Le confessioni di Valentina
Erano passate due settimane dal nostro primo incontro e pur essendo stato del tutto particolare, la curiosità mi spingeva ad incontrarli di nuovo.
Invece, a spalancarmi il portone c'era lei.
“Ben arrivato, andiamo su” nel mentre incominciò a salire le scale.
Qui lo spettacolo del suo culo, mi faceva salire a rilento, pantaloni attillatissimi da palestra, senza niente sotto, risaltavano le sue forme.
Ogni movimento di Valentina era un colpo alle coronarie.
Quarantacinque anni, ma con un corpo che avrebbe fatto invidia a una ragazza di vent'anni. Mingherlina, con quel seno piccolo che si disegnava sotto una camicia di seta nera slacciata fino al terzo bottone, e un culetto a mandorla che i pantaloni aderenti mettevano in risalto come un'opera d'arte. I capelli neri a caschetto le incorniciavano il viso, e i suoi occhi scuri mi hanno guardato con un misto di sfida e divertimento.
"Roberto non può venire, quello stronzo mi ha dato buca, ma se ne pentirà" ha detto, con una voce vellutata che mi ha fatto correre un brivido lungo la schiena.
Sono entrato, confuso. La casa era elegante come la volta scorsa, sobria, con quel profumo di legno e cera che sa di lusso silenzioso. Lei mi ha guidato nel salotto, dove l’ampio divano di pelle chiara troneggiava al centro. "Ho bisogno di un massaggio," ha detto, senza tanti preamboli. "Ho le spalle a pezzi. E tu sei qui per questo, no?"
"Mi sdraio qui, dove l’hai fatto l’altra volta o preferisci il letto."
“No va benissimo il divano” rispondo nel mentre mi guardavo attorno.
“Via su, questa volta ti ho procurato anche l’olio” vedo la bottiglietta e la metto a scaldare su un calorifero.
“Aspettiamo che sia caldo? Ti offro un caffè?”, mi dice mentre si dirige in cucina.
Beviamo e discutiamo di Roberto.
“Voleva rimandare, ma si attacca, lui è dovuto rimanere in ufficio e io ormai avevo organizzato tutto”
Continua a parlare, “Sai non è facile, organizzare una doppia vita”
Ero curioso, ma lei si alzò di scatto, facendomi segno di seguirla in salotto.
Si è sbottonata la camicia con una lentezza calcolata, lasciandola cadere sulle spalle. Sotto, niente reggiseno. I suoi seni piccoli, dai capezzoli scuri e già turgidi, si sono offerti alla mia vista per un istante. Poi ha tirato giù i pantaloni, lasciando scoperto quel culetto a mandorla che sembrava fatto per essere toccato.
"Olio," ha ordinato. "E non essere timido."
Ho versato l'olio sulle mani e ho iniziato a lavorare sulla sua schiena. La sua pelle era calda, liscia, e sotto le mie dita i muscoli si scioglievano come burro. Lei ha emesso un sospiro di piacere, poi ha cominciato a parlare.
“Siamo stati bene l’altra volta, vero? Mi sembra di conoscerti da tanto tempo e mi fido di te”
Le mie mani si sono fermate un istante. Lei se n'è accorta.
"Continua," ha ordinato. "E ascolta. Ti racconto tutto."
E così, mentre le mie mani scorrevano sulla sua schiena, Valentina ha iniziato a raccontarmi la sua storia. La sua voce era bassa, intima, come se mi stesse confidando un segreto che non aveva mai detto a nessuno.
“Ti confido queste cose, non le sanno in tanti, nemmeno la mia migliore amica conosce del tutto la storia, figurati se gli faccio conoscere il mio amante”.
Il suo modo autoritario da padrona, aveva lasciato il sopravento ad una persona amorevole e gentile.
"Non hai idea di cosa significhi crescere in una gabbia," ha detto. "I miei genitori erano religiosi, bigotti, ossessionati dal controllo. Casa e chiesa. Solo quello. Nient'altro. Mio padre contava i bottoni delle mie camicette. Mia madre controllava che le gonne fossero abbastanza lunghe, che le scollature fossero decenti, che non guardassi i ragazzi per strada. Il sesso era un peccato mortale. Il piacere, una debolezza. La mia stessa natura di donna era qualcosa di cui vergognarsi."
