Costretto a farle da padrone (1)
“Sarà l’età” – avevo pensato più volte. Mi dava l’idea che quella ragazza fosse di quelle tipe che hanno studiato di brutto, concentrate su un obiettivo e che, una volta arrivate dove volevano arrivare, entrano in una fase di disorientamento. Era serena, pacata, ma c’era qualcosa.
Ci trovammo a partire per un viaggio di lavoro. Lei, altri due colleghi e io. Avrebbe dovuto farci da segretaria in quei giorni e, nel frattempo, le stavamo dando l’opportunità di capire come si muovono i capi, perché c’era talento in quella ragazza. Cinque giorni in una città del nord, tanto lavoro e poco svago. Per me non era un problema, nella vita ho sempre compartimentizzato: il lavoro è il lavoro, la parte privata è privata. Solo che, evidentemente, Elisa non la pensava così. Perché nel cuore della prima notte in hotel ho sentito bussare alla porta della mia stanza. Ho aperto e sono rimasto sconvolto. Lei, completamente nuda e con un paio di scarpe chiuse, plateau e tacco sottile e un po’ incurvato. Al collo aveva un collare da cui penzolava un guinzaglio. Nient’altro: così sul corridoio del piano di un hotel. L’ho fatta entrare senza toccarla, più per paura che ci vedessero che per voglia. Non ce l’avevo proprio la voglia, anzi, ero piuttosto scosso. Non per la sfrontatezza, perché nella vita privata, con la mia compagna, abbiamo visto e fatto di tutto (e di tutto significa anche oltre l’immaginabile). Ma, appunto, con la mia compagna. Credo che esista un codice nella trasgressione: se si sta in un certo mondo in due, non si fa niente da soli alle spalle dell’altro.
“Ma che fai? Prendi un asciugamani e vai via” – le dissi.
E lei, per tutta risposta, senza fiatare, continuava a guardarmi negli occhi e con una mano mi porgeva l’altro capo del guinzaglio, mentre con l’altra mi consegnava un bigliettino.
“Padrone, sono al corrente di tutto quello che fa nella sua vita privata, voglio essere sua. Non parlerò finchè non mi dirà che potrò parlare” – c’era scritto in quel biglietto.
Ero sempre più sconvolto. Non raccolsi il guinzaglio e cominciai a pensare: era chiaro che aveva cercato nel mio pc in ufficio, che aveva visto alcuni video che tenevo in cassaforte dentro a delle schedine di memoria e che, quindi, le esperienze più trasgressive fatte con la mia compagna erano per lei qualcosa di assolutamente noto. Non sapevo cosa fare e come andare avanti, quindi mi rivolsi a lei: “Puoi parlare!”.
“Padrone io so tutto, ho visto tutto e non giudico. Anzi, penso che il destino mi abbia portato da lei. Sono una slave da sempre, anche se ho solo 27 anni e non conosco altro modo di intendere la mia intimità. Ho amato, ho avuto storie, ho avuto avventure, ma la costante è stata la mia subordinazione sessuale. La prego di accogliermi”.
Pensai un po’, poi giocai la carta della strategia per capire se mi stesse minacciando o cosa, se cercasse davvero un viaggio nel BDSM con una persona più grande e più esperta o se fosse solo una mossa per vincolarmi a lei anche professionalmente, mettendo una garanzia sulla sua carriera. “Una che fa così – le dissi – è tutto tranne che una sub. Sembra che tu sia venuta ad ordinarmi di farti da master, capisci che è un controsenso? Non mischio lavoro e vita privata, ma posso pensarci, ti ordino di uscire da qui”. Le allungai un asciugamani e aprii la porta: “Vai!”.
Uscì senza battere ciglio, senza perdere mai il mio sguardo. Quando richiusi la porta pensai che era stata pazzesca. Poi alzai il telefono a chiamai la mia compagna, raccontando tutto anche se era notte fonda.
“Accogliamola – mi disse – proviamo a darle fiducia. Sapere che non l’hai toccata prima di parlarne con me è, per me, il più bel ti amo di tutta la nostra vita”. Riagganciai la chiamata e immediatamente scrissi un messaggio a Elisa: “Va bene. Non aspettarti fruste, catene, violenza, latex o feticismi vari, il nostro BDSM è diverso. Dico ‘nostro’ perché non sono io ad accoglierti, ma la mia lei e io. Tutto quello che farai, anche quando saremo soli, sarà riferito anche a lei. Rispondi solo con un sì o con un no. Se sarà un no stai tranquilla, perché tutto quello che è successo questa notte sarà dimenticato”. Neanche il tempo di inviare quel messaggio e arrivò la risposta: “Sì”.
“Bene – replicai – Domani mattina indossa i soliti abiti, sei sempre in gonna e va bene così per ora e niente intimo, ma non serve che te lo dica perché mi sono accorto che non lo hai praticamente mai. Quando scenderai a fare colazione qui in hotel guardati intorno. Cerca di individuare il più viscido, il più rattuso tra gli uomini che saranno presenti in sala. Sarà facile: basterà fare attenzione a quello che ti guarderà con occhi più insistenti e più bramosi e, poi, fagli capire che sei disponibile. Se la situazione giusta non sarà in hotel, cercala altrove. Hai due giorni di tempo per inviarmi le prove che sarai stata brava a convincere un perfetto sconosciuto a usare il tuo corpo per il suo piacere”.
