tradimenti
Il Conte, lo Yoga e Francesca
Tony_redx
14.07.2026 |
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"Mi distesi al centro, sulle lenzuola di lino fresco, e le sentii avvicinarsi da entrambi i lati..."
SerenaEra una di quelle sere di inizio settembre in Emilia, in cui la luce si ritira all'improvviso come un respiro che trattiene il tramonto, per decretare la fine dell'estate. Il caldo però resisteva ancora, aggrappato alle pietre e alla terra. Tenevo la lezione delle venti, la più frequentata della settimana, quella del venerdì. La sede dei miei corsi, una vecchia officina meccanica degli anni Sessanta, era attraversata in quel momento dalla luce giallastra del crepuscolo che filtrava dalle due grandi vetrate a ovest, da dove arrivava anche un filo d'aria fresca, probabilmente dall’Appennino.
Quella sera in classe c'erano nove persone, otto donne fra i trenta e i cinquanta e Marco, l'unico uomo. Arrivò dieci minuti prima con il suo borsone bianco e rosso, quell'aria leggermente nervosa che hanno gli uomini quando entrano in un luogo popolato di donne in calzamaglia che già si conoscono. Era la sua prima lezione di yoga con me.
A Francesca di Marco gliene parlavo da maggio. Da quando io e Franco ce lo eravamo trovati sotto al balcone durante il temporale e mi aveva fatto quell'effetto. Le avevo raccontato tutto al telefono pochi giorni dopo, e da allora ogni tanto lei mi chiedeva quando me lo porti. Quattro mesi le erano sembrati una vita, e quando le avevo detto che venerdì sarebbe venuto a lezione e che avremmo organizzato la serata, mi aveva risposto solo: «Finalmente».
Marco sapeva di me e Francesca. Sapeva che era la mia allieva preferita, una donna bella e intelligente, e che gli sarebbe piaciuta. Francesca viveva in una piccola casa castello dell'Ottocento nella pedecollina reggiana, ereditata dai nonni, una di quelle architetture che ai miei amici architetti fanno girare la testa. Con il pretesto di una consulenza sulla casa, io e Francesca lo avevamo invitato dopo la lezione per un brindisi.
Franco conosce molto bene Francesca. Ci frequentiamo da anni e ci siamo già divertiti assieme a suo marito Cesare. Ho capito solo col tempo una cosa di lui: la sua eccitazione cambia natura a seconda che sia presente o meno. Quando è presente, è un'eccitazione concreta, fisica, di chi guarda e sente, e a un certo punto partecipa o si tocca dalla poltrona, per poi condividere con me quell'eco per giorni. Quando invece non c'è, si eccita ancora di più. Sa di non poter controllare i dettagli, sa di doverli aspettare dal mio racconto, e l'attesa lavora dentro di lui per ore, come un fiume carsico che scorre sotto la superficie delle cose. Le conseguenze piacevoli durano settimane, anziché giorni. Adoro quella complicità, quell'attesa che profuma di promessa. Da quella sera della settimana precedente Franco, consapevole della serata con Francesca e Marco, era già altrove con la testa. Sapeva sarebbe rimasto solo a casa questo venerdì, e che sabato sera, nel letto a luci spente, gli avrei raccontato tutto.
Francesca arrivò cinque minuti prima dell'inizio, come sempre. Si stese il tappetino davanti, al centro della prima fila, il suo posto. Quella sera indossava un completo bianco tecnico attillato, top corto e leggings. La pelle scoperta delle braccia lasciava vedere i suoi tatuaggi: una grossa peonia sul braccio sinistro, che le scendeva fin sopra il gomito, e una scritta in caratteri minuti sul polso destro. Non le ho mai chiesto cosa significasse. Si era raccolta i capelli biondi in uno chignon alto, e quando entrava dalla porta, a ogni lezione, si giravano tutti. Ricordo che quella sera aveva un trucco leggero che la rendeva particolarmente luminosa, come se la luce la cercasse anziché il contrario.
Marco era seduto in seconda fila, leggermente spostato a destra, e sapeva benissimo cosa lo aspettava. Si vedeva. Aveva quel modo di stare degli uomini che sanno una cosa e cercano di non darla a vedere, e proprio per questo la fanno vedere. Era teso nella nuca, le spalle leggermente alte. Io e Francesca lo guardavamo dalle nostre posizioni, e ogni tanto i nostri occhi si incrociavano, come a voler accelerare la lezione per arrivare al momento che aspettavamo da mesi.
Iniziai la lezione come sempre, con cinque minuti di respirazione a occhi chiusi e l'invocazione. È la parte che amo di più, quella in cui un gruppo di persone che fino a un minuto prima parlava dei figli, del traffico o del lavoro, si trasforma in dieci respiri sincronizzati, come dieci onde che trovano lo stesso ritmo.
Marco lavorava bene. Si vedeva che aveva già praticato: conosceva le basi, i tempi del respiro, le posizioni più comuni. Non era un principiante, ma nemmeno un avanzato, ed era nella zona migliore in cui si possa essere quando si pratica con qualcuno di nuovo, perché c'è ancora margine di scoperta. A metà lezione andai a correggergli una torsione. Gli appoggiai una mano sulla spalla e una sul fianco, gli ruotai il busto di qualche grado, gli dissi piano respira qua dentro, indicando un punto sotto le costole. La sua spalla sotto la mia mano si ammorbidì di colpo, come un frutto che cede al tocco giusto. Mi piaceva toccarlo e indugiare qualche secondo in più, guardarlo da vicino, specie quando era in imbarazzo verso gli altri allievi. Quando mi allontanai, vidi Francesca che ci osservava dallo specchio e mi fece un piccolissimo sorriso. Quella sera avrei condiviso Marco con lei, e già sentivo che sarebbe stato intimo, profondo, e che avrebbe avuto risonanze per settimane. Con Franco, ma anche con lei.
L'ultima mezz'ora fu dedicata al rilassamento. Abbassai le luci, accesi una candela in fondo alla sala. La voce di una cantante portoghese usciva piano dal piccolo impianto. Era il mio momento preferito della settimana, quello in cui non insegno più: conduco e basta, come si conduce una barca in un lago calmo.
Quando riportai la classe in posizione seduta, feci il piccolo discorso che faccio sempre, quello sul respiro che ci si porta a casa. Le donne aprirono gli occhi una dopo l'altra, come petali che si schiudono. Marco aprì gli occhi per ultimo e cercò me.
Si alzò lentamente, cominciò ad arrotolare il tappetino. Francesca aveva già il suo stretto con l'elastico e si avvicinò a Marco senza fretta, come si avvicina qualcuno che si è già aspettato tutta la sera.
«Tu devi essere Marco.»
«Tu devi essere Francesca.»
