La verifica non è ancora finita
Poi vidi lei.
Trent’anni, sorriso sfacciato, capelli scuri e uno sguardo che sembrava sapere già troppe cose. Le scrissi senza aspettarmi nulla:
«Immagino che tu abbia la casella piena di messaggi. Provo comunque a salvare la reputazione della categoria.»
La risposta arrivò pochi minuti dopo.
«Ambizioso. Vediamo se te lo meriti.»
Fu così che, quasi incredulo, la invitai a bere qualcosa.
Quando arrivò, indossava un vestito nero semplice, aderente quanto bastava a rendere difficile fingere indifferenza. Aveva un profumo caldo, leggermente speziato. Mi salutò con due baci sulle guance, lasciando il secondo indugiare una frazione di secondo più del necessario.
Durante l’aperitivo ci studiammo senza nasconderlo. Lei rideva delle mie battute, ma soprattutto mi guardava. Non con cortesia: con curiosità. Ogni tanto si passava lentamente un dito sul bordo del bicchiere e poi tornava a fissarmi.
«Dal vivo sei meno innocente», disse.
«Dal vivo tu sei molto più pericolosa.»
Abbassò gli occhi sorridendo. Non era imbarazzo. Era un invito.
Quando uscimmo, l’aria della sera era fresca. In macchina la tensione diventò quasi fisica. Non misi subito in moto. Lei rimase girata verso di me, una gamba accavallata sull’altra, il vestito leggermente risalito.
«Allora?» domandò.
«Allora cosa?»
«Hai parlato tanto bene della tua categoria. Adesso devi difenderla.»
Mi avvicinai lentamente, lasciandole il tempo di decidere. Fu lei a colmare l’ultimo spazio.
Il primo bacio fu morbido, quasi prudente. Il secondo non ebbe più niente di prudente. Mi afferrò la camicia e mi attirò contro di sé. Sentii il suo respiro accelerare, le sue dita scivolare dietro la mia nuca. La mia mano le sfiorò il fianco, seguendone la curva attraverso il tessuto, e lei si strinse ancora di più a me.
Ci separammo soltanto per riprendere fiato.
«Qui ci vedono», sussurrò, ma non sembrava affatto intenzionata a fermarsi.
«Conosco un posto poco lontano.»
Mi guardò per alcuni interminabili secondi. Poi si sistemò il vestito, si morse appena il labbro e allacciò la cintura.
«Guida.»
Il motel aveva un’insegna discreta e un corridoio silenzioso. Appena la porta della stanza si chiuse, lei vi appoggiò la schiena. Rimasi davanti a lei senza toccarla, assaporando l’attesa.
«Adesso perché ti sei fermato?» domandò.
«Voglio guardarti.»
Il suo sorriso cambiò. Divenne più lento, più intimo.
Mi prese per la cintura e mi attirò a sé. La baciai sul collo, appena sotto l’orecchio. Sentii un brivido attraversarle il corpo e la sua mano stringersi sulla mia schiena. Continuai senza fretta, alternando baci leggeri a pause studiate, finché il suo respiro non diventò irregolare.
Le mie dita seguirono la linea del vestito lungo i fianchi. Lei sollevò le braccia e il tessuto scivolò via, cadendo ai suoi piedi. Rimase davanti a me senza abbassare lo sguardo, bellissima e sicura solo in apparenza: il tremito leggero delle sue mani raccontava quanto fosse coinvolta.
La portai verso il letto continuando a baciarla. Ogni gesto diventò più intenso, ma mai precipitoso. Quella notte non ci fu spazio per il mondo fuori, per i profili ignorati o per i messaggi senza risposta. C’erano soltanto la sua pelle calda sotto le mie mani, il profumo rimasto sulle lenzuola e il modo in cui pronunciava il mio nome quando smetteva di controllarsi.
Più tardi rimase distesa accanto a me, con la testa sul mio petto e un dito che tracciava distrattamente piccoli cerchi sulla mia pelle.
«Quindi non siete tutti creature malefiche», disse.
«Non tutti.»
Sollevò il viso e mi guardò con quel sorriso sfacciato della fotografia.
«Non montarti la testa. La verifica non è ancora finita.»
E tornò a baciarmi.
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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