Prime Esperienze
Gli alberi non parlano
06.07.2019 |
6.590 |
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"Cosa vuoi da me? Ho il mio racconto, la mia narrazione, la mia follia e tu non puoi ribellarti..."
Quando le prime luci dell'alba mi svegliarono, riconobbi subito la grande quercia che avevo scelto come rifugio. Mi girai su un fianco, per affondare il viso nella terra ed assaporarne l'odore. Ho sempre amato dormire accoccolata fra le radici degli alberi, senza alcuna protezione fra il mio corpo nudo ed il terreno umido di alba. Dicono che la terra è sporca, ma si sbagliano. Nel voltarmi, rimasi stupita nel vedere la sagoma di un uomo sdraiato accanto a me, di schiena, profondamente addormentato. Il bruciore che sentivo giù in basso, mi ricordò chi era quell'uomo. Portai una mano alla fronte pensando “Stupida, stupida, stupida, stupida idiota”.Eravamo zingari e viaggiavamo soli.
Non posso più ascoltare Tenco, l'ho scoperto sul treno che mi porta lontano. E' un colpo al cuore, ma almeno adesso ricordo cosa significa averlo, un cuore, l'ho sentito rompersi sulle prime note “...sapere se domani si vive o si muore...”. Sul treno mi ha messa il dottore, dice che devo imparare tutto da capo. I colori, i sapori, le esperienze antiche. Vecchia volpe, il mio dottore. Oggi ho imparato molte cose e me le sono appuntate tutte sul quaderno che mi ha regalato l'ultima seduta: il verde mi acceca e rassicura; il tramonto non mi commuove, esattamente come all'antica me stessa; l'odore di lavanda continua a disgustarmi; non riesco più a camminare sui tacchi, solo piedi scalzi o poco più, si vede che lo squilibrio mentale agisce anche sul baricentro, pensa che sia possibile, dottore?
Non ho avuto paura a passare la notte in una squallida stazione intermedia, come lei ben sa non ho timore nel mischiarmi all'umanità disperata che dorme sui pavimenti delle stazioni. E' l'altra umanità a spaventarmi, quella che arriva in stazione di giorno, trascinandosi una 24ore piena di scartoffie e vuota di domande. Quella sana di mente. Com'è possibile che non si accorgano di niente? Lei me lo ha spiegato molte volte, ma non riesco proprio ad arrivarci.
La quercia è perfetta, appena la vedo so che è il mio luogo, remoto e silenzioso, non capisco perché nessuno l'abbia scelto, ma d'altronde, eccettuata me e pochi altri, sono tutti pazzi. Per due giorni e due notti dormo e basta, appoggiata con la schiena al suo tronco, l'avevo avvisata che se avessi trovato l'albero giusto non avrei avuto bisogno delle pillole che mi ha prescritto, caro dottore, i quattro anni di sonno arretrato scompaiono in poche ore, per una volta io avevo ragione e lei torto. Questo pensiero mi fa sorridere. Adesso basta riposare, ho voglia di andare a caccia.
Ne abbiamo parlato molte volte, mentre sedevo scomposta sulla poltroncina rossa del suo studio. Di sesso, dico. No, non fra me e lei, dottore, è un bell'uomo, per carità, e tutti conoscono questa cosa del transfert, ma sono praticamente certa che sia omosessuale, anche se ha moglie e figli. So che non le piace che glielo dica, ogni volta si arrabbia, sì lo so, non è lei il paziente, ma d'altronde sono pazza e posso dire tutto quello che voglio.
Mi ha consigliato di risvegliare il mio corpo, diventato magro e spento dopo la terapia. Lo accarezzo, all'ombra della quercia. Non ho uno specchio, ma al tatto non lo riconosco più. Sento le costole, i seni, già piccoli, sono svuotati, le scapole sembrano ali sulla mia schiena, con queste gambe ho raggiunto ghiacciai innevati, oggi fanno fatica a superare una piccola collina. Ho bisogno che un uomo penetri questo corpo che mi sembra estraneo, che lo percorra tutto con le mani, con la lingua, con lo sguardo, per confermare un dato di fatto che non riesco proprio ad accettare: sono viva, nonostante tutto. Sì, dottore, mi ricordo cosa ha detto: trova tutti gli uomini che vuoi ma falli stare alle tue regole. Ne sceglierò uno, come una strega delle favole lo porterò nella mia casetta nel bosco e lo userò per il mio piacere. Lo cavalcherò, nessun compromesso su questo, gli coprirò il viso con le mani, non voglio niente che non sia il suo cazzo duro, dopo un paio di orgasmi, miei, lo farò venire con la bocca, sempre e solo per il mio godimento. Il tempo di farlo riprendere e lo inviterò a lasciare il mio rifugio. Non è vero, non lo inviterò, sarò sgradevole e gli butterò gli abiti addosso dicendogli “Vattene”. Ci siamo divertiti a fare questo piano, dottore, si ricorda?. Lei si è divertito più di me, so che vorrebbe essere qui a vedere come la sua Piccola Luce reagisce alla morte. Agli uomini non dispiace essere usati ed io ho il diritto di ricordare. Non sarà difficile. Prima dell'oblio, prima di diventare un Piccolo Buco Nero, avevo molto successo con gli uomini, davo loro quello che volevano, prendendo tutto ciò che volevo io, non vedo perché le cose dovrebbero essere cambiate. Di certo fino a che non appenderò la mia camicia di forza al ramo più basso della quercia, l'unico al quale riesco ad arrivare, arrampicandomi un po', nessuno potrebbe vedere qualcosa di diverso da una giovane ragazza sola e fragile. Fragile 'sto par de palle, ma questo è un segreto fra me e lei, dottore. La caccia ha inizio.