Si guardarono per un secondo di troppo. Sulla fronte di Marco vidi quel rossore preciso che gli viene quando una cosa lo coglie alla sprovvista. Francesca sorrise, un sorriso piccolo ma che accelerò il battito di entrambi.
Mi avvicinai. Le ultime allieve stavano uscendo, la sala era quasi vuota, le luci di servizio basse. Francesca aveva la borsa già in spalla.
«Andiamo, allora?»
«Andiamo.»
Marco si chinò a prendere il borsone e uscì per primo. Quando la porta si chiuse dietro di lui, Francesca mi guardò e mi disse piano:
«Bello.»
«Te l'avevo detto.»
«Sì, ma una cosa è sentirlo dire, una cosa è vederlo.»
«Lo so.»
«E gli occhi e la bocca che ha.»
«Quelli sono la cosa che mi ha fregato.»
«Si vede.»
Francesca mi prese per mano. La tenne solo un secondo, poi la lasciò. Spengemmo le luci, chiudemmo a chiave, e uscimmo nel piazzale dove Marco era appoggiato alla sua macchina. Ci aspettava con le mani in tasca.
Marco
Le seguii fuori dal paese, sulla provinciale che scende verso Montecchio. La sera era già scura e la macchina di Francesca, una vecchia Range Rover bianca di quelle squadrate degli anni Novanta, mi precedeva di una decina di metri. Io seguivo lungo i rettilinei fra i filari, e a un certo punto vidi nello specchietto interno le loro due teste avvicinarsi e poi tornare al loro posto, e capii che si stavano scambiando un bacio breve, di quelli che le donne si danno quando sono sole in macchina e sanno che tu non puoi vedere bene.
Dopo circa venti minuti svoltammo a destra su una strada bianca, e dopo un altro chilometro ci si aprì davanti una piccola proprietà con una casa castello dotata di una torretta di sezione generosa. Ci fermammo qualche secondo per aprire elettricamente un vecchio cancello massiccio, arrugginito al punto giusto, che immetteva nel cortile. Da architetto sapevo cosa stavo guardando ancora prima di parcheggiare. Un piccolo castello di campagna della fine dell'Ottocento, di quelli che le famiglie benestanti dell'epoca si facevano costruire come residenza estiva o di rappresentanza, sulla scia delle mode neoclassiche e neo-medievali che attraversavano l'Europa. Pianta quadrata compatta, due piani fuori terra, intonaco color sabbia scrostato in alcuni punti, finestre alte ad arco con cornici in pietra. Sul lato sinistro si alzava la torre, quadrata, di tre piani, conclusa da un terrazzino merlato. Una sola grande finestra ad arco al terzo piano, con un balcone probabilmente aggiunto in epoca successiva, rivolto verso la pianura. Il tetto in coppi originali, ben tenuti. Tutto intorno un parco di alberi alti: un cedro enorme sulla destra, due tigli, qualche acero più indietro e un grande fico, cresciuto lì senza essere stato voluto, come a volte fanno le cose belle.
Era uno di quei piccoli edifici che avevo studiato sui libri ma che in carne e ossa non capita spesso di vedere così ben conservati. Aveva la malinconia un po' decadente dei castelli minori di provincia, un'architettura che imitava modelli più grandi senza ambizioni di grandezza, e proprio per questo era riuscita meglio, come una poesia che non pretende di essere epica e proprio per questo tocca il cuore. Sul retro intravidi una piccola dépendance in mattoni faccia vista, più bassa, costruita forse negli anni Trenta.
Parcheggiammo vicino al cedro. Quando scesi, l'aria del parco mi colpì subito: un odore preciso di legno vecchio, di terra, e qualcosa di dolce sotto, mosto forse, perché da qualche parte era tempo di vendemmia. Francesca scese, allungò le braccia sopra la testa e fece un piccolo gesto di accoglienza, come si fa quando si arriva a casa propria con ospiti. In quel gesto notai subito il seno, non abbondante ma sodo, i capezzoli che disegnavano il cotone della maglietta. La conoscevo da mezz'ora appena, ma la trovavo già eccitante, tutta da scoprire, e la serata prometteva più di quanto avessi immaginato.
«Benvenuto», disse. «Questa è la casa dei miei nonni materni. Mio marito e io l'abitiamo da otto anni. Qui ho dei ricordi bellissimi della mia infanzia. Nella torre, in cima, c'è la mia stanza da letto. Te la mostrerò», e sorrise guardando Serena.
«Bellissima», dissi. Lo era. Era una di quelle architetture in cui il tempo ha trovato un equilibrio fra l'uso e l'abbandono, e ogni tentativo di ristrutturare tutto avrebbe rotto quel patto silenzioso fra le pietre e gli anni. Glielo dissi. Lei sorrise compiaciuta, e Serena mi guardò con quel suo modo di guardarmi quando dico una cosa che le piace. Faccio l'architetto da quindici anni e ho imparato presto una cosa: alle donne piace mostrarmi le loro case, e a me piace farmele mostrare. Le faccio parlare e loro si sentono fortunate ad avere un esperto che ascolta. È un rito di apertura, e quasi mai per fortuna rimane solo quello.
«Prima però diamoci una rinfrescata», disse Francesca. «Fa caldo e veniamo da un'ora di yoga. Di sopra, al primo piano, ci sono due bagni ai lati del corridoio. Scegliete liberamente. Ci sono asciugamani puliti e ho lasciato accappatoi per tutti.»
Lo disse con la stessa naturalezza con cui si offre un caffè. Era chiaro che non era la prima volta che organizzava una serata così. Serena annuì e salì le scale, conoscendo già la strada. Io seguii Francesca fino al secondo bagno, una stanza piccola sotto le travi in legno, con doccia in muratura. Mi spogliai, mi insaponai veloce, mi sciacquai, ma sotto l'acqua calda i pensieri andavano altrove. Sapevo cosa sarebbe successo di lì a poco, sapevo che le due donne lo stavano aspettando, e che mi sarei spogliato davanti a entrambe. Da quando ero entrato in quel parco la mia testa era andata avanti di un'ora, e il corpo seguiva il ragionamento.
Quando uscii avevo addosso solo l'accappatoio bianco trovato piegato sul bordo del lavandino. I vestiti li avevo lasciati su una sedia. Nello specchio appannato intravidi un uomo di quarant'anni con i capelli ancora bagnati, in casa di persone che fino a un'ora prima conoscevo appena, e mi sembrò una cosa strana, eccitante e bella insieme.
Purtroppo, o per fortuna, la mia erezione era già molto evidente. Cercai di sistemare l'accappatoio per contenerla, ma era complicato. Il tessuto si sollevava in un rigonfiamento impossibile da nascondere.
