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Da ragazzo a uomo


di Membro VIP di Annunci69.it Matertattoo
15.07.2026    |    258    |    0 7.6
"Da quel giorno, quando si girava verso il mio banco, non c'era più traccia di imbarazzo, ma solo un sorriso complice e uno sguardo magnetico..."
PREFAZIONE:
Per comprendere bene questa storia per chi non lo ha già fatto,sarebbe meglio leggere i racconti intitolati: Racconti dai caraibi 1,2,3,orgia a motore e la sposina ninfomane.

L’aereo toccò la pista di Fiumicino con un sobbalzo secco, lo stridore dei freni e quel classico, deprimente applauso liberatorio dei passeggeri italiani che mi riportò istantaneamente alla realtà.

Ho sempre trovato quel rito di una comicità imbarazzante. Mi fa sempre venire in mente una battuta di Maurizio Battista: non ho mai capito perché la gente debba applaudire il pilota dopo l’atterraggio. Cazzo, è come se facessi l'applauso al tassista che ti ha appena portato sotto casa! Ha fatto solo il suo lavoro, mica un miracolo. Eppure, in quel momento, quel battito di mani collettivo e provinciale mi sbatté in faccia la verità: la pacchia era finita, ero tornato in Italia.

Fuori dal finestrino non c’erano più le palme di Negril né il turchese accecante dei Caraibi. C’era il grigio dell’asfalto romano, un cielo di fine estate leggermente velato e l’aria condizionata del terminal che sapeva di polvere e carburante.

Uscito dal terminal, andai dritto verso la corsia dei taxi. Diedi l'indirizzo, mi sbracai sul sedile posteriore e mi godetti il viaggio di ritorno verso casa.

Quando infilai le chiavi nella toppa, mio padre era in cucina. Da vecchio donnaiolo e uomo di mondo quale era, non si mise a fare l’inquisitore. Gli bastò vedermi tornare intero, abbronzato, fisicamente in tiro, con la camicia aperta e lo sguardo sveglio.

— Ti trovo bene — disse, abbracciandomi. — Ti sei divertito?
— Da matti, papà. Un viaggio incredibile — risposi.

Non c'era bisogno di troppe parole: tra noi le cose rimasero normali, semplici, con quel rispetto silenzioso di chi sa che ognuno ha i suoi segreti.

Anche con gli amici rimasti a Roma la transizione fu rapidissima. Come potevo spiegare quello che avevo vissuto? Nell'Italia del 1994, quanti diciassettenni potevano dire di aver passato tre settimane da soli in Giamaica?

La verità è che non mi veniva di fare il figo o l'uomo vissuto, semplicemente ero cambiato. Oltre al sesso estremo che avevo conosciuto, quel viaggio era stato un battesimo del fuoco vero. C'erano stati tentativi di rapina e rapine vere e proprie, la droga pesante che girava ovunque, la costante sensazione di essere sul filo del rasoio in un paese bellissimo ma spietato. Roba forte, che ti toglie di dosso ogni traccia di ingenuità infantile e ti costringe a crescere di colpo. Non ne parlavo molto perché, semplicemente, chi era rimasto a Roma non avrebbe potuto capire.

Ma se io non dicevo nulla, era il mio corpo a parlare per me, anche se io non me ne ero ancora del tutto reso conto.

Incominciai a rendermene conto a metà settembre, al primo giorno di scuola.
Mi sedetti al mio solito posto, all'ultimo banco della fila centrale. Buttai il mio zaino Invicta, logoro e pieno di scritte, sul banco, convinto che tutto sarebbe ricominciato come sempre: le versioni di greco, i temi di italiano, insomma... la solita routine.

Eppure, percepivo che l'atmosfera in aula era completamente diversa. O meglio, ero io a essere percepito in modo diverso.

Le ragazze della classe furono le prime ad accorgersene. C'è un sesto senso femminile, quasi animale, nel percepire quando un ragazzo smette di essere un adolescente affamato e impacciato e diventa un uomo. Fino all'anno prima, nei corridoi del liceo, i maschi della mia età emanavano quella tipica ansia disperata di chi cerca approvazione, quel misto di spacconeria infantile e timidezza bloccata.

Io, quella mattina, ne ero completamente privo.

In classe sono sempre stato un po' istrionico, mi piaceva fare battute e prendere in giro tutti, ma per qualche strano motivo le professoresse mi avevano sempre adorato, probabilmente perché non mancavo mai di rispetto o usavo termini fuori luogo. Quel primo giorno stavo semplicemente seduto, rilassato, con le spalle larghe e una calma assoluta che mi veniva da dentro.