Ho sentito la sua schiena irrigidirsi sotto le mie mani, come se quei ricordi fossero ancora vivi nella sua pelle.
“Le mie prime mestruazioni, furono accompagnate da una bella romanzina sul sesso, mia madre mi faceva il lavaggio del cervello, le mie compagne mi scansavano, nessuna festa o compleanno erano permessi”
Ormai era un libro aperto, continuava a raccontare, “Però il mio corpo stava cambiando, a parte i seni che sono rimasti piccoli, forse per il mio corpo magro, ma io vedevo che ero una bella ragazza, che pur essendo vestita da suora, i ragazzi si giravano. Avevo l’ardore dentro, mi incomincia a toccare, ma al momento del piacere, mi fermavo per la paura di fare qualcosa di male.”
Ero quasi interessato più alla sua storia che al suo corpo "Sono arrivata al mio primo uomo a vent'anni che non avevo mai visto un cazzo in vita mia," ha continuato. "Non sapevo nulla. Non sapevo cosa fosse un orgasmo. Non sapevo come si faceva a baciare. Ero una bambina in un corpo di donna, e mio padre pensava che fosse un merito."
Poi il primo fidanzato, l'uomo in carriera che l'aveva scoperchiata. "Lui non mi chiedeva, mi prendeva. Mi ha scopata sulla scrivania del suo ufficio, con le tende aperte. Nei bagni dei ristoranti, con la gente che aspettava fuori. In macchina, di notte, con le mani che mi lasciavano lividi. E io ho scoperto che essere presa, essere usata, era la cosa più liberatoria del mondo. Dopo anni di divieti, di non fare questo, devi comportarti così, di non toccare, ho finalmente capito che il corpo era mio. Potevo farci quello che volevo. Ho lasciato che ogni inibizione andasse in fumo. Ho imparato a gemere senza vergogna, a implorare, a sporcarmi le ginocchia sul pavimento di un ufficio mentre lui mi tirava i capelli."
Le sue parole erano accompagnate da piccoli gemiti mentre le mie mani lavoravano sui suoi muscoli. "Più in basso," ha detto, e ho obbedito, scivolando lungo la sua colonna vertebrale fino alla curva dei glutei. "Ecco così."
Poi il matrimonio, la routine, il figlio. "Pensa che prima dell’arrivo di mio figlio, circa due anni dopo il matrimonio, continuavamo a scopare in ogni modo e in ogni posto, poi mio marito si è spento," ha detto. "Il lavoro, il bambino, la stanchezza. Non mi toccava più. E io avevo una fame che mi divorava. Una fame che non potevo ignorare. Dopo anni di restrizioni, di controllo, di divieti, avevo finalmente assaporato la libertà. E non potevo tornare indietro. Non potevo tornare a essere la bambina obbediente che i miei genitori avevano cercato di creare."
“Ho provato in ogni modo a farlo uscire dal suo torpore, ma non ci sono riuscita, continui viaggi all’estero e io sola ad aspettarlo” ormai era un fiume in piena.
“Curare mio figlio, non fargli mancare niente, ma poi è cresciuto, le necessità sue e mie erano altre, lui calcio, videogiochi, studio e poi le prime ragazze” poi ritornò a parlare di lei.
“A me mancava, la trasgressione, il sentirmi donna, ma ora la voglia era di essere io a decidere e non dipendere da un uomo, ho pensato anche di passare sull’altra sponda, perché no, una bella donna da dominare” mi disse chiedendomi cosa ne pensavo.
Risposi subito, “perché cosa ci sarebbe di strano? Io sono bisex da tutta la vita”
Lei m’incalzò subito “me ne sono accorta, vedevo come guardavi il cazzo di Roberto, poi non ti sei tirato indietro quando insieme mi leccavate la vagina”.