Scesi le scale. Serena era già in cucina, in accappatoio a sua volta, i capelli corvini raccolti sulla nuca con un fermaglio, una mano sul fianco e una sul calice di vino bianco che Francesca le aveva già versato. Si era già rilassata, si vedeva. Sorrideva e si godeva il momento.
Francesca invece indossava una t-shirt oversize gialla con numero 69 in bianco, che le faceva anche da gonna. Sotto non aveva nulla: si notavano i capezzoli turgidi e un bel seno compatto, probabilmente una terza abbondante. Sembrava più piccolo nell'abbigliamento tecnico della lezione, ora invece, più libero, mostrava la sua pienezza. Avevo un debole per i seni come quello. Francesca era sorridente, rilassata, e si muoveva in un copione che evidentemente aveva già scritto e perfezionato. Ne ero consapevole, ma essere al tempo stesso il protagonista e il destinatario di quella serata mi eccitava in modo indicibile: mi sembrava di vivere dentro a un sogno a occhi aperti.
«Vieni, prendi un bicchiere di vino, beviamo qualcosa e ti facciamo vedere lo studio», disse Francesca. «È la cosa di cui sono più gelosa. Non lo mostro a tutti.»
Un rapido brindisi, un sorso di vino e ci incamminammo.
Attraversammo il cortile fino alla dépendance sul retro. Lo studio era una sola grande stanza, soffitto a capriate, pavimento di cotto antico, due finestre alte da un lato che davano sul parco. Sui muri, tele a vari stadi di lavorazione: qualcuna asciutta da settimane, qualcuna ancora con i colori freschi. Su un tavolo, un blocco di creta coperto da un panno umido. Tre sculture in terracotta su altrettante basi di legno, due piccole e una più grande, tutte di corpi femminili astratti, allungati, come se qualcuno avesse tirato la materia verso il cielo. C'era un odore forte di trementina e di terra bagnata. Notai un quadro raffigurante un uomo muscoloso, con in bella vista un'erezione poderosa. Mi aveva colpito l’attenzione realistica del cazzo. Maniacalmente cavernoso, colorito rossastro della grande cappella quasi sproporzionata, oltre ad una particolare attenzione nella realizzazione dello scroto che a sua volta metteva in evidenza due grandi testicoli. Mi sembrava si volesse quasi iconizzare lo strumento sessuale maschile ad un fucile carico pronto a sparare.
«Ti piace Marco?», mi disse Francesca sorridente.
«Mi ha colpito l’attenzione ai particolari del cazzo.»
«Sembro tutta carina Marco e gentile, ma mi piace il cazzo e anche tanto. Quello è Cesare mio marito, l’ho rappresentato così!»
Ero in imbarazzo per quella frase diretta: «Hai un bel posto, Francesca», gli dissi.
«Grazie. È la stanza in cui passo le ore migliori. Di giorno qui la luce è fantastica, peccato che la vediate di notte.»
Mi avvicinai alla scultura più grande. Era alta circa un metro: una donna seduta a gambe incrociate, le braccia aperte, il busto inclinato indietro. Una posa di yoga, riconobbi. Pensai a Francesca della lezione di mezz'ora prima.
Mi voltai. Francesca era davanti a me, Serena al suo fianco. Stavano zitte. Sorridevano entrambe, lo stesso sorriso piccolo e complice.
«Marco», disse Francesca, «adesso ti dico una cosa, perché se non te la dico io poi te la dicono i sensi e ti spaventi. Questa casa ha una sua storia. Si racconta che ci sia un vecchio Conte che non se ne è mai andato.»
«Un Conte.»
«L'ultimo proprietario prima dei miei nonni. Vedovo, anziano, rimase solo qui dentro fra gli anni Trenta e i Cinquanta, dopo essere rimasto vedovo e dopo che i figli si erano trasferiti in città. I miei nonni gli comprarono la casa quando lui era già malato, e lui restò ospite fino alla fine. Si diceva avesse una relazione con una giovane cameriera, e che amasse organizzare sontuose e trasgressive feste qui. Morì in torre. Da allora le persone che hanno dormito qui ogni tanto sentono certe cose. Niente di brutto. Una stanza che si fa più calda, l'odore di un sigaro, la sensazione precisa di essere guardati.»
«Guardati da chi.»
«Da lui. Si dice che gli piacesse guardare. Aveva fama, a suo tempo, di passare la vecchiaia ad affacciarsi dalle scale per spiare le inservienti che salivano in stanza. Pare abbia avuto varie storie con donne molto più giovani. La nonna mi raccontava che da bambine, lei e le sue sorelle, lo trovavano qualche volta seduto sulla scala con la sua coperta sulle gambe, a non far niente, solo a guardare. Non era cattivo: era un povero vecchio che non aveva più nient'altro che gli occhi.»
«E adesso.»
«E adesso a volte si sente che è ancora qui. Soprattutto quando in casa succede qualcosa che gli interessa. Cesare e io ci abbiamo fatto pace da anni. Lui guarda, noi viviamo. Non è mai successo niente di concreto. Una mano addosso, un oggetto che si muove: niente. Solo lo sguardo. E un odore di sigaro, ogni tanto.»
La guardai. Cercai di capire se stesse scherzando. Ma non stava scherzando: lo capii dal modo in cui Serena la guardava, da come Serena non rideva, da come annuiva leggermente, quasi a confermare.
«Va bene», dissi. Non sapevo cos'altro dire. Ormai ero lì, e non mi sembrava il caso di preoccuparmi. E poi guardare era una cosa che, in fondo, capivo bene anch'io.
«Ti dico anche un'altra cosa», continuò Francesca. «Tu non devi credermi. Magari non senti niente. Magari sì. Se ti viene voglia, mi dici. E se ti dà fastidio, mi dici lo stesso, e cambiamo stanza. È solo una vecchia storia di famiglia. Te la racconto perché forse preferisci saperlo prima. E poi spesso è una storia che piace ai miei ospiti.»
«Va bene», ripetei.
Francesca mi sorrise. Serena mi prese per il braccio con dolcezza.
«Andiamo in cucina», disse. «Ti facciamo bere qualcosa, che ti serve. Forse serve anche a noi. Lo studio l'hai visto, ed era il primo dei posti che Francesca voleva mostrarti. Il secondo è la torre, ma quello è per dopo.»
«Va bene», dissi io. Era la terza volta che lo dicevo in cinque minuti, e mi accorsi che era diventato il mio modo di dire adesso fate voi. Che del resto era esattamente quello che volevo.
Uscimmo dallo studio e attraversammo il cortile. La sera era scesa del tutto, e i grilli cantavano dal parco, ma più piano, come fanno i grilli di settembre quando sanno che è la loro ultima settimana.