Durante la ricreazione, Eleonora B. si avvicinò al mio banco con la scusa di chiedermi una penna. Era la prima della classe, una ragazza bellissima ma non di quel genere appariscente o volgare. Era la classica pariolina: acqua e sapone, pochissimo trucco, vestiti di marca mai ostentati, ma con un fascino particolare, pulito, che ti catturava subito. Portava sempre i capelli castani lunghissimi e sciolti. Il motivo lo avevamo capito tutti: le servivano a coprire un piccolo difetto, ovvero due orecchie leggermente a sventola che le spuntavano tra le ciocche appena muoveva la testa.
Vederla lì, davanti al mio banco a cercare un pretesto per parlarmi, mi fece uno strano effetto. Solo l'anno precedente, infatti, avevo vissuto una sbandata clamorosa, quasi umiliante, proprio per la sua compagna di banco e migliore amica, Federica S. Ero stato letteralmente sotto un treno per lei, una roba orribile: le giravo intorno, cercavo di farmi notare, ma Federica non mi calcolava di pezza. Per lei ero invisibile, uno dei tanti ragazzini impacciati della classe.E adesso, a distanza di pochi mesi, Eleonora, che era decisamente più bella di lei ed era la sua compagna di banco, era lì che cercava la mia attenzione.

— Ciao Lorenzo. Ti trovo... diverso. Ti sei tagliato i capelli? — chiese, ma i suoi occhi stavano analizzando la mia postura, il modo in cui sostenevo il suo sguardo senza quella minima esitazione che avevo sempre avuto.
— No, Eleonora. Sono sempre gli stessi — risposi, guardandola dritto negli occhi con un mezzo sorriso tranquillo.

Lei esitò, stringendo la penna tra le dita. Sentivo il suo profumo, ma non mi faceva più l'effetto di un tempo; non mi intimidiva. E lei percepì immediatamente quel distacco. Non era indifferenza la mia, era sicurezza. La sicurezza di chi non ha più paura del confronto con gli altri.


Intorno a lei, anche le altre ragazze della classe si scambiarono occhiate veloci, sussurrando qualcosa tra loro e continuando a lanciarmi sguardi furtivi da dietro i libri. La Giamaica mi aveva cambiato, sì. Ma la parte migliore era che non dovevo fare assolutamente nulla per dimostrarlo: bastava essere il nuovo me stesso.

La conferma definitiva arrivò una settimana più tardi, a ottobre, durante la lezione di scienze. La professoressa spiegava la biologia dei rapaci notturni alla lavagna:

— Il gufo ha questi occhi enormi, grandissimi... ed è proprio grazie a questa conformazione che riesce a catturare anche il minimo barlume di luce nel buio.

Eleonora B., sempre attenta e in prima fila, alzò la mano per fare una domanda:

— Quindi, professoressa, mi sta dicendo che il gufo ha gli occhi grandi e proprio per questo ci vede meglio di notte?

In classe regnava il solito silenzio soporifero. Fu in quel millisecondo che la mia nuova sicurezza prese il controllo. Senza pensarci, con un sorriso sornione stampato in faccia, dissi ad alta voce dall'ultimo banco:

— A B.! Mica perché c’hai le orecchie grandi vuol dì che ce senti mejio!

Il silenzio dell'aula venne letteralmente squarciato. Stefano, seduto accanto a me, si sbracò sul banco dalle risate, e in un attimo tutta la classe esplose in un coro unico.

Eleonora si bloccò all'istante, portandosi di scatto le mani ai capelli per coprirsi le orecchie. Un rossore improvviso e violentissimo le colorò il viso, facendola diventare rossa come un peperone. Si girò a guardarmi, con gli occhi spalancati per lo shock di quella sfrontatezza.

La professoressa di scienze provò a mantenere un contegno severo per difendere l'alunna, ma la precisione chirurgica e l'ironia della battuta erano troppo forti anche per lei. Le labbra le tremarono per un istante e alla fine non riuscì a trattenersi: scoppiò a ridere di cuore insieme a tutta la classe, scuotendo la testa.

— Lorenzo, sei il solito impertinente! — disse la prof, sventolandosi con il registro per riprendere fiato.

Ma la cosa incredibile fu la reazione di Eleonora. Quella battuta non l'aveva affatto offesa o allontanata. Anzi, aveva rotto il ghiaccio in un modo che nessuno dei soliti corteggiatori impacciati avrebbe mai osato fare. Da quel giorno, quando si girava verso il mio banco, non c'era più traccia di imbarazzo, ma solo un sorriso complice e uno sguardo magnetico. La mia sfrontatezza l'aveva letteralmente calamitata verso di me.