Non arrivò risposta e andai a dormire. Consapevole che la prova che le avevo chiesto per accoglierla era forte, decisamente poco graduale. Ma la determinazione si misura solo con la posta alta, solo così e non c’è altro modo. Non c’era nulla da perdere e anche quel messaggio, inviato sul telefono dell’azienda che lei aveva in uso, non avrebbe mai potuto essere una prova per un qualche ricatto laddove la sua fosse solo una infida messa in scena. E’ con questa certezza che mi addormentai e è con questa certezza che l’indomani mattina scesi in sala colazioni molto presto. I due colleghi non erano arrivati, ma al buffet, a parlottare con un cameriere, c’era lei. Scarpe chiuse di vernice nera, altissime ma eleganti, e un vestitino di uno strano verde, di quelli fasciano un po’ sotto al seno e arrivano alla pancia per poi allargarsi sui fianchi, con la gonna che diventa svolazzante. Lunga il giusto per una che sta andando a lavorare. Tutto molto armonico, ma anche decisamente eccitante. Era di spalle e l’unico pezzo di gambe scoperte mostravano una calza nera non troppo velata. Sperai che non fossero collant o che comunque fossero aperte, perché non sopporto che si vada in giro senza essere immediatamente disponibili, senza che una qualsiasi mano che voglia infilarsi lì sotto non trovi subito ciò che c’è da trovare.
Aveva un bel corpo, Elisa, piccolina, mora, una seconda di seno piena, spalle strettissime come i fianchi e un sedere che si può definire vistoso. Non perfetto, forse poco proporzionato a tutto il resto che, invece, era così minuto. I capelli, lunghi oltre le spalle e di un bel castano chiaro, erano raccolti in una coda alta che la rendeva sbarazzina e che era l’unica cosa che mostrava realmente che avesse solo 27 anni. Sembrava più grande, più donna, anche nel modo di muoversi, perché esprimeva una consapevolezza di se stessa ben marcata. Restai a guardarla così, di spalle, e quando si voltò con il suo piatto in mano trovò immediatamente il mio sguardo. Venne a sedersi e nel frattempo arrivarono anche i due colleghi. I soliti convenevoli mentre lei si avvicinava sempre di più a me con la sedia. Poi tirò fuori il suo telefono, mentre parlavamo tutti insieme, e cominciò come disinteressata a fissarlo. Pensai che stava facendo qualcosa di davvero poco elegante, fuori dal suo stile: smanettare con il telefono mentre era a tavola con i suoi capi. Solo per caso mi cadde l’occhio sullo schermo e capii che invece voleva proprio che guardassi. C’era lei, con un cazzo in bocca e sullo sfondo delle piastrelle avana. Cinque, sei foto in tutto, le scorreva avanti e dietro e nell’ultima il suo viso era imbrattato. Gli altri erano dalla parte opposta del tavolo, non potevano capire, ma avrei dovuto togliere prima possibile gli occhi da quel telefono. E lo feci estraendo il mio e inviandole un messaggio: “Raccontami”.
“Questa mattina, quando sono scesa, la sala era vuota e c’era solo l’anziano cameriere. Mi ha fatto una battuta carina e di complimento, ma si vedeva che pensava tutt’altro. Così gli ho detto che avevo fatto una scommessa con una mia amica: sarei riuscita a sedurre il primo uomo che avessi incontrato stamattina. Lui all’inizio sembrava non capire, poi l’ho incalzato mostrandogli le autoreggenti e la pelle nuda, si è fatto rosso, e mi ha indicato il bagno. Due minuti dopo è arrivato, è stato tutto senza parlare, pochi secondi e non era neanche abbastanza duro perché diceva che il fatto che stessi facendo foto lo turbava. E’ venuto subito, poi si è congedato dicendo che alle 10 avrebbe finito il suo turno e che se gli avessi detto il numero della stanza. Spero di essere stata brava”.
Geniale, ubbidiente e geniale, pensai, poi senza risponderle mi alzai e andai in bagno, per verificare che fosse tutto vero. In effetti, le piastrelle erano le stesse che avevo visto nelle foto. Potevo fidarmi. Tornai al tavolo e finimmo di consumare la colazione, poi richiamai l’attenzione degli altri dicendo che sarebbe stato meglio se Elisa fosse rimasta in hotel, per filtrare le nostre chiamate e per poterci supportare nel collegamento con l’azienda e il trasferimento dei dati usufruendo di una connessione stabile. Poi, rivolgendomi a lei: “Elisa, vai a dire al cameriere di avvisare il personale della hall che le eventuali chiamate urgenti che dovessero giungere nelle stanze 341, 343 e 345 dovranno essere trasferite alla tua stanza, che è la 347”. Gli occhi le brillarono, si alzò e andò immediatamente da quell’uomo. Avrà avuto una sessantina d’anni e forse ne dimostrava anche di più, quando lei gli disse quelle parole ebbe come un attimo di paralisi. Poi sorrise. E accennò a un “a dopo”, probabilmente credendo che quello fosse un intimo segreto tra lui e lei. Quell’uomo non sapeva di essere il pasto del banchetto organizzato dai demoni di due persone che si erano trovate e riconosciute.
Tornai in camera giusto il tempo di lavarmi i denti, infilare la giacca e avvisare la mia compagna di tutto quello che era successo, con dovizia di particolari e facendo attenzione a non tralasciare nulla. Mi rispose mentre ero in taxi: “Amore, mi sto masturbando. Sembra impossibile che sia capitata una cosa del genere”. Pensai che avrei preferito avesse chiamato uno o più dei bull con cui di solito giocavamo e che invece delle dita fosse ricorsa a qualcosa di più consistente e più adatto, ma mi limitai a sorridere a questo pensiero mentre entravo in riunione nell’ufficio dell’azienda che stavamo acquistando.
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
Commenti per Costretto a farle da padrone (1):

Discussioni sul pianeta Swinger e non solo...