Come cazzo è successo? Aggrappata ai suoi fianchi, il vento, il profumo dell'estate, le vibrazioni della moto. Detesto tutto di Lui. La sua risata rumorosa, che mi distrae mentre sono al bar, i riccioli lunghi ed impertinenti, persino il suo corpo scolpito ed abbronzato mi provoca irritazione. L'ho studiato da lontano, dottore, e ho un gran voglia di spaccargli un lettino prendisole sulla schiena. Bello, sicuro di sé, sempre circondato da uno stuolo di donne stupende, mi suscita unicamente pensieri sadici. Lei dottore sa quanto possano essere sadici i miei pensieri. Ci ho ripensato, ho voglia di buttarmi giù dalla moto in corsa, ma il panorama è così bello che mi dimentico del ripensamento. Sa, dottore, in fondo anche il tramonto non è male mentre si corre sulla strada a precipizio sul mare. Se sapessi guidare la moto, potrei buttare giù Lui e rubargliela. Ci rifletto sul serio. Lui non lo sa. Sì, dottore, va bene, niente cazzate. Non so perché ho accettato quest'invito improvviso e inaspettato. Avevo trovato la preda perfetta da portare e consumare nel bosco, un ragazzo bellissimo e completamente idiota, mentre me lo lavoravo, docile e sbavante, costui è arrivato “Ti va un giro in moto?” ”Si” “Metti pantaloni lunghi, ti aspetto all'ingresso”.
Mi porta in un locale a picco sul mare. Non dovrei bere, ma lei dottore non è qui a redarguirmi e non posso accompagnare un vassoio di bruschette e chiacchiere con un bicchiere d'acqua. So che alzerebbe gli occhi al cielo, come fa sempre.
“Sono pazza”
“Sì, l'ho capito”
“Impossibile, il mio super potere è il mimetismo”
“Non sei così brava, ti ho beccata subito”
“Volevo solo fare una passeggiata in moto”
“E' quello che ti ho offerto”
“Non mi piaci”
“Nemmeno tu a me”
“Perfetto. Ti piace Tenco?”
[...]
E' tempo di rientrare. Prova a baciarmi. Tutto il bar si gira allo schiocco del magistrale schiaffo col quale rispondo al suo tentativo. Oh, dottore, adesso mi sento meglio.
Durante il viaggio di ritorno mi scopro ad osservare le sue braccia muscolose che dirigono abilmente la moto lungo i tornanti. Sono muscoli di lavoro, non di palestra. Pensavo che dopo lo schiaffo mi avrebbe lasciata a piedi in mezzo a questo meraviglioso nulla. Invece mi ha sorriso e mi ha messo il casco, come si fa ai bambini. Ed io sono bambina. Mi trovo a desiderare che quelle grandi mani accarezzino il mio corpo vuoto. Mi accosto impercettibilmente, voglio sentire cosa si prova a toccare il corpo di un uomo dopo essere risorti. Mi farà lo stesso effetto della lavanda? Se ne accorge, prende la mano con la quale mi assicuro a lui e seguendo il mio inespresso desiderio, la fa scorrere lungo il bel torace scolpito fino ad appoggiarla poco sotto la sua cintura. No, non è come la lavanda, decisamente no. Non ho mai toccato un cazzo così duro, dottore. E' una bella sensazione, meglio ancora dell'assolo di rock anni '70 che ho sentito stamani alla radio del bar e che ho appuntato sul quaderno alla voce “cose che mi fanno godere”. Non resisto e lo stringo più forte che posso, indovinandone forma e dimensioni. Al mio gesto, la moto sbanda un poco, allora cerco di ritrarre la mano, ma lui me la afferra e me lo fa stringere con maggiore forza. Adesso, dottore, se ne deve andare, voglio stare sola con la mia preda, la strega ha fame.Le racconterò domani come è andata.