I brindisi
La cucina era di quelle che piacciono a me: lunga, con un grande tavolo di legno scuro al centro, una credenza alta in noce e una stufa a legna in ghisa. Mobili restaurati che avranno avuto mezzo secolo. Francesca aveva messo sul tavolo un tagliere con un pezzo di parmigiano di montagna, un salame che aveva cominciato a tagliare a fette spesse, una piccola coppa di olive nere e due cestini di pane casereccio coperti con un tovagliolo. Una bottiglia di bianco già aperta nel secchiello. Tutto preparato con un'eleganza pratica che non era stata improvvisata. Avevano pensato a questa sera da giorni, capii. I dettagli, i maledetti dettagli. Iniziavo a maturare la consapevolezza di essere un bersaglio designato. Ma quella sensazione di essere al centro del copione mi piaceva.
Mi versarono un calice. Lo presi e lo girai fra le dita una volta, come faccio sempre quando non so cosa dire e voglio prendere tempo. Loro due erano già sedute a tavola, una di fronte all'altra, Serena in accappatoio come me sul lato sinistro, Francesca sul lato destro. C'era una sedia libera a capotavola. Me la indicarono.
«Siediti», disse Francesca. «Non avere paura.»
«Non ce l'ho.»
In verità ero consapevole della situazione e visibilmente eccitato. Cercavo di nasconderlo per non rovinare l'atmosfera e i piani che sembravano studiati a tavolino.
«Un po' sì.» Sorrise. «Si vede che sei felice di essere qui e ci fa molto piacere», e lo disse osservando il rigonfiamento che cercavo di dissimulare con poco successo.
Mi sedetti. Aveva ragione. Avevo il battito ancora alto e le mani non sapevo dove metterle. L'accappatoio sul petto continuava ad aprirsi. Serena allungò una mano e me lo sistemò, con la stessa naturalezza con cui mi avrebbe sistemato il colletto di una camicia, ma le sue dita rimasero sulla mia pelle mezzo secondo di troppo, sfiorando il mio petto. Sentii il suo profumo più vicino.
«Bevi», disse Francesca. «È un vino piemontese, lo prendo da un'enoteca a Reggio. Mi piace bere bianchi del nord quando ho ospiti del sud», e rise.
«Io non sono del sud», dissi.
«Lo so. È una mia battuta su Serena.»
«Su di me», disse Serena, e rise dolcemente.
«Su di te.» Francesca alzò il bicchiere nella sua direzione e Serena alzò il suo. Si guardarono per un secondo intero, e non era un'occhiata di passaggio. Era una di quelle occhiate che fra due persone significano ci siamo. Bevvero un sorso senza staccare gli occhi, poi mi guardarono insieme.
Mi accorsi che avevo smesso di respirare per un momento. Bevvi anch'io.
Il vino era buono, fresco. Dopo pochi minuti, mi rilassò la nuca. Mangiai un pezzo di parmigiano, un pezzo di salame, presi un'oliva. Loro mi guardavano mangiare senza staccare gli occhi, e c'era qualcosa in quegli sguardi che era una continuazione di quello che si erano dette poco prima.
«Allora», dissi a un certo punto, perché qualcuno doveva dire qualcosa.
«Allora», disse Serena.
«Allora», disse Francesca, e scoppiò a ridere.
Ridemmo tutti e tre. Una piccola scena buffa, di quelle che servono a rompere la tensione, e Francesca l'aveva chiusa benissimo. Si alzò, andò a prendere un'altra bottiglia dal frigo, la mise nel secchiello, poi si sedette di nuovo. Ma stavolta non si sedette al suo posto: spostò la sedia di un metro e si mise accanto a me, a destra. La t-shirt le si alzò di un centimetro all'altezza della coscia, scoprendo l'attaccatura dell'inguine. Aveva la pelle abbronzata e lucida di crema.
«Marco», disse Francesca, «posso dirti una cosa?»
«Dimmi.»
«Da quando Serena mi parla di te, da maggio, ho pensato a questo momento più volte di quante dovrei ammettere. Ti ho immaginato nudo, ti ho immaginato mentre mi baci, mentre mi prendi. Ho pensato a come saresti stato dentro di me.»
Lo disse senza giri, fissandomi negli occhi. Era una frase preparata da mesi, e si sentiva. Sentii il sangue andarmi alle orecchie e l'accappatoio diventare improvvisamente troppo stretto, il mio sesso premere contro il tessuto. Cercai una risposta intelligente e non la trovai. Sorrisi e basta.
«E adesso che ti vedo da vicino», continuò, «sono ancora più contenta che tu finalmente sia qui.»
«Anche io», dissi.
«Lo so. Lo vedo che sei felice di vederci.» Abbassò di nuovo lo sguardo sul mio inguine e rise piano. «Sono molto curiosa di scoprire cosa c'è sotto a quell'accappatoio. Si vede che è qualcosa di importante.»
Il suo sguardo andò su Serena, che sorrise, si alzò, fece il giro del tavolo e si sedette dall'altra parte. Adesso ero in mezzo a tutte e due. Sentivo il calore dei loro corpi vicino al mio, l'uno attraverso il tessuto dell'accappatoio di Serena, l'altro attraverso il cotone leggero della t-shirt di Francesca, e sentivo i due profumi diversi, come due stagioni che si incontrano. Francesca mi mise una mano sulla coscia, sopra l'accappatoio, sul ginocchio, palmo aperto. Non si mosse. Stava lì come per dire adesso so dove sei. Serena mi appoggiò la testa contro la spalla per un secondo, poi si raddrizzò. Mi guardarono entrambe.
«In torre», disse Francesca a Serena, e sorrise.
«In torre», confermò Serena.
Si erano già messe d'accordo sul dove. Capii in quel momento che la cucina era stata solo il vestibolo, il punto di passaggio per calmarmi i nervi e abituare gli occhi. Quello che avevano in mente era da un'altra parte. Mi alzai con loro. Stavano giocando con me, ed era molto piacevole. Non so in verità quanto durò quel gioco, né quanti bicchieri bevvi: avevo un po' perso il senso del tempo, forse il caldo, forse il vino. Quell'attesa dilatata rese più acuto il desiderio di ciò che sarebbe seguito.
La torre
Uscimmo dalla cucina e attraversammo l'atrio principale. La scala in pietra grigia con il corrimano in ferro battuto saliva al primo piano e poi al secondo con due rampe. Da lì, in un angolo del corridoio, partiva un'altra scala, più piccola, fatta di mattoni a vista e legno consumato, che si arrampicava in spirale stretta dentro la torre. Francesca andò avanti, Serena dietro di lei, io per ultimo. La scala era larga appena per una persona, e nei due piani che salii toccai la mano di Serena mentre si appoggiava al muro, e vidi il profilo del polpaccio di Francesca due gradini sopra di me, le sue cosce che si stringevano a ogni passo. Era una salita che aveva una sua geometria precisa, un suo racconto silenzioso: due donne sopra di me mi stavano portando in camera da letto, ed era già di per sé una scena.
