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Lui & Lei

Scollature e volantini


di Singoloal50percento
31.10.2026    |    1.100    |    1 8.8
"» Romolo le tenne la testa e cominciò a spingere tra quelle tette morbide e pesanti..."
Marina aveva cinquantacinque anni e un corpo che ancora sapeva farsi notare. Ogni mattina, sotto il palazzo di uffici in zona Prati, stava lì con la sua borsa di volantini, minigonna nera che le saliva appena si piegava, scollatura ampia che lasciava indovinare il seno pieno e ancora sodo. I tacchi non erano altissimi, ma bastavano a farle muovere le anche con quella naturalezza lenta e consapevole che faceva girare la testa a più di un passante.
Romolo la vedeva da mesi. Quarantiquattro anni, impiegato, camicia e cravatta, occhiali da vista che a volte si toglieva per osservarla meglio mentre scendeva le scale. Si salutavano. “Buongiorno.” “Ciao.” Poi un sorriso, qualche battuta sul tempo o su un volantino particolarmente ridicolo. Lei rideva sempre con quella voce un po’ rauca, e lui non riusciva a non guardarle il seno quando si chinava a raccogliere qualcosa. Marina se ne accorgeva. Non abbassava lo sguardo. Anzi, a volte gli reggeva lo sguardo un secondo di troppo, con una malizia leggera, quasi divertita.
Poi Romolo mancò per quasi due settimane. Quando riapparve, lei era lì, come sempre. Si fermarono più a lungo del solito.
«Mi ero quasi abituata a non vederti», disse lei, sistemandosi un ciuffo dietro l’orecchio.
«Lavoro fuori sede. Mi dispiace.»
Si presentarono finalmente. Marina e Romolo. I nomi resero tutto più concreto, più vicino. Da quel giorno la confidenza crebbe. Lui non riusciva più a tenere gli occhi soltanto sul suo viso: scivolavano sulle labbra, sulla scollatura, sulle cosce che la minigonna lasciava scoperte. Lei non si imbarazzava. Anzi, a volte si voltava di profilo proprio mentre parlava, lasciando che la luce gli facesse vedere meglio la curva del seno.
Un pomeriggio di ottobre, dopo il cambio dell’ora, la luce scendeva già presto. Romolo uscì dall’ufficio e la trovò ancora lì, ultimi volantini in mano.
«Finito?» chiese lei.
«Sì. Vuoi… un caffè? Al bar qui sotto. Solo per chiacchierare un po’.»
Marina sorrise. «Quasi per gioco, eh?»
Andarono. Parlarono dei rispettivi lavori, dei passanti strani del quartiere, di una vecchina che ogni giorno comprava tre panini e li dava ai gatti. Ridevano. Il tempo passò. Quando uscirono era quasi buio.
Romolo aveva la macchina parcheggiata a due isolati di distanza. Dopo il caffè, mentre uscivano dal bar, le aveva detto:
«Ti porto a casa. È buio già e fa fresco.»
Marina aveva annuito, con quel sorriso lento che gli faceva già indurire il cazzo. Si erano seduti nell’abitacolo. L’odore di lei — profumo leggero, pelle calda, un accenno di sudore dolce — riempì subito l’aria chiusa. Partì. Guidò piano, una mano sul volante, l’altra già posata sulla coscia di lei, appena sotto l’orlo della minigonna. Marina non la scostò. Anzi, aprì un poco le ginocchia e gli fece scivolare le dita più in alto, fino a sentire il calore umido della slip.
«Sei già bagnata», mormorò lui, gli occhi sulla strada.
«Da quando ti ho visto scendere le scale», rispose lei, voce bassa. «Ogni giorno. Oggi di più.»
Vicino a casa sua c’era un piccolo parcheggio interno, semi-deserto a quell’ora. Romolo entrò, spense il motore, lasciò le luci di posizione. Il silenzio era rotto solo dal ticchettio del motore che si raffreddava e dal respiro di entrambi. Si guardarono. Non ci fu bisogno di fingere.
Marina si sfilò la cintura e si voltò verso di lui. Le mani di Romolo le salirono sotto la maglietta scollata, le liberarono i seni pesanti e ancora sodi. Li prese in mano, li strinse, ci mise la bocca sopra. Marina gemette, gli tenne la testa premuta contro il petto mentre lui le succhiava i capezzoli, li leccava, li mordeva piano.
«Cazzo… che tette», borbottò contro la pelle. «Le guardo da mesi e non sapevo se erano così belle.»
Lei gli sfilò gli occhiali, glieli appoggiò sul cruscotto, poi gli sbottonò la camicia con fretta. Le mani scesero sulla cintura, aprirono i pantaloni, tirarono fuori il cazzo già duro e caldo. Lo accarezzò, lo strinse, gli fece scivolare il prepuzio su e giù mentre lui le succhiava un seno e le stringeva l’altro.
«Sali», le disse lui, la voce roca.