Non c'è bisogno di parlare. Scendiamo dalla moto e faccio strada nel buio della notte verso la mia grande quercia. Non sei ciò che pensavo di volere, ma prendo il rischio, il dottore non guarda. Ora te lo prendo in bocca, quel bel cannolo, e ti ammansisco con il pompino dei pompini, per poi consumarti, a mio piacimento. Ti faccio vedere io, brutto stronzo, come si domina un uomo. Ti appoggio la mano sul sesso duro e grosso, ma tu la respingi. Faccio per inginocchiarmi, voglio prenderlo in bocca, ma tu me lo impedisci e mi fai rialzare. Cosa vuoi da me? Ho il mio racconto, la mia narrazione, la mia follia e tu non puoi ribellarti. Eppure lo fai. Mi sfili la maglietta, sai che non porto il reggiseno, durante la serata hai più di una volta fermato lo sguardo sui miei piccoli seni liberi. Voglio che li stringi, voglio sentire dolore, invece li sfiori appena, con delicatezza, desidero che li mordi, ma li percorri con le labbra socchiuse, solo ber brevi istanti la tua lingua accarezza i miei capezzoli duri. Prendimi! Scopami! Invece no, ti inginocchi e percorri i miei fianchi, come se li dovessi disegnare. Abbassi la cerniera laterale dei miei pantaloni, così lentamente che il rumore nel silenzio del bosco sembra un frastuono. Sono pantaloni larghi, estivi, appena liberati dalla zip cadono in un istante. Mi spogli ma quello che non sai è che non stai spogliando solo un corpo. O forse lo sai. Non deve andare così, non sono queste le regole. Dottore, torni qui, stanno infrangendo le regole! Protesto, ma tu te ne freghi e respingi le mie deboli resistenze. Sono in piedi, nuda e fragile, tu in ginocchio, vestito, mi baci le caviglie, le gambe, non tralasci nemmeno un frammento del mio corpo, quel corpo che non esisteva prima che lo toccasi. Lo ripercorro insieme a te. Ho piedi, caviglie, cosce, culo. Adesso lo so perché me lo afferri, stando sempre in ginocchio, con la punta della lingua tocchi per un istante la carnosa fessura fra le mie gambe, ti afferro per i capelli perché voglio che tu rimanga lì, a ricordarmi che una volta ero una puttanella che godeva come una pazza quando me la leccavano. Ti voglio, ti voglio ovunque, ma tu lo sai e non ti dai a me. Continui a sfiorarmi fino a che non ti supplico, io che sono la strega nel bosco. Ti supplico di farmi toccare il tuo cazzo, di farmelo prendere in bocca, di darmelo senza pietà. Non lo fai, risali e ti alzi in piedi. Sei alto, devi piegarti per guardarmi. Sono inebetita e paralizzata. Prendi la tua roba e vattene. Portami il tizio fuffettoso che ho conosciuto stamani, lui sì che me la leccherebbe a comando. Non riesco a dirlo. Hai gli occhi verdi e me ne accorgo solo ora che siamo al chiaro di luna. Buffo. Smetti di guardarmi, cazzo, dì qualcosa, fai qualcosa.
A sorpresa mi afferri i polsi e con una forza che non pensavo avresti usato con me, mi blocchi contro la quercia e mi giri. Sento che ti sbottoni i pantaloni con una mano, tenendomi i polsi con l'altra, pur sapendo che non ce n'è bisogno, non vado da nessuna parte. E' saliva quella che sento scorrere sulle natiche? Sorprendentemente, riesce ad entrarmi nel culo senza alcuno sforzo, lo metti proprio tutto, non ne lasci fuori nemmeno un pezzettino ed io, per la prima volta nella mia vita nuova ed antica ne godo come una pazza. Le mie urla scuotono la tranquillità del bosco addormentato, ne voglio ancora, ne voglio di più, si, sono tua, tua e di nessun altro, tua e del tuo cazzo, usa questo corpo che è di nuovo vivo.
Il nostro orgasmo è silenzioso e potente.
Adesso lasciami piangere, da sola, ricoperta di sborra e terra. Invece, ti abbassi su di me, mi prendi il viso bagnato di lacrime e sollievo e mi baci. Il nostro primo bacio.
Mi sveglio all'ombra della grande quercia. Sì, dottore, ha ragione, non c'è bisogno di alzare gli occhi al cielo, lo so da me, sono una stupida stupida stupida idiota.Si rassegni, in fondo se fa lo psichiatra ci sarà abituato, no?
Dorme, dandomi la schiena. Lo giro delicatamente, questo stronzo che non posso sopportare. Ha il cazzo duro e inizio a cavalcarlo, piano piano, fino a che non si sveglia e mi chiede se ho del caffè. Sì, ce l'ho il caffè. Lo beviamo abbracciati, appoggiati al tronco di un albero che per fortuna non può parlare.
“Non trattarmi così, sono una signorina ammodo io!”
“Ma se mi hai dato il culo la prima notte...”
“Vabbè, ma ero pazza”
“Lo sei ancora, amore mio”
Sì, perché è passato qualche anno, dottore.
Siamo sempre zingari, forse un po' folli, ma non viaggiamo più soli.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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