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Scambio di Coppia

VITA DA BULL: LA MATURITA'


di Membro VIP di Annunci69.it bullmastermaturo
13.07.2026    |    1.177    |    2 9.2
"Oggi questa pigrizia, che da giovane avrei considerato un difetto da correggere, è diventata quasi un potere..."
Vita da Bull — La Maturità
C'è una fotografia che non ho mai scattato, ma che porto dentro con più nitidezza di molte che invece esistono su carta o su pixel: un uomo di trent'anni, in piedi in un salotto sconosciuto, che dice sì prima ancora di aver finito di ascoltare la domanda. Ero così, per anni. Disponibile con una generosità che oggi, guardandola da qui, mi sembra quasi ingenua — non innocente, ma incosciente del proprio valore. Bastava una voce al telefono, un imbarazzo da sciogliere, un desiderio altrui da accogliere, e io ero già lì, pronto, quasi impaziente di essere utile. Non me ne pento. Quella disponibilità mi ha insegnato tutto quello che so. Ma il tempo, quello vero, quello che si deposita nelle articolazioni e nello sguardo, mi ha insegnato una cosa che a trent'anni avrei rifiutato come eresia: dire di no può essere un atto di rispetto tanto quanto dire di sì. Forse di più. Oggi ho sessantacinque anni, e per la prima volta nella mia vita adulta non ho fretta di dimostrare niente. Nemmeno a me stesso.
Non uso sostanze. Non le ho mai volute, ma oggi è diventato quasi un principio, non di orgoglio, ma di onestà. Ci sono uomini che alla mia età si affidano alla chimica per continuare a essere quello che erano prima. Li capisco, non li giudico. Ma io ho fatto una scelta diversa: voglio che il mio corpo dica sempre la verità, anche quando la verità è un'assenza. Se qualcosa in una stanza, in una donna, in un momento non mi accende, preferisco saperlo subito, senza correzioni artificiali, piuttosto che costruire un'eccitazione presa in prestito. È una forma di rispetto verso l'altra persona, prima ancora che verso me stesso: se monto, deve essere lei — la sua voce, il suo modo di guardarmi, l'intelligenza che mette nelle parole — a esserne responsabile, non un farmaco. Il corpo, quando lo si lascia libero di dire la verità, diventa uno strumento di una precisione quasi commovente: non mente mai, anche quando vorremmo che mentisse.
Ed è proprio da questa onestà del corpo che nasce, credo, la selettività che oggi mi definisce più di ogni altra cosa. Con l'età ho scoperto che l'eccitazione vera comincia molto prima del corpo: comincia nella testa, in un dettaglio, in una frase detta con un certo tono. Posso sedermi a cena con una coppia e sapere, prima ancora che arrivi il secondo piatto, se c'è una possibilità reale di intesa o se sto assistendo, ancora una volta, a un copione già visto. Non è un giudizio severo, è solo un'attenzione che si è affinata negli anni fino a diventare quasi involontaria. Basta un dettaglio fuori posto — non parlo mai di difetti fisici, non è mai stata quella la mia misura, ma di qualcosa di più sottile: uno sguardo che si distrae mentre l'altro parla, una parola buttata lì con superficialità dove ci sarebbe voluto peso, una fretta malcelata che tradisce l'urgenza di consumare piuttosto che il desiderio di scoprire — e qualcosa in me si chiude. Semplicemente, senza drammi, come un fiore che si ritira al calare della luce. E preferisco, in quei casi, rinunciare sempre.
Questa stessa esigenza di verità è quella che mi ha allontanato, negli anni, da ogni logica di fila.
Non mi metto in coda, non l'ho mai fatto volentieri nemmeno da giovane, ma oggi è diventato un confine netto, quasi sacro. Non voglio essere uno tra i tanti — un nome in un'agenda, una tappa in un percorso già scritto da altri prima di me. Ho bisogno di sapere che l'incontro nasce da una scelta reciproca e consapevole, non da un turno che arriva. Essere scelto, per me, non è vanità: è l'unica condizione che rende un incontro vero invece che meccanico. E scegliere, a mia volta, con la stessa lucidità — guardare una coppia e decidere, con tutta la libertà che l'età mi ha finalmente concesso, se quello che vedo merita il tempo che sto per offrire. Non frequento una coppia tra le tante. Frequento una coppia, singolare, specifica, irripetibile, o non frequento affatto.
Ed è per questo che, col tempo, ho smesso di inseguire la quantità. C'è stato un decennio, negli anni della piena maturità, in cui la varietà aveva un suo fascino, la scoperta continua, le storie diverse. Non rinnego quegli anni, mi hanno reso quello che sono. Ma oggi cerco altro: cerco la vera trasgressione, quella che nasce dalla profondità e non dalla frequenza, e ho smesso da tempo di inseguire gli incontri fugaci che si consumano e si dimenticano nello stesso respiro. Preferisco pochi incontri, ma buoni, con una coppia che mi stimoli mentalmente prima ancora che fisicamente, con cui costruire nel tempo un territorio senza confini né tabù — un luogo che si esplora non in una sera ma in mesi, forse anni, sviscerando insieme quello che la sessualità può essere quando due persone si fidano abbastanza da togliere ogni limite. Una coppia fissa, oggi, vale più di dieci coppie occasionali, perché la vera intensità ha bisogno di tempo per rivelarsi. Le prime volte, con chiunque, sono sempre un po' recitate. È dopo, quando la fiducia si sedimenta, che comincia lo spettacolo vero.
E in tutto questo, lo confesso senza vergogna, gioca un ruolo anche la mia pigrizia — pigrissima, se devo essere onesto fino in fondo. Oggi questa pigrizia, che da giovane avrei considerato un difetto da correggere, è diventata quasi un potere. Mi piace sapere che è il desiderio dell'altro a mettersi in cammino verso di me, che una coppia farà strada, magari tanta, per arrivare fino a dove sono io. Non per arroganza, ma perché quel viaggio, reale o solo simbolico, è già la prova che quello che offro vale l'attesa. Non rincorro più niente. Aspetto. E l'attesa, quando è scelta e non subita, ha un sapore che la fretta non conoscerà mai.
Ripenso, a volte, a quel ragazzo di ventun anni che camminava per un viale di fine autunno, senza sapere niente — non sapeva cosa fosse lo scambismo, non sapeva leggere il linguaggio di certe auto ferme con il motore acceso, non sapeva ancora chi sarebbe diventato. Un'auto rallentò accanto a lui, un finestrino si abbassò, e lui salì semplicemente perché qualcun altro aveva deciso per lui. Oggi sono io quello che decide. Sono io, nel salotto di casa mia, ad aspettare che sia il desiderio altrui a bussare, con la stessa naturalezza con cui un tempo ero io a salire su auto sconosciute, ma con la consapevolezza, oggi piena, di ogni passo che faccio o che scelgo di non fare. Non ho più bisogno di dimostrare quanto ero, quanto potevo, quanto duravo. Se arriva, sarà un dono raro. Se non arriva, saprò comunque che questa attesa l'ho scelta io — e ho imparato, con gli anni, che anche l'attesa, vissuta così, ha il suo valore.
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