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Costretto a farle da Padrone (3)


di FaustoConsolo
31.07.2026    |    1.014    |    0 9.5
"Le cavai i capelli, la girai di scatto sul bordo del letto e le spinsi la testa sui cuscini..."
La seconda parte della giornata lavorativa fu un supplizio d'astrazione. Ero seduto in quella sala riunioni asettica, tra grafici e bilanci, mentre la mia testa era completamente satura delle immagini di Elisa. Pensavo a quella figa bagnata e usata, alle sue carni segnate dalla cintura dell’anziano cameriere, al contrasto assurdo tra la sua carriera impeccabile e la sua natura di troia da domare. Il telefono appoggiato sul tavolo faceva da perno al mio autocontrollo. La mia compagna mi inviò un messaggio alle due del pomeriggio: “Le hai tolto anche il controllo del suo tempo. Sei spietato. Ho le dita dentro da un’ora pensando a te che la fai usufruire come una meretrice di piano. Mandami altro.”
Verso le sedici e trenta lo schermo si illuminò di nuovo. Tre foto e un breve testo da parte di Elisa.
Nella prima c’era lei, vista di spalle, inginocchiata sul moquette a gambe aperte: la gonna sollevata sulla schiena mostrava le natiche rosse e le strie violacee lasciate dalla cuoio della cintura, con un rivolo di sperma denso che le colava lentamente giù lungo la coscia fino all'attacco dell'autoreggente nera. Nella seconda foto c’era un secondo uomo, un tipo alto, in tuta da lavoro della manutenzione, che la teneva per la coda di cavallo tirandole la testa all’indietro mentre le sborrava direttamente in faccia, sopra i lividi dello zigomo. La terza era un dettaglio del suo viso: occhi spalancati, labbra coperte di un fluido grigio e denso, e una striscia di saliva che le pendeva dal mento.
Il messaggio diceva: “È tornato con un suo collega della manutenzione, Padrone. Mi hanno svuotato i cazzi in gola e nel culo insieme. Non ho detto una parola, ho solo ingoiato e preso schiaffi quando mi usciva un lamento. Mi hanno lasciata piena di sborra sul pavimento e se ne sono andati per finire il turno. Ora la stanza è di nuovo vuota e io sono ancora qui, sporca, come mi ha ordinato.”
Un’erezione violenta mi spaccò i pantaloni sotto al tavolo. La troia non solo aveva obbedito, ma si era fatta devastare da due sconosciuti senza opporre la minima resistenza, trasformando la sua punizione in un'orgia di sottomissione totale.
Chiusi la riunione con una scusa banale verso le diciassette e quarantacinque. Presi un taxi, tornai in hotel e salii al terzo piano. Usai la scheda passe-partout che mi ero fatto dare in reception per aprire la stanza 347 senza bussare.
La camera puzzava di sesso stantio, sperma virile, sudore e pelle umiliata. Elisa era ancora lì. Inginocchiata a terra con le gambe divaricate, la testa bassa fino a toccare il pavimento con la fronte. Il corpo era un mappa di violenza e umidità: la schiena e le natiche coperte di ecchimosi, il buco del culo ancora visibilmente dilatato e arrossato, e lo sperma ormai rappreso che le appiccicava i capelli sulla guancia.
Mi avvicinai senza fare rumore. Le sfilai la scarpa dal tacco a spillo e le piantai la punta in mezzo alle natiche, spingendo piano per farle sentire la mia presenza.
Un gemito soffocato le uscì dalla gola. “Padrone…”
“Stai zitta,” dissi con voce fredda e bassa, tirando fuori il cazzo già duro dai pantaloni. “Alzati sulle ginocchia e apri la bocca.”
