Prime Esperienze
15 agosto
19.08.2025 |
269 |
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"Lo sperma le colava giù per le cosce, le imbrattava la pelle, scendeva goccia dopo goccia strozzata dal mio cazzo ancora piantato dentro di lei..."
Erano anni che ci pensavo. Una fantasia che riaffiorava come una marea scura: ogni tanto saliva fino alla superficie, poi si ritirava, schiacciata dal peso delle convenzioni, della morale, di quel maledetto giudizio che non smetteva mai di mordermi dentro. Erano mesi che la mia mente non tornava più lì, forse troppo presa dalle ultime delusioni amorose: donne che vanno, donne che vengono, donne che non sanno come venire…Eppure, quel 15 Agosto, nel silenzio bollente del tardo pomeriggio di una città quasi dormiente, è riemersa con tutta la sua forza. Non più un pensiero sporco da ricacciare giù, ma un bisogno, una fame.
Fuori, l’asfalto ribolliva. Le persiane filtravano fasci di luce calda che cadevano come coltelli sul pavimento. Le cicale urlavano, il rumore dei ventilatori a pale girava a vuoto senza rinfrescare nulla. Dalla chiesa di fronte arrivava l’odore di incenso mescolato alla polvere, e i rintocchi delle campane sembravano scandire un rituale al contrario, un rito sacrilego.
Dopo una vita a fare esperienza con le donne, ad esplorarne ogni singolo aspetto fisico e mentale, dopo le migliaia di volte in cui ho posseduto un corpo tra le mie braccia, sinuoso nelle sue forme come solo il corpo femminile sa essere, dopo aver lasciato per anni sul campo lacrime e pezzi di cuore, ho raggiunto Nina… e gliel’ho succhiato.
Nina mi accolse senza esitazioni. Aveva curve vere, femminili, di quelle che ti riempiono le mani. I seni grandi e pesanti, con capezzoli larghi e scuri, si muovevano sotto la camicetta trasparente che lasciava intravedere senza pudore la pelle color miele. I fianchi pieni, le cosce tornite, un sedere alto e compatto che ti faceva venir voglia di morderlo. Il suo corpo era una promessa di carne, non un idolo da guardare: era fatto per essere preso, stretto, posseduto.
Il suo viso era un contrasto affascinante: lineamenti decisi, labbra carnose sempre leggermente socchiuse, e quegli occhi ambrati che brillavano di una malizia naturale, quasi predatoria. I capelli lunghi e neri le scendevano addosso, sfiorando i capezzoli che spingevano contro il tessuto. Quando mi si avvicinò, l’aria calda portava il suo odore speziato, un misto di sudore dolce e colonia, di pelle viva e sesso che ribolliva.
Non era imbarazzo quello che provavo, ma un’ebbrezza febbrile: sapevo che stavo entrando in un territorio nuovo, proibito, e ne ero già drogato.
L’ho fatta sedere sullo sgabello rialzato accostato al piano cucina e gliel’ho preso subito in bocca. Non era enorme, ma duro, vivo, pulsante. La cappella mi riempiva il palato, il sapore acre e salato del suo cazzo mi esplodeva in bocca come una droga. Le palle pendevano piene e sensibili, ricoperte da una pelle vellutata che si tendeva sotto la mia lingua. E io non potevo fare a meno di leccarle, di massaggiarle, mentre sentivo il suo respiro farsi più pesante sopra di me.
Lo volevo così: pieno, caldo, da succhiare fino a perdermi. Le mie labbra scivolavano avanti e indietro, la lingua lo accarezzava fino in fondo, risaliva, spingeva sotto il glande. Intanto, con la mano, stringevo e agitavo quei seni enormi che sballottavano sotto la camicetta ormai madida di sudore. Ogni volta che inspiravo, il suo odore di sesso mi saturava i polmoni, e lo stomaco si attorcigliava di eccitazione.
Il comando arrivò come un fulmine.
«Mettimelo dentro.»
Non so ancora se fu lei a dirlo o se fu la mia mente a urlarlo. Ma quelle parole risuonarono come una condanna inevitabile. E io la volevo, quella condanna. La condanna dello sbagliato.
L’appartamento era proprio davanti alla chiesa. Guardavo dalla finestra i vecchi che uscivano dalla messa, le teste bianche chine in silenzio in processione. E intanto, dentro, io mi piegavo davanti al peccato. Un contrasto perfetto: fuori la grazia, dentro la bestemmia. Uno sbagliato pervertito immorale. Mi sentii vivo come poche altre volte in vita mia.
