Lui & Lei
05 aprile
19.08.2025 |
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"Rimasi dentro di lei ancora qualche secondo, sentendo i muscoli del suo ano contrarsi debolmente attorno al mio cazzo ormai svuotato..."
Giada, oh Giada! Quanto ti ho odiato e quanto dolore hai lasciato alle tue spalle. Quelle esili spalle su quell'esile corpo mangiato dal rancore e dalla sofferenza. Forse era quello a farti desiderare così tanto di essere inculata? A te piace proprio farti rompere il culo, non è vero?E quello era proprio il suo lato migliore, l'unico per il quale valesse la pena frequentarla.
Fisico asciutto, ma un po' flaccido, bellissimo seno e belle gambe, culo piatto, faccia da stronza (o "di merda" come l'ha definita mio zio), pallida, occhi piccoli e scuri, naso pronunciato e adunco su cui si poggiavano occhialoni tondi neri a lente spessa, volto sempre ingrugnito contornato da capelli corvini lisci e asciutti, lunghi fino a toccare quelle esili spalle. Spalle da stronza.
Ma quanto si faceva inculare!
Non lo succhia lei, ma dopo che in un messaggio di chat mi rispose che non le faceva differenza se prenderlo davanti o dietro, ho pensato: chissenefrega dei pompini!
A casa sua, come testiera del letto, c'era questo grande specchio con una cornice in legno, di quelli che vedi nelle vecchie cascine di campagna. Lei amava guardarsi riflessa mentre la verga sfondava il suo culo.
Lo prendeva dentro fino in fondo, mai sazia di essere punita. Il cazzo nella figa non le interessava, non son mai stato in grado di farle raggiungere un orgasmo se non penetrandola analmente. Sbattuta contro un muro, nel vicolo scuro del paesino di montagna, nel bagagliaio della mia station wagon in un camping, a casa dei miei. O quando la strozzavo.
Amava farsi strozzare ed inculare. Ma niente pompini...
La prima volta che si è messa a 90, ho ammirato il suo ano già sfondato, quello che noti che non si chiude più del tutto, quello che è diventato davvero un buco nero. Quello che ha rotto il sigillo tanto tempo addietro.
Oddio, io adoro le donne che si fanno inculare!
Mentre le leccavo le labbra, grandi e piccole, e circumnavigavo il clitoride, massaggiavo il suo ano con le dita senza mai penetrarlo, spingendo i polpastrelli fino al margine del valico, che piano piano si allargava di concerto con la voglia di lei di farsi punire.
La sua vagina cominciava ad inumidirsi copiosamente lasciando quei mielosi fili di saliva e piacere a bagnarmi le labbra non appena le staccavo per riemergere a prendere aria, aumentando la mia eccitazione e le mie intenzioni. Le dita divennero cuneo e trapassarono quel pertugio senza fatica alcuna. 2,3,4 dita. Ero quasi sul punto di voler provare il fisting con lei, ma poi ho pensato che sarebbe stato controproducente per me. E intanto gliela leccavo. In questa 69 dove solo io praticavo sesso orale, lei guardava lo specchio: osservava il mio corpo sdraiato col volto nascosto dalle sue natiche, lei con la mia asta in mano a stringerla con forza, a strattonare la pelle per liberare il glande e scuoterlo in direzione dello specchio. mi segava e si toccava le tette, quelle bellissime tette.
Lo specchio rifletteva tutto: i suoi occhi stretti e perversi, le labbra socchiuse in un ghigno sporco, le tette che ondeggiavano sotto la sua stessa mano. Io la guardavo, anzi mi guardavo attraverso di lei, perché sembrava quasi che il vero spettacolo fosse quel riflesso, non il suo corpo reale che avevo addosso.
Il suo ano era diventato il vero centro del piacere, il suo bottone maledetto. Mi sono sfilato da sotto le sue gambe tenendola li, a quattro zampe, come una cagna. Le ho leccato il buco del culo, tutto attorno a lucidare la corona e poi dentro, piano, poco alla volta, inturgidendo sempre più la mia lunga lingua per farle sentire che la stavo penetrando.
Quando son passato dalla bocca al pisello, gliel’ho messo dentro, lentamente, l’ho sentita contrarsi e allargarsi come se volesse succhiarmi l’anima dal cazzo. Ogni affondo era un colpo di martello che faceva tremare lo specchio sulla parete. Lei si aggrappava alla cornice, le dita bianche, le nocche tese, lo sguardo fisso sul suo stesso culo che prendeva la mia verga fino a fondo corsa.