A proposito di Roberto. "L'ho conosciuto a un suo concerto," ha detto, con un tono che si è fatto più caldo. "Suonava il basso in un locale fumoso. L'ho visto sul palco, con le dita che correvano sulle corde, il sudore che gli imperlava la fronte. Ho sentito un calore tra le gambe che non provavo da anni. Ma non volevo tradire mio marito. Ho resistito."
"Ma Roberto è stato paziente," ha continuato. "Mi ha corteggiata per mesi. Messaggi, fiori, sguardi rubati. E poi una sera, nel parcheggio del locale, ha provato a baciami.
“Se vogliamo andare avanti, dovrai capire alcune cose” nel mentre le mie mani continuavano il massaggio.
Lei poi ha riso, una risata che era quasi un ringhio. " Non sarò più la donna di nessuno, sono io che comando non viceversa. Se vuoi scopare va bene, ma alle mie condizioni. Gliel'ho detto chiaro, la nostra relazione sarà a senso unico. Io sono la padrona. Tu lo schiavo. Devi correre quando io schiocco le dita. Se desidero che t’inginocchi, lo fai, quando io lo ordino. Mi dai piacere quando lo decido io, non quando lo decide tu. Dopo una vita passata a obbedire, a sottostare alle regole di mio padre, di mia madre, della chiesa, del mio primo fidanzato, di mio marito... finalmente ero io a comandare. Finalmente ero io a decidere."
Un attimo di pausa nella sua voce e poi con un tono forte e autoritario, riprese a parlare “Pensavo che fuggisse a gambe elevate, che mi prendesse per pazza, invece annui con la testa, era mio, nelle mie mani, ma doveva passare l’esame finale”
Mentre parlava, le mie mani hanno raggiunto i glutei. Quel culetto a mandorla che si offriva a me come un frutto maturo.
"La prima volta è stata in un hotel, approfittando dell’assenza di mio marito, gli ho fatto prendere una stanza e mi ha aspettato per due ore dall’orario dell’appuntamento" ha continuato con la voce roca, “volevo metterlo alla prova, aumentare la sua voglia di me."
Le mie mani ormai esploravano il suo culo, sfiorando la vagina ormai bagnata, non so se l’eccitava di più il massaggio o il racconto di quei momenti.
“Sono entrata non mi ha nemmeno salutato. Mi ha aperto la porta e si è messo in ginocchio. Io gli ho camminato intorno, l'ho guardato dall'alto in basso. Poi gli ho messo un piede sulla spalla e gli ho ordinato di sbottonami i jeans. Lui ha obbedito, con le mani tremanti. Quando i jeans sono caduti, ho visto il suo sguardo perdersi tra le mie gambe. Non indossavo niente sotto. È uscito solo una parola dalla mia bocca 'Leccami,'. E lui si è avventato su di me come un uomo affamato."
Le mie mani erano sui suoi glutei, e lei ha spinto il bacino contro di esse, invitandomi a continuare. "Mi piace farlo aspettare," ha sussurrato. "Lo faccio stare in ginocchio mentre io mi siedo sul divano, con le gambe aperte, e lo guardo. Lo faccio implorare. 'Ti prego, Valentina, lasciami toccare.' E io rido, e gli dico: 'Non ancora. Prima dimmi quanto mi desideri.' E lui lo dice, con parole che mi fanno bruciare la pelle."
Le mie mani sono scivolate sotto di lei, verso l'interno delle cosce. Lei ha aperto le gambe, concedendomi l'accesso. Era bagnata, e il suo profumo riempiva l'aria.
"L'altro giorno," ha continuato, con un filo di voce, "è venuto a casa mia nel pomeriggio, approfittando che non c’era nessuno. Ero in cucina, che preparavo il pranzo per mio figlio. Non gli ho detto nulla. Mi sono tolta il vestito, sono rimasta solo con i tacchi alti, e mi sono appoggiata al bancone. 'Vieni qui,' gli ho detto. Lui si è avvicinato, con gli occhi che brillavano. 'Mettiti in ginocchio e leccami finché non vengo. Poi ti dirò cosa fare.' Lui è sceso subito, e la sua lingua ha cominciato a lavorare sul mio clitoride con una maestria che mi ha fatto piegare le ginocchia. Mi sono aggrappata al bordo del bancone, mentre un orgasmo mi saliva dal ventre. 'Non fermarti,' ho ansimato. 'Non osare fermarti.' E lui non si è fermato, nemmeno quando ho urlato il suo nome, nemmeno quando le mie gambe hanno ceduto e sono scivolata a terra."
