Prime Esperienze
Il chiaro di luna
26.02.2026 |
1.167 |
3
"L’ho sollevata appena, ridendo piano quando l’acqua ci ha spruzzati, e l’ho appoggiata nel punto in cui le onde arrivavano morbide e si ritiravano lente..."
Il rumore del mare quella sera sembrava più forte del solito. O forse ero io ad avere il cuore che batteva troppo in fretta.Chiara era lì. Davvero lì. Non più uno schermo, non più una voce che si interrompeva per la connessione instabile. Era arrivata nel pomeriggio con quel vestito leggero che il vento faceva aderire al corpo in modo quasi crudele. L’avevo abbracciata, sì… ma troppo in fretta, troppo impacciato. Poi mi ero rifugiato nella mia comfort zone: i miei amici, le battute, una birra in mano per non sapere dove mettere le dita.
La osservavo senza farmi notare.
Chiara non è una che passa inosservata. Rideva, i capelli sciolti sulle spalle, la pelle dorata dal sole del viaggio. E quando si è accorta che restavo a distanza… qualcosa nel suo sguardo è cambiato.
Ha iniziato a giocare.
Si avvicinava ai miei amici, sfiorava un braccio, sussurrava qualcosa all’orecchio di Luca facendolo arrossire. Rideva troppo forte alle battute di Marco. Ogni tanto incrociava i miei occhi, ma non c’era dolcezza in quello sguardo. C’era una sfida.
E io bruciavo.
Non ero geloso solo perché flirtava. Ero geloso perché sapevo che lo stava facendo per me. Per scuotermi. Per costringermi a uscire dal mio silenzio.
La festa in spiaggia si è accesa col buio. Le casse pompavano musica, la sabbia vibrava sotto i piedi, le luci delle torce disegnavano ombre lunghe sui corpi che ballavano. L’aria sapeva di sale e di desiderio.
Chiara ballava a pochi metri da me. Il vestito le scivolava sui fianchi mentre si muoveva lenta, consapevole. Ogni gesto sembrava studiato per farmi impazzire. E funzionava.
Quando uno dei miei amici le ha appoggiato le mani sui fianchi per ballare, ho sentito qualcosa spezzarsi dentro. Non rabbia. Paura.
Paura di perderla prima ancora di averla davvero.
Non ho pensato. Ho agito.
Mi sono avvicinato, ho preso la sua mano senza dire una parola. Calda. Viva. Lei si è irrigidita un secondo, sorpresa. Poi ha lasciato che la guidassi via dalla musica, lontano dalle luci, verso la riva.
La sabbia era più fredda lì, umida sotto i piedi. Il mare si stendeva scuro davanti a noi, la luna riflessa sull’acqua come una strada d’argento.
«Adesso ti ricordi che esisto?» ha detto, con quella voce che mi aveva tenuto sveglio tante notti in videochiamata.
Le ho preso il viso tra le mani. «Non ho mai smesso.»
Il primo bacio è stato lento, profondo, carico di settimane di attesa. Le sue dita nei miei capelli. Le mie mani che finalmente imparavano le curve del suo corpo senza più uno schermo a separarci.
Il vento le sollevava il vestito, facendolo aderire alla pelle. L’ho guardata negli occhi, poi, con un gesto che non ammetteva più esitazioni, mi sono sfilato la maglia. Sentivo il suo sguardo su di me, caldo quasi quanto le sue mani quando hanno sfiorato il mio petto.
Le mie dita sono salite lungo le sue spalle, hanno trovato le spalline del vestito. L’ho fatto scivolare giù lentamente, lasciando che il tessuto scendesse lungo il suo corpo fino alla sabbia umida. È rimasta in costume davanti a me, illuminata dalla luna, bellissima in modo quasi disarmante.
Non abbiamo detto nulla.
L’ho presa per mano e l’ho trascinata verso l’acqua.
Le onde leggere ci hanno avvolti fino alle cosce, poi ai fianchi. Il mare era fresco, ma il mio corpo era in fiamme. L’ho sollevata appena, ridendo piano quando l’acqua ci ha spruzzati, e l’ho appoggiata nel punto in cui le onde arrivavano morbide e si ritiravano lente.
Ero sopra di lei, le mani ai lati del suo corpo, senza toccarla davvero. Solo sfiorandola. Solo abbastanza da farle sentire quanto la desideravo.
Lei mi ha guardato con quel sorriso che era metà provocazione e metà resa.
«Scusa… alla festa non ti facevi problemi a slacciare i costumi delle altre…» ha sussurrato, il fiato caldo contro il mio collo. «Ma il mio ancora non l’hai slacciato.»
Quella frase mi ha attraversato come una scossa.
Le mie dita hanno seguito la linea dei suoi fianchi, lente, consapevoli. Non c’era fretta. Volevo sentire ogni respiro che cambiava ritmo, ogni brivido che le attraversava la pelle. Ho sciolto il nodo con calma, lasciando che fosse il mare a coprirci e scoprirci a tratti.
Mi sono chinato su di lei, lasciando una scia di baci lungo il collo, sulle spalle, seguendo la linea del suo corpo senza oltrepassare quel confine sottile che rende l’attesa quasi insopportabile. Ogni volta che le mie labbra sfioravano la sua pelle, sentivo le sue mani stringermi più forte.
Lei non era più la ragazza che cercava di farmi ingelosire.
Era lì, sotto di me, con gli occhi scuri pieni di desiderio. Le sue dita scorrevano lungo la mia schiena, poi sui fianchi, attirandomi più vicino, come se volesse cancellare ogni millimetro di distanza rimasto tra noi.
L’acqua ci cullava, le onde arrivavano leggere, si infrangevano contro i nostri corpi e si ritiravano, lasciando sulla pelle una scia salata e luminosa. Il mio respiro era irregolare, il cuore martellava. Ogni contatto era amplificato, ogni sfioramento diventava elettricità.
«Allora?» ha sussurrato contro la mia bocca.
Non ho risposto con parole.
Ho sollevato lo sguardo verso di lei e l’ho baciata di nuovo, più profondamente, lasciando che tutta la gelosia, la paura, l’attesa si trasformassero in qualcosa di diverso. In qualcosa di finalmente nostro.
Non c’era più la festa. Non c’erano più gli amici.
Solo io e lei.
E il mare che custodiva il nostro segreto sotto la luna, mentre la distanza che ci aveva tenuti separati per mesi si scioglieva tra le onde.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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