Si tirò su all’istante. I suoi occhi erano una miscela letale di stanchezza, dolore e devozione cieca. Spalancò la bocca senza esitare, mostrando la lingua ancora sporca delle tracce del pomeriggio. Le afferrai i capelli con forza, tirandola verso di me, e le infilai la cappella in gola con una spinta secca. Elisa soffocò un colpo di tosse, ma spalancò le narici, chiuse gli occhi e cominciò a succhiare con una foga disperata, le mani piantate sulle mie cosce per tenersi salda.
Mentirei se dicessi che volessi farla godere. Volevo solo marcare il territorio dopo che due estranei l'avevano usata come uno straccio. Le cavai i capelli, la girai di scatto sul bordo del letto e le spinsi la testa sui cuscini. Senza usare un minimo di lubrificante, le piantai il cazzo direttamente nel culo arrossato.
Elisa urlò nel cuscino, un grido acuto che le strappò le lacrime. Il suo sfintere, già sollecitato dai due uomini, opponeva la giusta resistenza. Cominciai a stantuffarla da dietro con colpi ciechi e ritmici, facendole battere il bacino contro il bordo del materasso ad ogni spinta. Le sue natiche segnate tremavano sotto le mie mani, mentre i lividi della cintura diventarono ancora più rossi sotto la pressione delle mie dita.
“Sei una troia, Elisa,” le ringhai nell’orecchio, tirandole la coda di cavallo per costringerla a girare il collo. “Sei la mia troia da ufficio che si fa sfondare dai camerieri.”
“Sì… sì, Padrone! Sfondami! Usami tutta!” piangeva e ansimava, la figa che colava liquido umido sulle sue cosce anche se non la stavo nemmeno toccando davanti. La sola umiliazione di essere usata analmente dopo due sconosciuti la stava facendo impazzire.
Estrassi il telefono dalla tasca con la mano libera, avviai la videochiamata con la mia compagna e glielo posizionai davanti al viso, mentre continuavo a riempirle il culo con colpi sempre più profondi.
Dallo schermo la mia compagna guardava la scena, respirando con affanno. “Guarda come si fa fottere la troietta,” disse la mia donna dal telefono, la voce tremante dal piacere. “Guarda che culo aperto che ha. Sborrale dentro, amore. Sborrale nel culo e lasciala marcire lì finché non torniamo a cena.”
A quelle parole persi il controllo. Diedi tre spinte più forti, piantandomi fino in fondo nel suo orifizio stretto, e le sborrai dentro a fiotti caldi e potenti. Elisa lanciò un lamento lungo, un orgasmo violento ed involontario che le fece contrarre tutto il corpo attorno al mio cazzo, bagnando le lenzuola sottostanti.
Restai piantato dentro di lei per qualche secondo, assaporando le sue contrazioni umane, poi mi sfilai con un rumore umido. Un rivolo misto del mio seme e di quello degli altri cominciò a colare lento tra le sue natiche.
“Ora ti alzi,” le ordinai, ripulendomi il cazzo sulla sua schiena e rimettendolo nei pantaloni. “Ti lavi il viso, ma non il culo. Ti metti il vestito più elegante che hai, niente mutande e niente reggiseno. Stasera verrai a cena con me e con i colleghi. Siediti accanto a me e ricordati, ad ogni secondo, che hai il culo pieno della mia sborra e della sborra di due inservienti.”
Elisa si piegò fino a strisciare la bocca sulle mie scarpe di pelle, lasciando un'impronta di bava. “Grazie Padrone. Grazie… sarò perfetta.”
“E la settimana prossima, quando saremo a casa,” intervenne la mia compagna dallo schermo con una voce glaciale che prometteva inferno, “scoprirai cosa succede quando due Padroni decidono di rieducare una schiava a tempo pieno. Ora sparisci in bagno.”
Elisa si alzò a fatica, le gambe tremanti, il sangue e il seme che le scivolavano lungo le caviglie, e si avviò verso il bagno con la testa fiera di chi ha finalmente trovato la propria catena. I miei occhi e quelli della mia compagna, attraverso lo schermo, sapevano già che da quel punto di non ritorno non sarebbe più uscita.
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