Al terzo piano sbucammo in un piccolo pianerottolo di pietra. Una sola porta, spessa, in legno scuro. Francesca la aprì, e un cigolio sommesso accompagnò l'apertura, come un sospiro antico.
La stanza della torre era esattamente come l'avevo immaginata da fuori, ma più ampia. Pianta quadrata di sei metri per sei circa, soffitto a capriate molto alto, intonaco color crema scrostato sui bordi, pavimento in cotto antico tirato a cera. Su due lati, piccole finestre alte e strette; sul terzo, la grande finestra ad arco che dava sul balcone, ancora aperta, dietro la quale la pianura emiliana si stendeva piatta nel buio, punteggiata di luci di paesi lontani. Al centro della stanza, un letto grande di ferro battuto nero, con lenzuola e cuscini in lino bianco. Vicino alla finestra, una poltrona di velluto rosso scuro, priva di braccioli e il tessuto che sembrava rinnovato di recente. Accanto, un piccolo tavolino. Osservando meglio la poltrona notai due ganci di metallo appena sopra ai piedi, e intuii che si trattava di uno strumento specifico, ben studiato.
Sul tavolino, una caraffa d'acqua, tre bicchieri e un piccolo posacenere di ottone con dentro un mezzo sigaro spento da chissà quanto tempo, accanto a una candela accesa. Non era un dettaglio decorativo: era lì come testimone, come una presenza discreta che non chiede nulla. Altre candele colorate, accese in vari punti della stanza, creavano una luce soffusa. Non c'era luce artificiale, e dalla finestrella laterale entrava il chiarore della luna piena, che anche quella sera aveva il suo ruolo.
Guardai il posacenere. Francesca lo registrò e sorrise.
«Era suo. La nonna lo ha lasciato lì quando ha preso la stanza per sé. Io l'ho ereditata così. Il sigaro non è l'originale, quello è andato perduto.»
«Lo lasci lì.»
«È casa sua quanto è mia. Lo rispetto.»
Mi spostai verso la grande finestra ad arco. Da lì si vedeva tutto: la pianura di settembre, qualche luce in lontananza, la strada principale come una linea di lampioni gialli, e in mezzo la campagna già consegnata al buio, come un mare immobile. C'era una corrente d'aria leggera che entrava dalla finestra, la cosa più reale e normale della stanza. Eppure, mentre guardavo, non riuscii a togliermi di dosso la sensazione che qualcuno mi stesse guardando alle spalle. Non era spiacevole. Era una sensazione precisa: una temperatura specifica fra le scapole, lo stesso punto in cui la mano di una donna ti tocca quando vuole dirti ci sono. Solo che nessuna delle due era dietro di me in quel momento. Erano davanti, di lato.
Mi voltai. Francesca si era sfilata la t-shirt mentre guardavo la pianura e l'aveva lasciata cadere ai piedi. Il suo corpo nudo apparve nella penombra: i seni pieni con i piercing che catturavano la luce, il ventre piatto, l’inguine con solo un ciuffetto di pelo. Serena fece lo stesso col suo accappatoio, dall'altro lato della stanza, rivelando la sua pelle abbronzata, i seni pesanti con i capezzoli grandi e scuri il tutto contornato da fianchi morbidi ma scolpiti. Si avvicinarono a me con calma, senza fretta. Il tempo scorreva, ma non aveva fretta nemmeno lui.
Restarono nude tutte e due davanti a me, una a destra e una a sinistra del letto, e per la prima volta nella mia vita mi accorsi che due donne nude nella stessa stanza non sono il doppio di una donna nuda. Sono un'altra cosa ancora, che il semplice numero non basta a spiegare. La loro nudità riempiva la stanza in un modo che non potevo descrivere.
Francesca aveva i piercing ai capezzoli che brillavano da vicino, due piccoli anelli d'argento ai lobi, e altri tatuaggi che non avevo visto prima: uno sopra l'osso del bacino, un altro sulla coscia, un piccolo geco che sembrava arrampicarsi verso il suo sesso. Serena aveva la pelle abbronzata e uniforme, il suo seno pieno, i fianchi tortuosi, affusolati ma un po’ più abbondanti rispetto a Francesca, e fra le gambe completamente depilata. Erano due corpi molto diversi, e si erano lasciate nude di proposito vicine, perché vedessi la differenza e le scegliessi tutte e due insieme.
Salirono sul letto e rimasero in ginocchio.
«Marco», disse Serena piano. «Vieni qui da noi.»
Ubbidii. Mi avvicinai al letto. Le mie ginocchia toccarono il bordo del materasso. Lei mi sciolse il nodo dell'accappatoio e me lo fece scivolare sulle spalle finché non cadde a terra. Restai nudo in mezzo a loro, la mia erezione tesa e trionfante contro il ventre di Serena, e per un secondo mi sentii più esposto di quanto fossi mai stato in vita mia. Non perché ci fossero due donne, ma perché si guardarono fra loro prima di guardare me, e in quel guardarsi c'era un accordo che mi escludeva e insieme mi conteneva. Erano loro che avevano preparato la scena. Io ero al centro, ma il centro non ero io.
Francesca si allungò per prima e mi baciò. Non sulla bocca: sulla spalla, una volta, poi sul collo, due, poi sotto l'orecchio destro, dove la pelle è più sottile. La sua bocca era calda e sentivo i piercing alla lingua come due piccole asperità che mi attraversavano la pelle senza ferirla, scendendo poi sul petto, sui capezzoli, dove la sua lingua si attardò. Serena, dall'altra parte, mi prese il viso fra le mani, mi girò verso di lei e mi baciò sulla bocca lentamente, come fa lei, con quell'attenzione che conoscevo già. Sentii la lingua di Francesca scendermi sul ventre, mentre la bocca di Serena era sulla mia, e fu la prima volta che capii cosa significa essere desiderato in due punti del corpo contemporaneamente.
Poi Serena e Francesca si staccarono da me, si guardarono e si baciarono come si baciano due donne che lo fanno da anni: senza pudore e senza dimostrazione, con la confidenza delle coppie vere. Le mani di Francesca andarono sui fianchi di Serena, le mani di Serena fra i capelli biondi di Francesca, e il loro bacio a bocca aperta durò abbastanza perché io rimanessi a guardarlo e capissi quanto si volevano bene. Le loro lingue si cercavano, le loro mani scivolavano sui seni, sui capezzoli, e i loro respiri si facevano più profondi. Non era pornografia: era una dichiarazione. Era il loro modo di dirmi adesso vedi anche tu chi siamo.
