Una sera ad Ankara part.1
WetSkin
è che, alla fine, non hai più voglia nemmeno di guardare una bustina di
zucchero.
Ero arrivato ad Ankara il giorno prima, dopo uno scalo a Istanbul, uno
di quelli in cui dell'omonima città vedi soltanto i corridoi
dell'aeroporto e i cartelli che indicano il prossimo gate.
Il mio cliente produceva dolci. Avevo passato ore tra macchinari, linee
di produzione, discussioni tecniche e assaggi che all'inizio avevo accolto
con entusiasmo, ma che verso il pomeriggio erano diventati una specie
di prova di resistenza.
Il tutto condito dal mio inglese, che definire fluente sarebbe stato un
atto di generosità.
Me la cavo. Riesco a farmi capire. Ma quando devo improvvisare una
conversazione, soprattutto dopo dieci ore di lavoro, il mio vocabolario
sembra improvvisamente ridursi a quello di un ragazzino delle medie.
Quella sera rientrai al Coroner Hotel, a Sincan, con un unico desiderio:
liberarmi della giacca, fare una doccia e trovare qualcosa di salato da
mangiare.
Dopo la doccia, però, la stanchezza aveva lasciato il posto a quella
strana irrequietezza che mi prende quando sono in viaggio. Non avevo
voglia di chiudermi in camera.
Uscii.
L'aria era fresca, con quell'odore di asfalto umido che rimane dopo la
pioggia. Camminai senza una meta precisa, osservando le insegne dei
negozi, cercando di riconoscere qualche parola turca e fallendo quasi
sempre.
Entrai in un piccolo locale ancora aperto.
Ordinai un tè, senza zucchero naturalmente, e mi sistemai a un
tavolino vicino alla finestra.
Fu allora che la notai.
Era seduta poco distante, con un libro aperto e il telefono accanto alla
tazza. Aveva i capelli raccolti in modo piuttosto disordinato e ogni
tanto si portava una ciocca dietro l'orecchio, salvo ritrovarsela davanti
agli occhi pochi minuti dopo.
Non era tanto il suo aspetto ad attirarmi. Era il modo in cui leggeva.
Ogni tanto si fermava, tornava indietro di qualche riga, sorrideva
appena. Una volta scosse addirittura la testa, come se non fosse
d'accordo con qualcuno.
Mi ritrovai a sorridere anch'io.
Probabilmente se ne accorse, perché alzò gli occhi.
«What?»
Una parola sola. Per fortuna il mio inglese era sufficiente.
«Nothing... You seem to be arguing with your book.»
Mi guardò sorpresa, poi scoppiò a ridere.
«Sometimes books say stupid things.»
«People too», risposi.
Rise di nuovo.
Era cominciata così.
Non ricordo esattamente come ci ritrovammo seduti allo stesso tavolo.
Ricordo invece che la conversazione procedeva tra frasi semplici,
qualche parola cercata sul telefono e diversi malintesi che finivano per
farci ridere.
Quando le raccontai che ero in Turchia per lavoro e che il mio cliente
produceva dolci, mi chiese se fosse il lavoro dei miei sogni.
«After today? No more sweets for six months.»
«Six months?»
«Maybe seven.»
Mi guardò con aria incredula.
«Italian man doesn't like sweets?»
«Italian man likes many things. Sweets are not always first.»
Lo dissi senza pensarci troppo.
Lei sollevò appena un sopracciglio.
«Interesting.»
E tornò a bere il suo tè.
Fu la prima volta, quella sera, che mi domandai se dietro quel sorriso ci
fosse qualcosa di più di una semplice conversazione piacevole.
Continuammo a parlare. O meglio, a provarci.
Mi raccontò qualcosa della sua vita, del lavoro, di un viaggio che
avrebbe voluto fare. Io tentavo di seguirla, perdendo ogni tanto una
parola, ma capendo sorprendentemente bene il senso di ciò che voleva
dire.
A un certo punto smise di parlare e mi guardò.
«You don't understand everything, right?»
Scoppiai a ridere.
«Not everything. But I'm trying very hard.»
«I noticed.»
«Is it working?»
Ci pensò un istante.
«More than you think.»
Non so perché quella frase mi rimase impressa.
Forse per il modo in cui l'aveva pronunciata. O perché, nel dirla, aveva
smesso di sorridere per qualche secondo.
Quando uscimmo, la strada era quasi deserta.
Camminavamo lentamente, con quella naturalezza insolita che a volte
si crea tra due sconosciuti. Non avevamo una vera destinazione. Ogni
tanto le nostre braccia si sfioravano, e nessuno dei due sembrava
preoccuparsi di evitarlo.
Davanti a una vetrina illuminata si fermò per mostrarmi qualcosa.
Mi avvicinai per guardare.
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
Commenti per Una sera ad Ankara part.1:

Discussioni sul pianeta Swinger e non solo...
