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Lui & Lei

Tahiti – Il respiro delle maree


di Membro VIP di Annunci69.it Lupo_cattivo
19.10.2025    |    343    |    3 8.7
"Era come se tutto, in quel momento, fosse tornato al suo posto: la luce, il mare, il battito..."
Arrivai a Tahiti senza un motivo preciso.
Dopo mesi di viaggi, di aeroporti e luci che si confondono, avevo solo bisogno di fermarmi da qualche parte dove il tempo non chiedesse nulla.
Avevo finito un lavoro a Papeete, ma restai. Non per un progetto, non per qualcuno. Solo per ascoltare il suono del mare senza doverlo fotografare.

Affittai una piccola casa sul bordo dell’acqua, dove il legno sapeva di sale e i giorni scorrevano come onde pigre.
Ogni mattina aprivo le imposte e guardavo la barriera corallina brillare di luce.
Non facevo nulla di importante: scrivevo appunti, camminavo, cercavo di dimenticare il rumore delle città che mi erano rimaste addosso.

Fu lì che la incontrai.

Non so se fosse il mare a portarla ogni giorno nello stesso punto, o se fossi io a inseguire il suo orario.
La prima volta era seduta su un tronco, con una chitarra sulle ginocchia.
Cantava una melodia che sembrava uscire dall’acqua.
Aveva il viso calmo, i capelli raccolti e un sorriso che arrivava piano, come il vento della sera.

Mi fermai ad ascoltarla.
Quando smise, si voltò e mi disse, in un italiano incerto ma caldo:
“Lei non è di qui.”
“No,” risposi. “Sono solo di passaggio.”
“Qui nessuno è solo di passaggio. O si arriva, o si resta.”

Ci fu silenzio.
Poi lei sorrise e aggiunse: “Allora siediti. Finché resti, sei di qui anche tu.”

Si chiamava Maeva, che in tahitiano significa “benvenuta”.
Un nome che sembrava già una promessa.
Aveva vissuto a Parigi per anni, poi era tornata sull’isola. “Troppa velocità,” mi disse. “Il mare non corre mai.”

Da quel giorno, ci incontrammo spesso.
Camminavamo lungo la spiaggia quando il sole si abbassava, e lei mi raccontava storie di mare, di venti, di antenati che conoscevano il nome di ogni onda.
Io ascoltavo, e ogni tanto scattavo una foto, ma solo per me.
Non per pubblicare.
Per ricordare come si guarda qualcuno quando non serve più un motivo.

Una sera, tornai sulla spiaggia e lei era lì, con due bicchieri e una bottiglia di rum chiaro.
“Per i viaggiatori che dimenticano dove andare”, disse.
Sedemmo sulla sabbia.
L’aria era tiepida, il cielo bruciava di rosso e oro.

“Ti piace fotografare il tramonto?” mi chiese.
“No. È troppo perfetto.
Preferisco il momento dopo, quando resta solo la luce che non si arrende.”
Lei rise piano. “Allora tu non cerchi la bellezza. Cerchi quello che rimane.”
“Forse sì,” dissi.
“E io?”
“Tu sei il momento che resta.”

Non rispose.
Guardò il mare e sollevò il bicchiere.
“Alla luce che non finisce.”

Il vento si alzò, leggero.
Senza accorgercene, ci eravamo avvicinati.
La sua mano trovò la mia, naturale come un respiro.
Non era desiderio, era riconoscimento.
Quel tipo di vicinanza che non nasce dal corpo ma da una memoria più antica.

Restammo così, senza parlare, a guardare il mare che si muoveva piano.
Quando si voltò, aveva gli occhi pieni di luce.
Non so chi si sia mosso per primo, ma il bacio arrivò come la cosa più semplice del mondo — lento, dolce, pieno di calma.
Sapeva di sale e di silenzio.

Non c’era fretta, né bisogno di spiegare.
Era come se tutto, in quel momento, fosse tornato al suo posto: la luce, il mare, il battito.
Era la risposta che non sapevo di aspettare.

Quando ci separammo, lei appoggiò la fronte alla mia.
“Domani,” disse. “Ci sarà ancora luce, anche se non saremo qui.”
Ho chiuso gli occhi e per un attimo ho creduto che tutto fosse eterno.

Il giorno dopo, lei non venne.
Il mare era più calmo, quasi immobile.
Camminai sulla spiaggia e trovai, sulla sabbia, la sua chitarra coperta da un telo.
Sopra, una conchiglia grande e levigata.
Sotto, un biglietto scritto a matita:
“Per chi sa vedere anche quando la luce finisce.”

L’ho presa con me, senza leggere altro.
Sono tornato alla mia casa, ho lasciato la macchina fotografica sul tavolo, e per la prima volta dopo molto tempo ho sentito che potevo fermarmi.

Ogni sera, da allora, esco a guardare il mare.
Il cielo cambia, le onde anche, ma l’aria resta la stessa.
E ogni volta che il vento mi sfiora, penso che forse l’amore non è una storia — è solo un luogo in cui, per un attimo, il tempo si ferma e respira con te.
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