Lui & Lei
L’eco del mare
15.10.2025 |
773 |
1
"Le onde si aprivano e si richiudevano nel buio, e ogni rumore sembrava ripetersi dentro di me..."
Il mare era nero. Non blu, non grigio: nero.L’unico movimento visibile erano i riflessi di luna che si spezzavano sull’acqua come vetro.
Il traghetto avanzava lento, con un rumore profondo e costante, una pulsazione metallica che sembrava imitare un battito cardiaco.
Ero sul ponte da un tempo che non sapevo più misurare.
Il vento mi tagliava il viso, e ogni respiro portava con sé odore di sale e carburante.
Dietro di me, la città si era ristretta a una manciata di luci tremolanti all’orizzonte.
Vienna, Marsiglia, Napoli, non importava dove fossi partito, ogni città che lasciavo diventava solo una scia di lampioni nel buio.
Credevo di essere solo.
Finché una voce mi tagliò l’aria alle spalle.
«Non dormi mai, vero?»
Mi voltai.
Lei era lì.
Iris.
Il nome mi arrivò in mente prima ancora che lo dicesse, come un ricordo che riaffiora senza logica.
Aveva una giacca chiara, sottile per quel vento, e i capelli scuri che le cadevano sul viso in ciocche umide.
Il suo sguardo non cercava il mio: guardava oltre, verso l’acqua, come se fosse lei a doverla attraversare.
«Non ci riesco,» dissi. «Il silenzio mi tiene sveglio.»
Lei sorrise appena.
«O il silenzio o i pensieri. O tutti e due.»
Le sue parole non avevano bisogno di essere capite. Bastava sentirle.
C’era un ritmo nella sua voce che si intrecciava con quello del mare.
Restammo così, a pochi passi di distanza, guardando l’oscurità.
Ogni tanto, un’onda colpiva lo scafo, e un riflesso argenteo ci illuminava per un istante, per poi scomparire.
Ogni volta che la luce tornava, la vedevo diversa. Più vicina. Più reale.
«Dove vai?» le chiesi, più per spezzare il rumore del sangue nelle orecchie che per curiosità.
Lei scosse appena la testa.
«Da nessuna parte. O forse troppo lontano.»
«Bella risposta.»
«Non volevo fosse bella. Solo vera.»
Il vento portò il suo profumo, qualcosa di legnoso e dolce, come miele bruciato.
Mi sembrò di sentire la pelle riscaldarsi, nonostante il freddo.
«E tu?» mi chiese.
«Io? Scappo.»
«Da cosa?»
«Da chi, semmai.»
«E ti ha trovato?»
Abbassai lo sguardo.
«Quasi.»
Ci fu una pausa. Una di quelle che fanno più rumore di qualsiasi parola.
Il traghetto oscillava piano, e nel rumore meccanico del motore si infilava il battito del mio cuore, sfasato, irregolare.
Quando rialzai la testa, Iris si era avvicinata.
Ora la vedevo davvero. La pelle chiara tirata dal vento, le labbra screpolate, gli occhi di un verde opaco che sembravano assorbire ogni riflesso.
Non aveva paura del silenzio, né del mio sguardo.
«Sai che potremmo saltare?» disse.
Lo disse piano, come se fosse una constatazione logica, non un’idea folle.
«Dove?» chiesi.
«Ovunque.»
Risi, ma lei no.
Il suo viso era immobile, serio.
Il mare le restituiva un riflesso pallido, quasi spettrale.
«Hai mai avuto quella sensazione?» continuò.
«Quale?»
«Di essere vivo solo quando stai per fare qualcosa di irrimediabile.»
Le sue parole mi fecero male.
Non perché non le capissi, ma perché le conoscevo fin troppo bene.
Mi avvicinai. Non di molto, solo abbastanza da percepire il calore del suo corpo sotto il vento.
«E cosa succede se non lo fai?» chiesi.
«Smetti di sentire. E diventi invisibile.»
Le presi la mano.
Era fredda, ma ferma.
Lei non la ritrasse.
«Non saltare, allora,» dissi.
«Non ora,» sussurrò.
Rimanemmo così, immobili.
Le nostre mani intrecciate, il mare che ci circondava come un respiro lento.
Il mondo intero sembrava ridursi a quella vibrazione sotto i piedi, al fiato del vento, al profumo di lei che mi arrivava addosso.
Dopo un po’ si staccò e fece un passo indietro.
«Domani all’alba arriviamo a Bari,» disse.
«E poi?»
«Poi io scendo.»
«E io?»
«Tu decidi se restare invisibile o no.»
Un sorriso, quasi impercettibile, e poi tornò a guardare il mare.
Io rimasi a fissarla, come si guarda qualcosa che si sa già di perdere.
Il traghetto emise un lungo fischio, profondo, metallico.
Le onde si aprivano e si richiudevano nel buio, e ogni rumore sembrava ripetersi dentro di me.
Il mare non era più nero. Ora aveva una sfumatura di blu.
E per la prima volta da mesi, sentii il silenzio dentro diventare sopportabile.
C’eravamo solo noi, il vento, e l’eco del mare.
Un suono che prometteva qualcosa, ma non diceva mai cosa.
E il silenzio tra noi, che non sarebbe durato un altro secondo.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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