Quando si staccarono, Francesca aveva il rossetto leggermente sbavato e Serena rideva piano. Mi presero per mano e mi invitarono a sdraiarmi sul letto. Mi distesi al centro, sulle lenzuola di lino fresco, e le sentii avvicinarsi da entrambi i lati. Le donne, quando ti accolgono, non chiedono niente in cambio nei primi minuti: ti accolgono e basta. Cominciai a respirare più lentamente. Avevo capito che la sera sarebbe stata lunga e che dovevo lasciare il controllo.
Mi baciarono a turno, sulla bocca, sul collo, sui capezzoli, scendendo e alternandosi. Ogni volta che una di loro sfiorava il mio cazzo per pochi secondi, prendendolo in bocca solo per un attimo prima di ritirarsi, era un brivido che mi percorreva fino alla nuca. Le loro attenzioni sembravano seguire uno schema: si fermavano a lungo sulla bocca, sul petto, sulla pancia, e solo di passaggio accarezzavano la mia erezione, per poi tornare altrove, lasciandomi sospeso. Ogni volta che una si interrompeva, l'altra cominciava da un altro punto. Si parlavano a voce bassa, di tanto in tanto, con poche parole che mi escludevano un po'. Qui ti piace, vero? chiese Francesca a Serena indicando un punto del mio fianco. Mi piace, disse Serena. Lo immaginavo, è dove piace anche a me. Era come se mi stessero leggendo a quattro mani, e ognuna mostrasse all'altra le pagine che aveva già esplorato. Mi accorsi che pensavo poco, e che il poco che pensavo era tutto su di loro.
A un certo punto, mentre Serena era sulla mia bocca e Francesca accarezzava il mio ventre con la lingua, sentii di nuovo quella sensazione. Non sulla pelle: più indietro, alle spalle, in quel punto preciso fra le scapole. Qualcuno mi guardava. La stanza era più calda di un grado rispetto a cinque minuti prima, e nell'aria si era aggiunto qualcosa, un odore dolciastro e legnoso che riconobbi un secondo dopo per quello che era: tabacco vecchio.
Francesca sollevò la testa per un attimo. Lo sentì anche lei. Sorrise nel vuoto verso il soffitto, e tornò su di me. Serena si fermò. La sentii sussurrare qualcosa a Francesca, e Francesca rispose con un piccolo sì.
«Lui è qui», mi disse Francesca contro l'orecchio. «Non fa niente. Guarda.»
«Lo so», dissi io. E lo sapevo. Non mi disturbava, anzi. Avere uno sguardo addosso, sapendo che a quello sguardo non si deve niente, che non chiede e non pretende, che è solo lì da chissà quanti anni a guardare le stanze della sua vecchia casa, era una cosa che si poteva accettare. Anzi, era qualcosa che si poteva accogliere. La stanza era piena di tutti noi quattro, ed era giusto così.
Continuarono a baciarmi per un tempo indefinito. L'eccitazione era ormai sui massimi da troppo tempo. Si scambiavano baci tra loro, le mani nei capelli, le bocche sui seni, ma dedicavano la maggior parte del tempo a me, fermandosi ogni tanto a baciarsi come per condividere l'eccitazione che avevano raccolto dal mio corpo.
Quando iniziarono a occuparsi del mio cazzo, lo fecero con molta calma. Prima con le bocche, delicate ma affamate, alternandosi in un gioco di lingue che mi portava quasi al culmine per poi ritrarsi, lasciandomi sospeso sul bordo del piacere. Interrompevano sul più bello per baciarsi tra loro, scambiandosi il mio sapore. Poi, mentre si baciavano, salirono sopra di me a turno, calandosi sulla mia erezione con lentezza, ospitandomi dentro di loro. Il calore umido che mi accoglieva e mi faceva impazzire. Pochi affondi profondi, poi si scambiavano, l'una che prendeva il posto dell'altra senza mai farmi esplodere.
A un certo punto decisero che era il momento, e con un orale a due bocche, le loro lingue che lavoravano insieme all’unisono, mi fecero finalmente liberare. La sensazione fu molto più intensa del solito, con spasmi che durarono a lungo, ondate di piacere che mi partivano dal ventre e si irradiavano ovunque. Emisi un verso gutturale, inaspettato, di liberazione: come a dire finalmente, come se stessi soffrendo prima.
L'intenzione di quella sera, avevo capito, era di dilazionare il più possibile il viaggio prima di concedere l'arrivo. Dopo avermi torturato sapientemente con le loro coccole sul letto, si compiacquero tra loro per gli spasmi causati, assaporando con le dita e con la lingua ogni traccia del mio piacere sulla loro pelle, scambiandosi poi baci profondi dopo ogni ispezione.
Dopo aver calmato la mia, chiamiamola così, urgenza, mi fecero accomodare sulla poltrona. Serena mi legò le mie mani con manette metalliche pelose rosa ai ganci della poltrona, mentre Francesca mi osservava con un sorriso soddisfatto. L'obiettivo era impedirmi di toccarmi, per poter consumare a loro piacimento la mia eccitazione, consapevoli che la serata era ancora lunga.
La poltrona
Mi sistemarono a mezzo metro dal letto, mentre loro due, davanti a me, si mostrarono in tutta la loro eccitazione. Era come se avessi una telecamera e dovessi filmare tutto. Iniziarono l'amplesso baciandosi dolcemente, per poi scambiarsi effusioni appassionate e leccate sapienti in varie zone del corpo. Giocarono strusciando i loro seni una contro l'altra, i capezzoli che si sfioravano, poi si penetrarono con due dita mentre si baciavano, assaporandole subito dopo con avidità. Si leccarono a turno tra le gambe, la bocca spalancata sul sesso dell'altra, la ligua a massaggiare il loro clitoride, fino a un sessantanove intenso e scandaloso, i loro corpi intrecciati, condito da gemiti, spasmi e frasi sussurrate.
Io faticavo a trattenermi, probabilmente se avessi potuto mi sarei masturbato venendo dopo poco. La prima a prendermi fu Serena. Si inginocchiò davanti alla poltrona e mi prese in bocca, assaporandomi per quasi un minuto, con calma, respirando come sapeva fare lei, facendomi sentire il calore della sua lingua e della sua gola, scendendo fino in fondo e risalendo lentamente. Affondi studiati, realizzati con passione da chi apprezza la pratica.
Poi mi salì sopra, ben sapendo che sarebbe bastato poco. Mi appoggiò il seno al viso per qualche decina di secondi, perché io potessi prendere in bocca i suoi capezzoli, che adoravo, succhiandoli mentre lei gemeva. Poi si calò su di me con l'obiettivo di farmi sentire tutto il calore che aveva dentro. Mentre saliva e scendeva, sentivo gocciolare la sua eccitazione sulle mie cosce, e ogni volta che entravo dentro di lei, affondando fino in fondo, avevo la sua lingua nella mia gola. Abbandonava la mia bocca solo per preparare un nuovo affondo, e poi un altro ancora, per poi tornare a baciarmi.
