Prime Esperienze
L'istante nel settebello
09.10.2025 |
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"Esisteva solo il rumore ritmico del treno e il silenzio tra i nostri corpi, che non sarebbe durato un altro secondo..."
Il fischio metallico del treno mi arrivò alle ossa. Vienna era alle spalle. Entrai nello scompartimento, e in quel momento, il mio viaggio cambiò.Lei era seduta lì. Elara. Il nome mi scivolò in testa prima che lo sentissi, una cosa ovvia, inevitabile. Mentre la salutavo e sistemavo la borsa, le mie dita sfiorarono le sue. Una scossa – rapida, violenta – mi percorse il braccio. Non potei non notare il suo respiro che si spezzava un attimo. Bene. Non ero l'unico a sentirlo.
Mi sedetti di fronte a lei, il velluto morbido del sedile che faceva da contrasto alla durezza improvvisa del mio desiderio. Cercammo rifugio nelle chiacchiere: destinazioni, il freddo fuori. Stronzate. Ogni parola era una barriera che cercavo di abbattere con lo sguardo. I suoi occhi verdi, di un'intelligenza feroce, non fuggivano mai dai miei. Li teneva fissi su di me, quasi mi sfidasse a dire ad alta voce cosa volevo.
Il buio scendeva fuori, e il vetro divenne uno specchio a due vie. Potevo vederla lì, la luce soffusa del vagone che le illuminava il profilo della mascella, l'ombra del seno che si muoveva appena sotto la stoffa dell'abito. E potevo vedermi, affamato, che la fissavo senza nascondere nulla.
Il treno sferragliava, un battito cardiaco amplificato. Mi sporgo in avanti, solo un piccolo, impercettibile movimento per spostare il suo libro sul tavolino. Le nostre ginocchia erano ora separate da un filo d'aria. Sapevo che lo sentiva. L'aria era diventata elettrica, quasi irrespirabile.
«È un viaggio lungo,» le dissi, abbassando la voce fino a farla sembrare una confessione. Volevo che il suono le accarezzasse la pelle.
La sua risposta fu un colpo al plesso solare. «Ho la sensazione che non sarà abbastanza lungo.»
Cazzo.
Lei sapeva. Sapeva cosa volevo fare in questo scompartimento. Sapeva quanto desideravo eliminare quella distanza infinitesimale tra noi. La sua bocca si incurvò in un sorriso che era pura promessa e pericolo.
«Vorrei sapere cosa stai pensando, Elara,» le chiesi. La verità era che non mi importava saperlo, volevo solo sentire il suono del suo nome sulle mie labbra, in quel modo.
«Lo sai già, Andy.» Il modo in cui pronunciò il mio nome mi fece tendere i muscoli. Era una licenza.
E poi, il buio. Il treno entrò nella galleria, e la luce morì, lasciandoci al buio più totale. Ero così vicino che potevo sentire l'odore del suo profumo, una miscela di gelsomino e pelle.
In quell'oscurità, l'ultima barriera era caduta. La sentii muoversi, un fruscio di stoffa. Alzai una mano. Non dovevo vedere per sapere dove fosse. Trovai il suo viso, il pollice che le sfiorò l'angolo delle labbra.
Il mondo era svanito. Esisteva solo il rumore ritmico del treno e il silenzio tra i nostri corpi, che non sarebbe durato un altro secondo.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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