Ormai era eccitata, il suo corpo fremeva di desiderio, ma voleva farmi capire quanto era una donna autoritaria, ormai non voleva che nessuna la usasse come oggetto di piacere, lo poteva decidere solo lei.
Continuò, “Mi sono rialzata, l’ho fatto sdraiare a terra, non sul tappeto, ma sul pavimento freddo, dopo che si era spogliato tutto, il cazzo gigante, voglioso di me, ho messo un piede con il tacco su quell’arnese, giocando con lui, provocandogli dolore e più che si lamentava, io affondavo il colpo.”
Poi si era alzata su due bracci, rimanendo sdraiata per farmi capire bene come aveva finito la giornata, “Mi sono messa a gambe aperte su di lui e la più grande pisciata ha raggiunto il suo corpo, partendo dal cazzo fino alla bocca”
Io ingenuamente chiesi se poi l’avesse premiato, facendolo poi godere, ma lei mi stupì ancora, “No, ci mancherebbe, dovevo finire di cucinare la cena per mio figlio, l’ho fatto rivestire così, bagnato della mia pipì e l’ho mandato via, gli ho ordinato di andare a casa e farsi una sega, volevo le prove con un video, così ha ubbidito,”
A quel punto, Valentina si è girata sul divano, offrendomi la vista del suo corpo nudo. I suoi seni piccoli, i capezzoli duri, il suo ventre piatto, e tra le gambe, quella fessura lucida di umidità che mi fissava come un invito.
"Ma tu," ha detto, con un sorriso che non lasciava spazio a equivoci, "tu non sei Roberto. Tu sei qui per me. E io ho deciso che anche tu sarai il mio schiavo, almeno per questo pomeriggio."
Si è alzata dal divano con una grazia felina, e mi ha spinto indietro, facendomi sedere. Poi si è inginocchiata davanti a me, e ha slacciato i miei pantaloni. "Tanto non puoi opporti," ha detto sempre in modo fermo e deciso.
Ha tirato fuori il mio cazzo, già duro, e l'ha guardato con un'espressione di approvazione. "Dimensioni normali," ha detto, accarezzandolo con le dita. "Perfetto. Non troppo grande, non troppo piccolo. Giusto per quello che ho in mente."
Forse non se lo ricordava, ma l’aveva succhiato la volta precedente.
Si è alzata, ha preso un preservativo dal cassetto “Mettilo” poi si è messa a cavalcioni su di me, con il suo culetto a mandorla che si è posizionato proprio sopra il mio membro. "Voglio che me lo metti nel culo," ha detto, con una naturalezza che mi ha fatto perdere il respiro. "E voglio che tu non ti muova. Sono io che comando."
Ha preso il mio cazzo con una mano, e con l'altra ha guidato la punta verso il suo ano. Era già lubrificata, e quando ha iniziato a scendere, ho sentito il suo anello muscolare cedere, accogliendomi con una stretta calda e stretta.
"Cristo," ha sussurrato, mentre il mio cazzo affondava in lei. "È da tanto che non lo faccio. Ma con te, mi va."
Si è seduta completamente, con il mio membro sepolto fino in fondo nel suo culo. Poi ha iniziato a muoversi, con un ritmo lento e ipnotico, le sue natiche che si sollevavano e si abbassavano sul mio cazzo con un suono umido e osceno.
"Così," ha detto, con gli occhi socchiusi. "Non muoverti. Lasciami fare."