Rimasi quasi immobile, inerme, mentre Serena mi cavalcava emettendo a ogni affondo suoni sempre più intensi. Capii che il suo culmine era vicino, e sapevo che anch'io lo ero, un'altra volta. Bastarono una decina di affondi: Serena trasformò i suoi gemiti in un lamento dal tono diverso, il suo corpo che si contraeva intorno a me, seguito da interminabili secondi di spasmi. Io venni all'istante, non appena capii che lo stava facendo anche lei, riempiendola mentre lei tremava. Ai suoi spasmi seguirono i miei, e al mio lamento di goduria seguirono altri spasmi. Ero in paradiso in quel momento, con il viso di Serena appoggiato sulla mia spalla e lei abbracciata a me dolcemente. I nostri cuori stavano rallentando insieme, e potevo sentire il suo battito scendere piano accanto al mio.
Dopo qualche minuto, Serena mi abbandonò, sdraiandosi supina sul letto, a gambe ancora aperte. Francesca le si avvicinò, minacciosa ed eccitata. Iniziò a baciarla dolcemente sul viso, sulla bocca, sul seno, assaporando i capezzoli con la lingua, poi scese fino alla pancia e andò a leccare il sapore del mio seme mescolato a quello di Serena, soffermandosi sul clitoride in maniera sapiente, accarezzandolo e massaggiandolo come sa fare una persona che conosce i tuoi punti. Lo fece per alcuni minuti, dopo i quali Serena sembrava aver ripreso tutta la carica ed era nuovamente eccitata, il respiro affannato, le mani aggrappate alle lenzuola.
Dopo questa scena la mia erezione era di nuovo vigorosa. Non avevo idea di quanto questa cosa potesse ripetersi: non sembrava esserci un limite fisico.
«Marco caro, ora tocca a me», mi disse Francesca contro l'orecchio, avvicinandosi alla poltrona. «Mi devi amare come hai fatto con Serena, e soprattutto baciami, non lasciarmi mai allontanare.»
Anche Francesca mi lasciò legato, rinunciando alle mie mani: il controllo la eccitava mi raccontò poi. Si chinò e con la bocca assaporò la mia erezione, ancora umida del rapporto con Serena di pochi minuti prima. Lo fece con la stessa calma di Serena, la lingua che percorreva ogni centimetro, e ancora una volta ebbi l'impressione che per loro il viaggio fosse più importante dell'arrivo.
«Marco caro, adoro leccare i cazzi dopo che sono stati dentro Serena», mi disse, sollevando lo sguardo verso di me. Lei ci guardava da spettatrice e sorrise, accarezzandosi distrattamente un seno.
«Trovo fantastico il tuo sapore, ma ora devi scoparmi. Anzi, io ti voglio scopare: tu devi solo stare fermo e baciarmi. Vorrei tenerti in sospeso ancora per un po', quindi se puoi trattieniti, fammi questa cortesia. Lasciami venire su di te. Questi momenti sono piuttosto rari, e a me piace farvi perdere il contegno.»
Francesca salì a cavalcioni su di me. La poltrona scricchiolò leggermente, ma era solo un assestamento. Era caldissima dentro, e bagnatissima. Appena si calò sulla mia erezione, prendendomi tutto dentro di sé, emise un gemito profondo e si attaccò alla mia bocca, assicurandosi di strusciare il seno contro il mio petto, i piercing che mi graffiavano dolcemente la pelle.
Sentivo il suo piercing alla lingua dentro la mia bocca. Il respiro crebbe nella cadenza, gli affondi divennero un crescendo di eccitazione, i lamenti e i gemiti sempre più intensi, ma calmi, senza fretta. Francesca stava allagando la poltrona con la sua incontenibile eccitazione, finché non la sentii irrigidirsi sempre di più, le pareti del suo inguine che mi stringevano e allargavano: stava venendo. La sentivo pulsare. Mi strinse forte con le mani sulle spalle e mi baciò fino quasi a farmi male, poi dopo alcuni spasmi si rilassò sulla mia spalla, come aveva fatto Serena poco prima. Quasi lo stesso copione, solo che stavolta non esplosi con lei, nonostante l'eccitazione fosse massima e sentissi il bisogno doloroso di liberarmi. Dopo qualche minuto di abbandono a sua volta. Francesca si sdraiò sul letto vicino a Serena.
Serena, nuovamente eccitata dopo aver visto la performance di Francesca, si avvicinò alla poltrona e finì il lavoro con la sua bocca, prendendomi fino in fondo, facendomi esplodere di nuovo nella sua gola. L'appagamento di quel momento fu totale per me, e credo anche per lei, a giudicare dall'espressione del suo viso mentre deglutiva.
«Era un peccato non approfittare di questa opportunità per sentire di nuovo il tuo sapore», mi disse, asciugandosi le labbra.
L’arrivo improvviso di Cesare
Ero ancora legato alla poltrona, sudato, e stavo recuperando il respiro, quando da fuori sentimmo il rumore di una macchina sulla ghiaia del viale. Una berlina che entrava al passo. Le portiere che sbattevano una volta sola. Passi sulla ghiaia diretti verso l'ingresso principale. Il silenzio della campagna a quell'ora era così profondo che ogni piccolo rumore diventava nitido. Una porta che si apriva e si richiudeva, e poi, nel silenzio assoluto della casa, passi che salivano la scala stretta della torre.
«Cesare», disse Francesca senza scomporsi. «Tornato prima. Non l'aspettavo così presto.»
Era circa mezzanotte.
«Vuoi che apra io?» chiese Serena, sollevandosi sui gomiti.
«No, lascia. Sa la strada.»
Francesca non si coprì. Si raddrizzò appena e si tirò i capelli dietro la nuca con un gesto. Era un gesto che faceva per il marito, non per me. Lo capii. Era il suo modo di prepararsi a farsi vedere, nuda e bellissima, le cosce ancora lucide.
La porta della torre si aprì piano. Non bussò, non chiamò. Entrò semplicemente, come si entra in una casa che è propria, e dalla soglia rimase fermo un momento a guardare.
Capì tutto al primo sguardo. C'era aria viziata nella stanza, nonostante la finestra aperta: l'aria un po' più calda e ferma di chi ha appena finito qualcosa, le candele consumate, le lenzuola disfatte, l'odore del sesso. Serena aveva i capelli spettinati, scomposti, e vari rossori sulla pelle. Francesca aveva i piercing che brillavano nella penombra, la bocca leggermente gonfia. Io ero ancora legato alla poltrona, il respiro accelerato, il mio cazzo ancora umido dalla saliva di Serena, e non avevo fatto in tempo a sistemarmi.
