Occasione mancata
La vidi nel reparto della frutta.
Avrà avuto poco più di trent’anni. Capelli raccolti male, come se li avesse sistemati in fretta prima di uscire, jeans aderenti e una camicia bianca leggermente aperta sul collo. Nulla di costruito, e forse era proprio quello a renderla così attraente.
Stava scegliendo delle pesche. Ne prendeva una, la osservava, la sfiorava con il pollice e poi decideva se metterla nel sacchetto. Mi accorsi di starla guardando con troppa attenzione proprio quando alzò gli occhi verso di me.
Sorrise.
Io abbassai lo sguardo sul mio carrello fingendo un improvviso interesse per una confezione di zucchine.
Poco dopo ci ritrovammo nella stessa corsia. Lei avanzava da un lato, io dall’altro. Provai a spostarmi per lasciarla passare, ma fece la stessa cosa. Cambiai direzione e mi imitò di nuovo.
«Mi sa che dobbiamo metterci d’accordo», disse ridendo.
«Oppure continuare finché uno dei due non cede.»
«Io non cedo facilmente.»
Lo disse guardandomi dritto negli occhi. Una frase innocente, certamente. Eppure il tono non lo era affatto.
Alla fine passò accanto a me. I nostri carrelli si sfiorarono con un leggero colpo metallico e, per evitare che si incastrassero, le presi istintivamente una mano. Fu un contatto brevissimo, ma abbastanza lungo da farmi sentire il calore delle sue dita.
«Carrello aggressivo», commentò.
«È la prima volta che si comporta così.»
«Forse gli piacciono le belle sconosciute.»
Mi guardò sorpresa, poi sorrise di nuovo. Questa volta più lentamente.
Continuammo la spesa separati, o almeno così sembrava. In realtà ci incrociammo altre tre volte: davanti ai formaggi, vicino ai vini e infine al banco del pane. Ogni incontro aggiungeva qualcosa. Uno sguardo trattenuto un secondo in più. Un sorriso ormai complice. La sensazione assurda che entrambi stessimo aspettando una mossa.
Davanti al banco, lei prese il numero e si mise al mio fianco.
«Cosa prende?» domandò la commessa quando arrivò il suo turno.
«Una baguette», rispose.
La commessa indicò due cestini.
«La preferisce normale o quella più lunga?»
Lei rimase in silenzio per un istante. Poi voltò appena il viso verso di me. Aveva le guance diventate rosse e tentava disperatamente di non ridere.
«Quella normale va benissimo», disse.
«Sicura?» mormorai.
Si morse il labbro e mi diede una piccola spinta con il gomito.
«Non dire niente.»
«Non ho detto niente.»
«Ma lo hai pensato.»
«Tu invece no?»
Abbassò lo sguardo, ancora sorridendo.
«Forse.»
La commessa le porse il sacchetto. Nel prenderlo, lei si avvicinò al mio orecchio.
«Comunque non è la lunghezza a fare la differenza.»
Il suo profumo mi arrivò addosso insieme al calore del respiro. Rimasi immobile, diviso tra il desiderio di risponderle e la paura di rovinare quella complicità.
Lei si allontanò spingendo il carrello, ma prima di girare nella corsia successiva si voltò a guardarmi.
Era il momento giusto. Avrei potuto raggiungerla, chiederle il nome o proporle semplicemente un caffè. Invece restai davanti al banco come un idiota, stringendo il mio biglietto numerato.
Quando arrivai alle casse la cercai ovunque. Tra le file, all’uscita, persino nel parcheggio.
Niente.
Tornando a casa, sul sedile accanto a me c’erano due sacchetti della spesa e una baguette che non ricordavo nemmeno di aver ordinato.
Di lei mi erano rimasti un sorriso, un profumo e una frase sussurrata troppo vicino al mio orecchio.
Da quel giorno sono tornato spesso in quell’Esselunga.
Ufficialmente perché è comoda.
Ma ogni volta che passo davanti al banco del pane, rallento.
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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