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Prime Esperienze

Fuori campo sotto le stelli


di Membro VIP di Annunci69.it Niccolo96
22.08.2025    |    3.171    |    2 9.5
"“Así, así… lo quería desde hoy” mi gemette, e il mio viso si inzuppò — ma non per gli irrigatori..."
Era un agosto torrido, in un paesino vicino Parma. Io, diciottenne, giocatore di baseball di buon livello, stavo partecipando a un torneo internazionale molto conosciuto. Lo stesso evento ospitava anche il softball, e le squadre femminili arrivavano da tutta Europa. Eravamo lì per divertirci, ma non avevo idea di quanto quell’estate mi sarebbe rimasta addosso.
Dormivamo in tende montate dall’organizzazione, e accanto alla nostra c’era la squadra di softball spagnola, di Barcellona. Il secondo giorno, durante un pomeriggio di riposo, andammo tutti in piscina. Lì la vidi. Fiona. L’avevo già notata in campo: pantaloncini corti, casacca, cappellino con una coda bionda che le scendeva morbida sulla schiena. Giocava esterno centro, piccola ma con una bellezza che colpiva. Occhi chiari, sguardo glaciale.
In piscina indossava un costume bianco e rosso che lasciava poco spazio all’immaginazione. Non so dove trovai il coraggio, ma mi avvicinai e le parlai. Italiano perfetto, con quell’accento spagnolo che mi mandava fuori di testa. Le proposi una partita di beach volley. Accettò, chiamò quattro compagne, io feci lo stesso. Quando mi chiese ridendo: “Maschi contro femmine?”, le risposi d’istinto: “No, mischiamoci.” La volevo vicino.
Giocammo. Ogni punto era un pretesto per stringerci in cerchio e abbracciarci. Durante uno di quei festeggiamenti, per puro caso, la sfiorai. Lei si voltò di scatto e mi fissò. Non capii se avevo fatto una cazzata… finché, poco dopo, dopo un altro punto, fu lei a posare la mano sul mio culo, ridacchiando. Stava al gioco.
Dopo un suo ace, decisi di rischiare: uno schiaffetto leggero sul suo sedere. Lei mi guardò mordendosi il labbro. Cazzo… mi mancava il fiato.
La partita finì e ci buttammo in piscina. Io e lei, soli, a parlare. Mi raccontò di Barcellona, le notti sul lungomare, la sua squadra. Io le parlai della mia vita in Italia. Arrivò la sera. Cena veloce, doccia, e un accordo: una birra insieme al bar dell’impianto. Dopo cena la raggiunsi. Una chiacchiera tira l’altra, ma il casino era troppo. Mi decisi: “Qui c’è troppa gente… andiamo a berne una in mezzo al campo da baseball.” Il suo sorriso bastò come risposta: “Stavo per dirtelo io.”
Presi quattro birre — due non sarebbero bastate — e ci sdraiammo sull’erba, lontani da tutti. Parlare con lei era facile, naturale. Poi, il destino ci mise lo zampino: gli irrigatori si accesero. Corremmo verso i dugout ridendo come due ragazzini. La sua maglietta era zuppa e aderente, lasciava intravedere i capezzoli. Non riuscii a non fissarli. Lei se ne accorse, sorrise e, con tono di sfida, mi sussurrò: “Vorresti levarmela?”
Non risposi. Agii. La presi per la vita, le mani sul suo culo che avevo già toccato nel pomeriggio, e la tirai a me. Le baciai il collo, piano, e sentii il suo respiro accelerare. Si staccò appena, e senza dire nulla si tolse la maglietta da sola. Il suo seno era perfetto.
Le baciai le labbra, poi scesi sul collo, sul petto. Le mie mani le stringevano i fianchi, le dita affondavano nella pelle. Mentre mordicchiavo i capezzoli, si sfilò i pantaloncini: sotto non aveva niente. Mi rialzai, la presi di peso e la posai sulla panchina. Le aprii le gambe e iniziai a leccarla. Era già bagnata, calda, vibrante. “Así, así… lo quería desde hoy” mi gemette, e il mio viso si inzuppò — ma non per gli irrigatori.
Mi prese la testa, mi baciò con avidità, e poi sussurrò: “Ahora… a ti.”
Si inginocchiò e iniziò a succhiarmi piano, poi più forte, più profondo. La fermai, troppo vicino al limite. La presi per i capelli, la girai e l’appoggiai alla ringhiera. La penetrai piano, sentendo ogni suo respiro, ogni suo gemito. Ogni colpo era un urlo trattenuto, soffocato dalla paura di essere scoperti. Il rischio ci accendeva.
Quando le accarezzai il culo, sentii che era bagnata anche lì. Le sussurrai: “Vuoi provare una cosa?” Girò appena la testa, occhi bassi, e fece cenno di sì. Sfilai, la guidai piano, le chiesi sottovoce: “Pronta?” Un altro sì. Spinsi. Il suo urlo ruppe il silenzio della notte.
Il mix di piacere e dolore la faceva tremare. Io non mi fermai, aumentai il ritmo, e quando capì che stavo per venire, si girò, me lo prese in bocca e succhiò fino all’ultimo istante. Finì sul suo seno, e lei, senza dire nulla, se lo passò con le dita e lo leccò piano.
Ci guardammo. Ci baciammo. Un sorriso. Due birre rimaste, bevute in silenzio. In quell’angolo di campo, con l’erba ancora bagnata, ognuno di noi aveva avuto esattamente quello che voleva.
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