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Lui & Lei

Quella sera alla Mela Stregata


di TETSUYA
25.10.2026    |    351    |    0 9.0
"Con gesti sempre più sicuri, mi aiutò a liberarmi dalla cintura e dai bottoni dei jeans..."
Ero al bar.

Una sera, dopo aver litigato con alcuni colleghi al lavoro, decisi che, per evitare ulteriori problemi, la cosa migliore fosse salire in moto e andare a bere una birra nel solito locale in centro.

Era un posto ben frequentato, uno di quei locali in cui a volte si ha la fortuna di fare amicizia con qualcuno, anche solo per trascorrere un po’ di tempo in compagnia, per poi salutarsi e non rivedersi mai più.

Quella sera parcheggiai la moto ed entrai con un’espressione diversa dal solito. Ero ancora nervoso per la discussione avuta poche ore prima e il mio viso parlava per me.

Il proprietario del locale se ne accorse e mi chiese come mai fossi solo.

Gli risposi con il mio solito cinismo:

«Meglio stare da soli con un bel bicchiere di birra, stasera».

Al bancone c’era un gruppo di ragazzi. Tra loro, una ragazza bionda, alta e slanciata, che, di fronte al mio atteggiamento da smargiasso, mi guardò con sufficienza.

Per un istante i nostri occhi si incrociarono. Poi lei rimase con i suoi amici, mentre io continuai a chiacchierare del più e del meno con il proprietario.

Ogni tanto, però, avevo la sensazione che i suoi occhi si posassero dalla nostra parte.

Quando non riuscii più a sopportare quella sensazione, mi girai verso di lei. Essere osservato senza capirne il motivo è una cosa che tollero poco.

«Forse è meglio che ti concentri su qualcos’altro. Non vorrei che il tuo ragazzo si offendesse».

Lei sgranò i suoi occhi neri e mi rispose:

«Se me lo trovi tu, un ragazzo! Loro sono solo amici».

Le chiesi scusa, spiegandole che non ero sempre così stronzo.

Senza farsi problemi, avvicinò il suo sgabello al mio e cominciammo a parlare. Cose futili, domande innocue. Di dov’era, che lavoro facesse, da dove venisse.

Dal suo accento intuivo una provenienza settentrionale. Mi raccontò che era a Roma per lavoro, che veniva da una località vicino a Milano e che si trovava nella capitale per allestire la vetrina di un importante negozio del centro in vista del Natale.

Continuammo a chiacchierare ancora per un po’.

Poi, forse complice la seconda birra, forse perché cominciavo a sentirmi attratto da lei, iniziai a guardarla con maggiore malizia.

Avevo già notato che era bella, ma quelle autoreggenti che facevano capolino dal bordo del vestitino erano un richiamo difficile da ignorare.

Glielo feci notare e lei, con un sorriso, mi rispose che probabilmente la giornata, in fondo, non era stata tutta da buttare.

Nel frattempo, il mio corpo aveva cominciato a tradire apertamente il mio interesse. Il gonfiore era evidente sotto i jeans, che mi stringevano più del solito. Cercavo di sistemarmi sullo sgabello per trovare una posizione meno scomoda, ma non era facile.

A un certo punto mi alzai e mi sistemai le tasche, cercando di nascondere il disagio.

Un movimento che non passò inosservato.

Lei abbassò lo sguardo e si lasciò sfuggire soltanto un:

«Wow!».

Imbarazzato, le sorrisi e le attribuii dolcemente la colpa di quella situazione.

«Colpa delle tue autoreggenti, tesoro».

Mi disse di non preoccuparmi e aggiunse che, di lì a poco, avrebbe dovuto andare via.

Pensai che la serata sarebbe finita così, con me che sarei tornato a casa da solo, a smaltire la delusione.

Poi, però, mi sussurrò all’orecchio di accompagnarla alla macchina.

Ovviamente, accettai.

Salutò i suoi amici e ci incamminammo verso la sua auto. Durante il tragitto continuammo a stuzzicarci.

Per qualche passo la lasciai camminare davanti a me, così da poterle ammirare meglio il fondoschiena. Lei si era accorta benissimo dell’effetto che mi faceva e io, ormai, non avevo più motivo di nasconderlo.

Le chiesi di continuare a camminare così, giusto per capire se la mia reazione fosse davvero tutta colpa sua.

Le bastò un attimo per confermarmi che sì, la responsabilità era interamente sua.

E, maledetta lei, camminava con un movimento dei fianchi che avrebbe fatto perdere la concentrazione a chiunque.