Ho obbedito, aggrappandomi ai braccioli del divano mentre lei cavalcava il mio cazzo con una maestria che mi ha lasciato senza parole. Il suo culo era caldo, stretto, e ogni movimento la faceva gemere, ma non perdeva il controllo. Era lei la padrona, e io ero solo il suo strumento di piacere.
Poi, senza preavviso, ha allungato una mano verso il tavolino e ha preso il suo telefono. Ha scattato una foto di noi due, con il suo culo che si sollevava dal mio cazzo, e ha premuto invio.
"Sto mandando una foto a Roberto," ha detto, con un sorriso malizioso. "Voglio che veda come il suo massaggiatore preferito sta scopando la sua padrona. Voglio farlo arrabbiare."
Ha continuato a cavalcare, mentre il telefono vibrava con le risposte di Roberto. "Guarda," ha detto, mostrandomi lo schermo. "È deluso, si scusa per non essere qui con noi, si pente di avermi dato buca."
Lei ha riso, e il suo culo ha stretto il mio cazzo con una forza che mi ha fatto gemere. "Ma si deve pentire di nulla, tanto la paga e anche salata" ha sussurrato. "E tu, tesoro, non ti fermare. Non ti ho detto di venire."
Ho obbedito, trattenendo l'orgasmo mentre lei continuava a muoversi, sempre più veloce, sempre più selvaggia. Il suo respiro si è fatto corto, e ho sentito il suo corpo tendersi mentre un orgasmo la travolgeva.
"Vieni," ha ansimato, con le unghie che si conficcavano nel mio petto. "Vieni."
Ma io non sono venuto nel suo culo. Ho sentito il mio orgasmo salire, inarrestabile, e con un gesto istintivo l'ho afferrata per i fianchi e l'ho sollevata, facendo uscire il mio cazzo dal suo culo con un suono umido. Lei ha emesso un grido di sorpresa, ma non ha protestato.
"Che cosa fai?" ha chiesto, con gli occhi spalancati.
Non ho risposto, ho tolto il preservativo. L'ho guidata giù, facendola scivolare dal divano fino alle mie ginocchia, e ho portato il mio cazzo alla sua bocca. Lei ha capito al volo, e ha aperto le labbra, accogliendomi con una lingua calda e avida.
"Bravo, ma questa furbata in futuro ti costerà cara" ha mormorato, prima di prendermi in bocca fino in fondo.
Ho gemuto, mentre la sua testa si muoveva su e giù, i suoi capelli neri che le coprivano il viso, le sue mani che mi stringevano le cosce. Lei mi guardava con quegli occhi scuri, pieni di sfida e di desiderio, mentre mi succhiava con una maestria che mi ha fatto perdere la testa.
"Vieni," ha detto, staccandosi per un istante, con il fiato corto. "Vieni in bocca. Voglio sentirti."
E io l'ho fatto. Con un gemito che è uscito dal profondo, ho sentito il mio cazzo pulsare tra le sue labbra, e ho riempito la sua bocca di sperma. Lei ha continuato a succhiare, a deglutire, senza perdere una goccia, con gli occhi che non mi lasciavano mai.
Quando ho finito, si è staccata lentamente, con un filo di saliva che la collegava ancora al mio cazzo. Si è asciugata la bocca con il dorso della mano, e mi ha sorriso.
"Non male," ha detto. "Non male per un massaggiatore. Ma non pensare che sia finita. Ho ancora molto da insegnarti."
Ha preso il telefono e ha scattato una foto del mio cazzo ancora umido della sua saliva, e l'ha mandata a Roberto. "Questa la mando a Roberto," ha detto. "Così impara a darmi buca, sarà la prima e ultima volta."
Il telefono ha vibrato immediatamente. Lei ha guardato lo schermo e ha riso. "Si è permesso di dirmi che sono una puttana, con tre faccine che ridono" ha detto. "Vedrai che la prossima volta salta pure la riunione, poi ho in mente alcune situazioni per lui, che se ci penso mi eccito di nuovo. Dopo una vita passata a obbedire, a rispettare le regole, a essere la brava ragazza che i miei genitori volevano... finalmente sono io a comandare. E nessuno, nessuno, mi fermerà."
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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