Prime Esperienze
La lucidità del desiderio
26.02.2026 |
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"Mentre partecipava a una call, con la voce stabile e professionale, si accorse che stava pensando a quando lo avrebbe rivisto..."
La sveglia suonò inutilmente. Elena era già sveglia occhi fissi e immobili al soffitto di una camera che oggi suonava ad un ritmo diverso. Ferma, nel letto che conosceva da anni e che quella mattina le sembrava estraneo. Il corpo era percorso da una memoria sottile; la pelle custodiva un segreto che la mente non aveva ancora deciso di nominare e dominare. Tra i pensieri affollati scelse di non alzarsi subito. Rimase distesa, stringendo le lenzuola come faceva da bambina, quando servivano a proteggersi dai mostri.
La casa era silenziosa, identica a sempre, eppure qualcosa non era nell'ordine delle cose.
il marito già uscito, i ragazzi già a scuola ... Si alzò lentamente e attraversò il corridoio come in un rituale. Raddrizzò una cornice appena inclinata, sfiorò un mobile in cerca di polvere invisibile. Tutto era al suo posto, come sempre. Tutto, tranne lei. Camminava con la sensazione di muoversi su una linea sottile tra ciò che era stata fino al giorno prima e ciò che stava diventando, conservando la memoria di ogni passo il primo leggero il secondo lungo e pesante.
«È stato solo un sogno», si disse, allungando la mano verso il miscelatore della doccia.
Ma la mente mente, pensò, mentre la camicia di seta scivolava a terra. Non era un sogno. Era una scelta.
Non pensava ancora alla notte prima. Pensava al momento in cui aveva detto sì. Al suono secco della portiera. Alla fame che non si era spenta.
La distanza da colmare non era più un’idea astratta. Aveva un volto. Aveva mani. Aveva un nome.
E adesso pretendeva conseguenze.
Davanti allo specchio del bagno si fermò. La luce del mattino non era indulgente; mostrava tutto, non nascondeva nulla. Cercò sul proprio volto un segno evidente di ciò che era accaduto, una traccia, una colpa scritta sulla pelle. Non trovò niente. Ed era proprio questo a inquietarla. Era la stessa donna di sempre, eppure non lo era più.
Aprì l’acqua della doccia quasi per istinto, come se il getto potesse riportarla a una normalità elementare. Il vapore iniziò a salire lento, avvolgendo lo specchio fino a cancellare la sua immagine. Forse era più semplice non vedersi.
Entrò sotto l’acqua con un respiro lungo. Il calore le scivolò addosso, sciogliendo la tensione dei muscoli, ma non quella più profonda. Chiuse gli occhi. Le mani iniziarono a muoversi in modo automatico, quotidiano: spalle, braccia, collo. Un gesto di cura imparato da anni, innocuo, ripetuto.
Poi l'inaspettato.
Il contatto con la propria pelle non era più neutro. Ogni passaggio lasciava una traccia più viva, una memoria riaccesa. Le dita rallentarono, indugiarono dove il calore dell’acqua amplificava le sensazioni. Sentì il corpo reagire non come a un semplice gesto di pulizia, ma come a un richiamo.
Per un istante esitò.
In gioventù quel gesto sarebbe stato proibito, colpevole, qualcosa da allontanare in fretta. Aveva imparato a non fermarsi, a non ascoltare troppo. Ma ora non c’era nessuno a guardarla. Nessuna regola pronunciata ad alta voce. Solo lei, il vapore, l’acqua che cadeva ritmica.
Le sue mani si fecero più consapevoli, meno casuali. Esplorarono con timidezza iniziale, come se chiedessero permesso, poi con una decisione crescente. Non cercava scandalo, cercava conferma. Voleva sentire se quella fame apparteneva davvero a Matteo o se era sempre stata sua.
Il respiro cambiò ritmo. Il calore dell’acqua si mescolava a un calore diverso, interno, che saliva lento. Le dita si mossero con maggiore sicurezza, seguendo il battito che avvertiva sotto la pelle. Non era più un ricordo della notte precedente; era una necessità presente.
Non c’era immagine, non c’era scena. Solo sensazione. Solo il bisogno di riconoscersi viva.
Quando il piacere iniziò ad affacciarsi, improvviso e concentrato, Elena si fermò. Non per paura, ma per scelta. Restò immobile sotto il getto, il cuore accelerato, le mani ancora appoggiate al proprio corpo.
Aprì gli occhi.
La distanza da colmare, capì in quell’istante, non era soltanto tra lei e un uomo. Era tra lei e la donna che aveva appena avuto il coraggio di toccarsi senza vergogna.
E forse la parte più inquietante non era ciò che aveva fatto.
Era ciò che desiderava fare ancora.
Spense l’acqua con un gesto deciso, quasi brusco, come se interrompere il flusso potesse interrompere anche il pensiero. Si avvolse nell’asciugamano con movimenti rapidi, disciplinati. Il rituale riprese il comando: crema sul viso, capelli tamponati con cura, specchio ormai limpido. Ogni gesto tornava preciso, misurato, familiare. Era sempre stata brava a rimettere ordine.
Mentre si vestiva scelse con attenzione l’abito per lavorare da casa: sobrio, comodo, coerente con l’immagine di sé che aveva costruito negli anni. Accese il computer, controllò l’agenda, rispose alle prime email con la solita puntualità impeccabile. Le dita correvano sulla tastiera con efficienza; la mente, però, non era tutta lì.
La dualità si fece chiara. C’era la Elena che organizzava riunioni, che ricordava scadenze, che parlava con tono fermo e rassicurante. E c’era l’altra, quella che sotto la doccia aveva scoperto un’urgenza nuova, una parte di sé non più disposta a farsi mettere a tacere.
Provò a negarla.
«È stato solo un momento», si disse mentre allineava delle cartelle sul desktop. «Una parentesi.» Cercò di ridurre tutto a un episodio isolato, a un errore contenuto, a un bisogno passeggero. La mente costruiva argomentazioni ordinate, come fa un avvocato che difende una causa già persa.
Ma il corpo non collaborava. se prima sopito sotto i colpi di regole dettate da altri. oggi era appena diventato un cavallo difficile da domare ... ma la sua mente ancora una volta le disse: difficile non impossibile e tu, mia cara Elena devi ... nell'ordine delle cose che IO ti ho insegnato.
Bastava un istante di distrazione perché la memoria tornasse a insinuarsi: un suono, una pressione, un respiro. Non era nostalgia. Era richiamo. E ogni volta che cercava di respingerlo, l’urgenza si faceva più netta.
Il colpo di scena non arrivò da fuori, ma da dentro.
Mentre partecipava a una call, con la voce stabile e professionale, si accorse che stava pensando a quando lo avrebbe rivisto. Non “se”, ma “quando”. La negazione crollò in quell’impercettibile slittamento di tempo verbale.
Non era un incidente.
Era una direzione.
Chiuse la riunione con una frase impeccabile, sorrise allo schermo nero che le restituiva il proprio riflesso e, per la prima volta, non cercò di convincersi che sarebbe tornata indietro.
La distanza da colmare non chiedeva più di essere ignorata.
Chiedeva di essere attraversata.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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