Marina si tolse le mutandine con un movimento unico, le lasciò cadere sul tappetino. Si arrampicò su di lui, gambe aperte ai lati del sedile del guidatore. Si abbassò lentamente, guidando il cazzo con una mano fino a sentirlo spingere dentro. Entrò tutto, fino in fondo. Entrambi gemettero. Lei era stretta, calda, già scivolosa. Si mosse subito, su e giù, le tette che oscillavano sotto il naso di lui. Romolo le prese per i fianchi e la aiutò, spingendo dal basso, il suono umido della carne che batteva contro la carne riempiva l’abitacolo.
«Più forte», gli sussurrò lei all’orecchio. «Usami. Voglio sentirlo tutto.»
Lui accelerò. Le mani le salirono sulla schiena, le scesero sul culo, lo strinse forte mentre la scopava dal basso. Marina teneva la testa reclinata all’indietro, bocca semiaperta, i gemiti che diventavano più alti. A un certo punto si chinò in avanti, gli mise le tette in faccia, gli fece leccare e succhiare mentre continuava a muovere i fianchi.
Fuori, oltre i vetri appannati, si udì un abbaio lontano. Un uomo passò con un cane al guinzaglio. Rallentò. Guardò verso la macchina. Si vide il movimento, le ombre che si agitavano. Romolo non si fermò. Anzi, spinse più forte, facendo sbattere il corpo di lei contro il volante. Marina se ne accorse e sorrise, gli occhi socchiusi di eccitazione.
«Ci sta guardando», mormorò. «Gli piace. Vuole vedere come mi stai fotendo.»
Romolo gemette e accelerò ancora. La macchina oscillava leggermente. Marina venne per prima, con un gemito lungo e rotto, stringendosi intorno a lui a ondate. Continuò a muoversi anche dopo, più lenta, godendosi le scosse.
Poi si fermò, ancora con il cazzo dentro.
«Fuori», disse. «Voglio che mi prendi fuori. Contro la macchina. Voglio sentire l’aria fredda e il rischio.»
Uscirono. L’aria di ottobre era già fredda sulla pelle sudata. Romolo la spinse contro il cofano ancora caldo del motore. Le sollevò di nuovo la minigonna, le aprì le cosce e le entrò da dietro con una spinta secca. Marina si piegò in avanti, le mani sul metallo, e spinse indietro per prenderlo tutto.
Li scopò forte, le anche che sbattevano contro il suo culo, una mano che le stringeva un seno e l’altra che le teneva i fianchi. Ogni tanto le dava uno schiaffo leggero sulla natica. Marina gemette più forte, senza più trattenersi.
«Così… più forte… riempimi… cazzo sì…»
Il cane abbaio di nuovo, più vicino. L’uomo era tornato indietro, o forse era un altro. Si fermò a una decina di metri, fece finta di sistemare il guinzaglio, ma gli occhi erano puntati su di loro. Romolo non rallentò. Anzi, accelerò, facendo sbattere il corpo di lei contro il cofano a ogni spinta. Marina alzò lo sguardo verso l’uomo, gli sorrise a labbra semiaperte, e spinse ancora di più il culo contro Romolo.
«Vedilo», gli sussurrò. «Sta guardando come mi stai aprendo. Come mi stai scopando come una troia.»
Romolo sentì arrivare l’orgasmo. La girò di scatto, la fece scendere in ginocchio sul cemento freddo. Marina capì subito. Prese il cazzo lucido dei suoi succhi, se lo strofinò tra i seni, li strinse intorno e lo guardò negli occhi.
«Vieni. Spargimi tutto sulle tette. Voglio sentirlo caldo, denso… sulle tette e sul collo.»
Romolo le tenne la testa e cominciò a spingere tra quelle tette morbide e pesanti. Lei teneva la bocca aperta, leccava la punta ogni volta che arrivava in alto, gli parlava tra un respiro e l’altro:
«Così… più forte… riempimi le tette… voglio che mi colino sullo stomaco…»
Venì con un gemito gutturale. Schizzi caldi e densi le colpirono i seni, il collo, un filo le scese fino al capezzolo e oltre. Marina continuò a stringere le tette intorno a lui finché non ebbe finito, poi si passò lo sperma con le dita, se lo strofinò sui capezzoli e se ne leccò un po’ dalle labbra, guardandolo sempre negli occhi.
«Così», mormorò, ancora ansimante. «Ora sono piena. E ancora bagnata.»
Romolo la aiutò a rialzarsi. Si baciarono, lunghi, con il sapore del sesso ancora in bocca. Si sistemarono in silenzio, le mani che ancora si cercavano. Marina gli sistemò la cravatta con un sorriso stanco e soddisfatto.
«Domani», disse, «porto una minigonna ancora più corta. E niente mutandine.»
Poi sparì nell’ingresso del suo palazzo, lasciandolo lì, ancora con l’odore di lei sulla pelle e il cuore che batteva forte.
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