Le sorrisi e le confermai che non avevo dubbi: era tutta colpa sua.

L’auto era parcheggiata in un vicoletto di Roma, relativamente buio, illuminato soltanto da pochi lampioni dalla luce gialla.

Era tardi. Ci fermammo lì, con l’idea di salutarci.

Ormai avevo capito che la serata si sarebbe conclusa così.

Le chiesi il numero di telefono. Mentre cercavo di posare il casco per prendere il cellulare dalla tasca, sentii la sua mano avvicinarsi ai miei pantaloni.

«Vuoi una mano a tirare fuori il telefono?», mi chiese con aria maliziosa.

La guardai e risposi soltanto:

«Tiralo fuori!».

Naturalmente, non stava cercando il telefono.

Cominciò ad accarezzarmi attraverso i pantaloni, stringendomi con entrambe le mani. Sembrava sorpresa dalle mie dimensioni e curiosa di scoprire di più.

Poi aprì lo sportello dell’auto e si sedette all’interno, lasciandolo aperto in modo da nasconderci parzialmente alla vista.

Con gesti sempre più sicuri, mi aiutò a liberarmi dalla cintura e dai bottoni dei jeans. Quando finalmente mi ebbe davanti, mi guardò con un’espressione che non dimenticherò facilmente.

Il casco era appoggiato sul tetto della macchina e io tenevo le mani sul bordo, cercando un appoggio.

Poi sentii il calore della sua bocca e il contatto delle sue labbra.

Chiusi gli occhi.

Il rumore dei suoi movimenti, le sue carezze e il modo in cui sembrava concentrata su di me mi fecero dimenticare, per qualche minuto, tutto il resto: il lavoro, la discussione con i colleghi, il nervosismo che mi aveva accompagnato fino al bar.

Le dissi che avrei voluto andare oltre, ma lei mi rispose che non poteva.

«Adesso stai zitto e goditi questo momento di felicità».

Non insistetti. Mi lasciai andare a quel momento, cercando di viverlo senza pensare a ciò che sarebbe successo dopo.

A un certo punto le chiesi ancora se avesse voglia di stare con me, ma lei mi zittì dolcemente, invitandomi a non rovinare quell’attimo con troppe parole.

Quando sentii che stavo per raggiungere l’apice, glielo dissi. Lei continuò ad accarezzarmi finché non arrivai all’orgasmo.

Avevo gli occhi spalancati, il respiro affannato e un sorriso incredulo stampato sul viso.

Ero eccitato come un toro e felice come un bambino la notte di Natale.

La guardai e le dissi quanto fosse stata brava e quanto mi avesse fatto godere.

Lei mi fissò, ancora sorpresa.

«Ma che cazzo hai? È enorme!».

Le sorrisi e le risposi che, se avesse avuto il coraggio di andare oltre, probabilmente sarebbe stata ancora meglio.

Rimanemmo a parlare ancora per un po’. Ci scambiammo i numeri di telefono, con la promessa che ci saremmo rivisti il giorno successivo.

La baciai dolcemente sulle labbra. Avvertii ancora il profumo della nostra intimità e, per un istante, ebbi la sensazione che quella notte non fosse ancora finita.

Mi riaccompagnò alla moto. La salutai e la guardai allontanarsi.

Appena ripartito, provai a scriverle su WhatsApp.

Comparve una sola spunta grigia.

Pensai che avesse il telefono spento.

Il giorno dopo, però, la spunta era ancora lì.

Passarono i giorni, poi le settimane. Quella singola spunta non cambiò mai.

Oggi, a distanza di un anno, riguardo ancora quella conversazione. E nulla è cambiato.

Ogni tanto ripenso a quella sera. A quel bar, a quel vicoletto illuminato dai lampioni gialli, a quella ragazza bionda dagli occhi neri che, per qualche ora, era riuscita a farmi dimenticare tutto.

Ogni tanto mi ritrovo ancora a pensare a lei.

E, qualche volta, a rivivere quei momenti nella mia intimità.

Non so chi fosse davvero, né perché sia sparita senza lasciare traccia. Non so se quella sera abbia rappresentato qualcosa anche per lei o se, per quanto mi riguarda, sia stata soltanto una parentesi nella sua vita.

So soltanto che, a volte, le persone che incontriamo per caso riescono a lasciarci un ricordo più forte di quelle che frequentiamo per anni.

E lei, nonostante tutto, è rimasta lì.

In una conversazione con una sola spunta grigia. Ed a volte lo ammetto… ancora ci penso quando voglio tenermi da solo, il cazzo in mano.
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