Il respiro le usciva spezzato, un misto di dolore e desiderio. “Più forte… fammi male…” mi sibilava con quella voce roca che diventava gemito. Io la prendevo alla lettera: una mano sulla gola, a stringere, a controllare ogni suo fiato. La vedevo godere come una posseduta, la faccia che diventava rossa, le vene che pulsavano sul collo. E io sentivo il suo ano succhiare, accogliere, pretendere ancora più dentro.
La sua fica, bagnata e trascurata, colava sul lenzuolo senza che le importasse. E quello spettacolo mi eccitava più di ogni pompino che non mi aveva mai fatto. Io ero il suo carnefice e lei la mia condannata volontaria. La guardavo nello specchio e mi sembrava che si stesse scopando da sola, con il suo culo che divorava il cazzo, con i suoi occhi bui che dicevano: “Non fermarti mai.”
Quando mi piegai su di lei e iniziai a morderle la schiena, a lasciare segni rossi lungo la spina dorsale, il suo corpo si arcuò e per un attimo tremò tutto insieme, condividendo con la mente quel suo orgasmo solo nell’ano.
Ero convinto che quella fosse la sua unica verità: venire solo così, punita e usata, guardandosi mentre la distruggevo.
Le sue natiche ormai erano il mio altare, il punto dove si concentrava tutto. La prendevo a colpi sempre più profondi e violenti, e ogni volta che la spingevo contro lo specchio, la sua faccia da stronza si deformava in un’espressione che era metà dolore e metà estasi. Quel contrasto mi faceva impazzire.
“Sei il mio buco… solo questo sei,” le ringhiavo all’orecchio, mentre continuavo a stringerle la gola con la mano. Lei ansimava, gli occhi umidi, e con un filo di voce sussurrava: “Ancora… fammelo… fammelo forte.”
E allora affondai tutto quello che avevo, fino in fondo. Sentivo il suo ano che ormai non opponeva più resistenza, era come un abisso che mi risucchiava e non voleva lasciarmi andare. Le sue unghie graffiavano la cornice di legno dello specchio, i capezzoli durissimi schiacciati contro il vetro, e la sua fica gocciolava come se si stesse pisciando addosso dal piacere.
Ero al limite. La presi per i capelli, le piegai la testa all’indietro, costringendola a guardarmi negli occhi riflessi nello specchio. “Guarda come ti fai scopare il culo. Guardalo!” Lei gemette, un urlo strozzato che rimbalzò nella stanza, e in quel momento la sentii vibrare tutta, le cosce che tremavano, l’ano che mi stritolava come un pugno: stava venendo solo lì, ancora, nel suo buco maledetto.
Io esplosi dentro di lei, senza pietà, affondando fino a perdermi. Getti caldi che le invadevano le viscere, e la sua schiena che si inarcava come un arco spezzato. Rimasi un attimo fermo, il cazzo ancora piantato dentro, a guardare nello specchio la scena da film di lei piegata, i capelli scomposti, la bocca semiaperta, gli occhi socchiusi pieni di lacrime e godimento.
E in quel riflesso, sporco e perverso, capii che Giada era davvero questo: una donna che poteva vivere solo nel momento in cui si faceva distruggere e riempire.
Rimasi dentro di lei ancora qualche secondo, sentendo i muscoli del suo ano contrarsi debolmente attorno al mio cazzo ormai svuotato. Poi lentamente uscii, e la mia sborra cominciò a colarle lungo la coscia. Lei si guardava ancora allo specchio, il respiro spezzato, il trucco sciolto a chiazze sotto gli occhi. Un’immagine di rovina e piacere.
Si lasciò cadere sul letto, senza forze. Le tette ancora tese, i capezzoli arrossati per gli sfregamenti, le cosce umide e tremanti. Sembrava stanca e allo stesso tempo viva come non mai.
Io mi ero alzato per prendere la carta igienica e rimasi in piedi, nudo, a guardarla. Col rotolo in mano.
“Guarda che sei strana forte, Giada,” le dissi, con un mezzo sorriso cinico.
Lei rise. Una risata roca, cattiva, che sembrava più un rantolo. “Lo so. Ma tu torni sempre.” La guardai accendersi una sigaretta, sdraiata di lato, i capelli neri appiccicati al volto. Tirò una boccata e soffiò il fumo verso lo specchio, come se volesse cancellare l’immagine di se stessa piegata e umiliata di pochi minuti prima.
“Lo sai che non mi vedrai mai godere dalla figa, vero?” mi disse, fissandomi con quegli occhi scuri, piccoli ma taglienti.
“Non m’interessa,” risposi. “Mi basta vederti godere.”
Io rimasi a guardarla, tra repulsione e desiderio. Era la sua verità, ed era anche la mia condanna: non avrei mai potuto smettere di volerla in quel modo, nello stesso specchio, nello stesso abisso.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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