E io, grazie alla mia nuova vita, avevo capito che potevo farla mia. Dovevo solo trovare il modo giusto per riuscire a toglierle le mutandine.

Il mio unico, vero problema in quel quinto anno era il greco. Adoravo la letteratura greca, la tragedia, i miti; ma quando si trattava di mettere la penna sul foglio per la traduzione scritta, per me era un calvario. Con l'esame di Stato alle porte, la preoccupazione era reale: volevo assolutamente portare il greco come materia orale all'esame per giocarmi le mie carte migliori, ma per farlo dovevo prima alzare il voto dello scritto.

Eleonora B., invece, in greco era un mostro sacro. Traduceva con una facilità disarmante.
Grazie a questo, avevo trovato la scusa perfetta per stare da solo con lei.

Mi avvicinai al suo banco con un mezzo sorriso.

— Senti, Eleonora... quest'anno c'è la maturità e io con lo scritto di greco sto messo malissimo. Ti andrebbe di darmi una mano con le traduzioni?

Lei mi guardò, divertita e forse un po' sorpresa che quel Lorenzo così spavaldo le stesse chiedendo aiuto.

— Va bene, Lorenzo. Possiamo provare — risposi.

Ci mettemmo d'accordo per vederci a casa sua. Abitava in un appartamento bellissimo, signorile, perfetto specchio della sua famiglia benestante. Quel pomeriggio ci sistemammo nella sua camera con i dizionari aperti, ma la verità è che il monumentale dizionario Rocci finì per fare solo da arredamento.

Bastò un momento di vicinanza mentre guardavamo lo stesso testo. Le accarezzai il viso, spostandole i capelli lunghi dietro le orecchie, e la baciai. Le sue labbra erano calde, timide ma desiderose. Ci baciammo a lungo e lei si lasciò toccare ovunque già quel primo giorno, sintomo di un fuoco nascosto sotto la cenere.

Il giorno dopo a scuola ci comportammo normalmente. Nessuno doveva sapere cosa c'era stato tra di noi.
Ma già lo stesso pomeriggio ritornai a casa sua.

Il secondo giorno trovò il coraggio di spogliarsi, e io rimasi letteralmente a bocca aperta. Sotto i vestiti semplici, quasi castigati da scuola, Eleonora nascondeva un corpo da modella: gambe lunghissime e slanciate, e un seno naturale, enorme e sodo, che faceva un contrasto pazzesco con la sua figura snella e la sua faccia da brava ragazza acqua e sapone. Ma soprattutto, aveva un culetto morbidoso a mandolino che era un vero capolavoro della natura. Era bellissima.

Sapevo che era vergine ed era visibilmente emozionata, ma la mia esperienza in Giamaica mi aveva dato una sicurezza e una padronanza nuove. La guidai con calma, con dolcezza, rassicurandola ad ogni movimento. Quando facemmo l'amore per la prima volta, vederla rilassarsi e iniziare a godere fu una sensazione incredibile.

E già da quel giorno l'intesa divenne totale. Forse per la foga del momento o per sbloccare del tutto la tensione, Eleonora volle subito viziarmi, cominciando a farmi dei pompini spettacolari, intensi e passionali, muovendosi con un'attenzione che mi fece letteralmente impazzire. Lo capii immediatamente: Eleonora adorava il cazzo.

Quello fu solo l'inizio di una trasformazione totale.

Giorno dopo giorno, la timidezza di Eleonora si sgretolò completamente. Più ci vedevamo con la scusa del greco, più lei acquistava sicurezza, liberando una sensualità selvaggia che teneva repressa sotto la facciata da prima della classe. Nel giro di qualche settimana, quella ragazza apparentemente riservata si trasformò in una compagna incredibilmente disinibita, passionale e audace.

Capiva ogni mio desiderio e divenne fortissima a letto: prese a provocare, a cercare posizioni nuove, diventando sempre più intraprendente e travolgente. Scopavamo in continuazione, come solo gli adolescenti possono fare, ma il bello era che era un sesso da adulti, sempre più spinto. Lei adorava succhiarmi il cazzo e bere tutto fino all'ultima goccia, per poi guardarmi negli occhi e sorridere come a dire: "Vedi come sono stata brava?"

Stavamo insieme, ma in classe continuavo a chiamarla rigorosamente per cognome; non volevamo assolutamente che gli altri sapessero della nostra storia.

Però Federica, la sua migliore amica e compagna di banco, aveva capito tutto. E fu così che la faccenda si complicò...
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