendere appunti, incrocio le gambe, ascolto a metà, finché percepisco quel vuoto nell’aria, quel fermarsi improvviso. Si avvicina per chiedermi qualcosa e si blocca, gli occhi che scendono sullo schermo, su quell’immagine mia elegante e intensa, più mentale che esposta. Non dico nulla, lascio che guardi, che immagini, che si perda nel dubbio. Solo dopo alzo lo sguardo e chiedo, piano: «Dimmi… avevi bisogno?» La risposta arriva, ma lei non è più davvero lì, il corpo tradisce ciò che la testa non osa ancora ammettere. Chiudo lo schermo con lentezza, un sorriso appena accennato, sapendo che ormai il gioco è iniziato e la sua incertezza è diventata attesa.
In quel momento, mentre torno apparentemente alla lezione, sento qualcosa spostarsi dentro di me. Non è imbarazzo, è eccitazione sottile, un brivido che mi attraversa la schiena e mi fa sentire viva, desiderata senza aver ancora mosso un dito. Il cuore accelera, il respiro si fa più profondo, il calore diffuso sotto la pelle mi fa percepire ogni centimetro di contatto, ogni minimo sfioramento. So che lei è ancora lì, che non ha smesso di guardarmi, e questa consapevolezza mi fa sorridere senza volerlo. Non faccio nulla di plateale, eppure sento l’aria elettrica, carica, intima, pronta a esplodere se lasciata andare.
Passano giorni senza vedersi, senza sfiorarsi nemmeno con lo sguardo, e quell’assenza lavora sotto pelle più di qualunque presenza. Poi succede una mattina, prima della lezione: entro nel bagno per un gesto automatico, e la trovo davanti allo specchio, mentre si lava le mani. Per un istante nessuna di noi parla. La vedo irrigidirsi nel riflesso, riconoscermi prima ancora di voltarsi, e sento quel silenzio farsi carico di tutto ciò che non è stato detto nei giorni precedenti. Mi avvicino al lavandino accanto al suo, poso la borsa con calma, come se fosse un incontro qualsiasi, ma dentro sento la tensione che mi percorre la schiena. Incrociamo lo sguardo nello specchio, non direttamente, e in quell’angolo riflesso c’è più intimità che in mille parole. «Che ne dici, dopo… prendiamo qualcosa da bere?» sussurro piano, la voce morbida e seducente. Esita un attimo, e quell’attimo basta a far vibrare l’aria tra di noi. Annuisce, imbarazzata ma incuriosita, e mentre si asciuga le mani sento un brivido percorrermi la schiena, consapevole della tensione che il mio invito ha acceso.
Più tardi, al bancone, le luci calde e il rumore dei bicchieri creano l’atmosfera giusta. Parliamo poco, ci bastano gli sguardi e i gesti minimi che dicono tutto senza parole. Poi, tra la folla, Ely vede un’amica e si avvicina per salutarla. L’abbraccio nasce spontaneo, ma dura più del necessario, il corpo che si appoggia con una familiarità intensa, quasi morbosa, le mani che restano dove non ci si aspetterebbe. Io la osservo, divertita e incuriosita, sentendo il calore di quell’abbraccio trasformare l’aria in qualcosa di vivo, pulsante. Quando si stacca, torna al bancone, sorride appena, prende il bicchiere, e so che quel momento inatteso ha cambiato tutto, rendendo il gioco tra noi più elettrico e imprevedibile.
Resto immobile, la guardo prendere il bicchiere, e la sento inclinare la testa mentre lo finisce in un solo sorso. Il gesto deciso, quasi audace, carica l’aria di un’energia nuova. Poi abbassa il bicchiere e mi guarda con uno strano misto di imbarazzo e sincerità. «Era una mia ex…» sussurra, la voce più bassa, vulnerabile, «una che… non ho ancora dimenticato del tutto». Il rossore sulle sue guance è evidente; ogni parola diventa un filo che si intreccia al gioco iniziato giorni prima. Sorrido appena, lasciando che la tensione aumenti, il calore diffuso che sento tra di noi.
Mi inclino verso di lei, le sfioro i capelli che le cadono sulle orecchie e li sposto dietro con delicatezza, sentendo il tremito leggero che accompagna il gesto. Porto le labbra sulla sua guancia e le do un bacio tenero, lento, quasi impercettibile, e poi sussurro all’orecchio: «Potrei essere io… a farti dimenticare tutto il resto». Il brivido le percorre la schiena, il respiro si fa più profondo, la sento vibrante accanto a me, sospesa tra curiosità e desiderio.
Prendo la borsa, pago con calma, senza distogliere gli occhi dai suoi, poi le allungo la mano. La prende, un po’ esitante, un po’ curiosa, e io la accompagno fuori dal locale. L’aria fresca di venerdì ci avvolge, leggera ma densa di possibilità. Ogni passo insieme è un piccolo gioco di complicità, silenzioso e potente, il sorriso sulle sue labbra, la tensione nel suo corpo, tutto diventa parte del nostro dialogo invisibile, un preludio perfetto a ciò che ancora deve accadere...
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