Così Nina lo ha spinto dentro e senza resistenza ha affondato la sua verga nelle mie vergini natiche. All’inizio fu un colpo di fuoco, un bruciore che mi fece trattenere il respiro, poi lentamente si trasformò in un piacere che mi scosse fino al cervello.
«Guarda come ti apro il culo, porco… io ti scopo e Cristo ti guarda!»
Il suo corpo si muoveva con una grazia animalesca: i seni rimbalzavano contro la mia schiena sudata, le sue mani forti mi stringevano ai fianchi come artigli, le sue cosce premevano sulle mie con un calore insopportabile. Ogni affondo era accompagnato dal suono umido e carnale delle sue anche che battevano contro il mio culo, e io sentivo le sue palle schiaffeggiare le mie, appiccicose di sudore.
Era strano, violento, ma irresistibilmente erotico. Ogni spinta era un’onda che mi risaliva lungo la spina dorsale, fino al cervello. Trent’anni a scopare donne, a chiedermi perché molte fossero così restie a lasciarsi andare lì, e ora finalmente lo stavo provando. Capivo la dinamica, il dolore che diventa piacere, il piacere che diventa sottomissione.
Nina mi afferrava ai fianchi, dettava il ritmo, mentre io non riuscivo a saziarmi: le massaggiavo lo scroto, ne sentivo la pelle inturgidirsi al tocco delle mie dita. Il suo respiro si trasformava in gemiti bassi, gutturali, che mi entravano in testa come tamburi.
Eppure volevo di più: volevo che mi guardasse negli occhi, che mi guardasse mentre mi masturbavo seduto sopra l'unica cosa di maschile che aveva.
La cavalcai. Cavalcai il mio primo cazzo.
Mi sedetti sopra di lei, lo presi tutto dentro, pesante e rigido, e iniziai a muovermi. Il cazzo mi spaccava dentro e mi faceva urlare, ma non mi fermavo. Ogni affondo faceva sbattere le mie palle sudate contro il suo ventre, e io fissavo la mia mano che segava la mia asta bagnata, piena di bava trasparente. Dentro mi stringeva come una morsa calda e pulsante.
La sua mano si allungò sulle mie palle, e quando cominciò a massaggiarle mi sentii sul punto di esplodere. «Sbagliato» pensai. «Sbagliato e perfetto». Ma non volevo che finisse in quel momento, volevo prendere anche io la mia parte: il suo culo.
Non appena fu il mio turno di penetrarla, lei si abbandonò all'orgasmo. Durante la cavalcata amazzonica, mentre il suo culo ingoiava la mia clava e con le dita mi stimolava la prostata, è esplosa senza preavviso gocciolandomi addosso a quanto di mio non fosse già dentro di lei, squassata da tremiti convulsi.
Così ho deciso di seguirla, subito dopo, liberandomi in un orgasmo che sembrava non finire mai. Ho lasciato che fuoriuscisse tutto lo sbagliato che c'era in me. Fiotti caldi, strappi di piacere che mi facevano gemere come un condannato assolto all’ultimo minuto. Lo sperma le colava giù per le cosce, le imbrattava la pelle, scendeva goccia dopo goccia strozzata dal mio cazzo ancora piantato dentro di lei. I nostri corpi appiccicati, madidi di sudore e sperma, odoravano di sesso, un odore acre, sporco e animalesco che impregnava l'appartamento come una bestemmia.
Quando crollai accanto a lei, sudato e ancora mezzo scosso, capii che non c’era più ritorno. Avevo attraversato la linea. E mi piaceva.
Ancora oggi, quando ci penso, quando ricordo quel pomeriggio di agosto con la chiesa di fronte e il peccato che mi apriva dietro, il cazzo si indurisce da solo. Voglio immaginare una bocca affamata su di me, mentre scrivo queste righe, che me lo succhia avida in attesa di altri racconti perversi che accendano la sua immaginazione, che la facciano bagnare, che le facciano venire voglia di farsi inculare.
Donne, ascoltate: il vostro culo è un dono che non dovete nascondere o temere. È lì che si cela un piacere oscuro, viscerale, che vi farà vibrare l’anima. Lasciatevi andare!
Il sesso anale è bello. È vero. È infinito.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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