Cesare registrò tutto e fece un piccolo sorriso, di quelli che gli uomini fanno quando capiscono di essere arrivati dopo e a loro va benissimo così. Aveva un tempismo perfetto, da uomo che ha imparato a non sprecare un'energia che non serve.
Era esattamente come Serena me lo aveva descritto una volta, parlandone di sfuggita. Un metro e ottantadue, spalle ampie, abbronzato, le braccia possenti che si vedevano anche sotto la giacca di lino. Capelli grigio-argento ancora folti, una barba di tre giorni curata. Aveva addosso una giacca di lino chiaro e una camicia aperta sul petto, gli ultimi resti eleganti di una cena di lavoro. Una di quelle facce che vedi nelle riviste di moda quando fotografano un uomo non per venderti qualcosa, ma perché sono fatti loro stessi come una bella copertina.
«Buonasera», disse a tutti e tre insieme.
«Amore», disse Francesca, e gli sorrise dal letto senza muoversi. «Sei tornato presto.»
«La cena era noiosa. Mi sa che ho fatto bene.»
«Mi sa di sì.»
Si guardarono per un secondo, marito e moglie, e ci fu uno scambio che capii immediatamente: lui chiedeva senza chiedere se andava bene così, lei rispondeva di sì senza dire niente. Poi Cesare si tolse la giacca, la appoggiò con cura su una sedia accanto alla finestra, e si avvicinò al letto. Si chinò sopra Francesca e la baciò sulla bocca, un bacio lungo, da marito che torna. Mentre la baciava si fermò un secondo, come se avesse riconosciuto qualcosa sulla bocca di lei che era arrivato dopo, il sapore di un altro uomo, e sorrise contro le sue labbra senza staccarsi. Lei gli accarezzò una guancia.
Quando si staccò, si voltò verso Serena. «Ciao», le disse piano.
«Ciao», disse Serena.
«Ciao anche a te, piacere Cesare», disse girandosi verso di me.
«Piacere Marco. Scusa se sono un attimo nudo e legato alla poltrona.»
«Non ti preoccupare. Ti hanno legato come un salame, vedo, ottimo! Ti hanno sfruttato come fanno di solito queste due zoccole. Ti hanno offerto almeno un bicchiere di vino?» Lo disse prima sorridendo, poi ridendo divertito.
Lo trovavo simpatico, eccitante, decisamente bello.
Baciò Serena. Non un bacio breve da amici: un bacio di chi si è già preso a bocca aperta altre volte e non ha più niente da inventare nei primi cinque secondi. Anche qui, a un certo punto, Cesare sorrise contro la sua bocca, dello stesso piccolo sorriso di prima. Aveva sentito la stessa cosa. Le mormorò qualcosa contro le labbra e Serena rispose con un piccolo lo so che sentii anch'io. Francesca, dall'altro lato, li guardava senza ombra di gelosia, anzi con un'espressione quasi divertita, di chi conosce la scena a memoria.
Mi resi conto in quel momento che fra loro c'era una storia che non mi era mai stata raccontata. Mi resi conto anche che Franco la conosceva benissimo e che era stato dentro a quella storia. Per un secondo immaginai Franco a casa, sul divano, con un bicchiere di vino, che pensava a tutto questo sapendo i nomi giusti e i corpi giusti. L'immagine mi fece girare la testa.
Poi Cesare si girò verso di me. Mi guardò per un secondo intero, di quegli sguardi che gli uomini come lui ti danno quando ti stanno valutando senza fretta, e mi sorrise.
Si chinò leggermente sulla poltrona, mi mise una mano sul fianco e mi diede un bacio sulla bocca, facendo entrare la sua lingua con decisione. Non breve come quello a Serena, non lungo come quello a Francesca: una via di mezzo, ma con più forza. Una dichiarazione. Aveva la barba di tre giorni che mi pizzicò la pelle intorno al labbro, e un odore di legno, tabacco, alcol e cena finita. Era una bocca che sapeva quello che stava facendo. Quando si staccò aveva ancora un piccolo sorriso soddisfatto. Poi si inginocchiò e mi prese in bocca il cazzo con voracità, scendendo fino in fondo, la gola che lo accoglieva. Ci sapeva fare con i cazzi capii.
«Buono, spero non abbia esaurito le cartucce stasera», disse guardandomi negli occhi, sollevandosi.
«Restate dove siete», disse alle ragazze. «Mi spoglio in un minuto, non vi fermate per me.»
Ma noi ci fermammo a guardarlo mentre si spogliava, come spettatori davanti a una celebrità.
Si sbottonò la camicia e si spogliò con la stessa cura con cui si era tolto la giacca, piegando i pantaloni sulla sedia, posando l'orologio sul tavolino vicino al posacenere del Conte. Quando si tolse i boxer, il suo sesso si liberò, notai che imponente, duro, cavernoso con un capellone gigantesco violaceo grande come una lattina di Coca Cola. Aveva il corpo di un uomo di cinquant'anni che si è curato sul serio: torace ampio e definito, spalle pronunciate, braccia tornite, ventre piatto. Una linea di peli grigi sul petto, abbronzato dove finiva la maglietta del tennis, più chiaro dove cominciavano i fianchi. Un sesso villoso, muscoloso, e un sedere muscoloso liscio e sodo.
Quando salì sul letto si mosse come uno che sa esattamente dove andare. Andò prima da Serena, alla mia sinistra. La cercò con la bocca senza esitare. Mi accorsi che si erano già messi d'accordo senza parlare: la prima sosta di Cesare quella sera era la cosa rimasta in sospeso fra loro due dall'ultima volta. Le posò la bocca sul collo e Serena chiuse gli occhi e mormorò qualcosa. Per un momento mi sentii fuori dalla scena, uno spettatore nel posto sbagliato del teatro, e mi venne quasi da sorridere. Notai che la penetrò velocemente, quasi prima di baciarla arrivò con il suo cappellone dentro di lei, che trasalì.
Francesca si alzò, si mise accanto a me, mi prese il viso fra le mani e mi girò verso di lei. «Stai con me un secondo», disse piano. «Lascia che si salutino loro due, è giusto così.»
«Va bene.»
«Sei un uomo paziente, Marco.»
«Cerco di esserlo.»
«Ti piace così.»
«Mi piace.»
Mi baciò. E mentre mi baciava sentii dietro le sue spalle Cesare e Serena che riprendevano una cosa antica, due bocche già aperte, le loro mani che si cercavano dove si erano cercate altre volte, i corpi che si muovevano insieme sul letto. E nello sfondo, sempre uguale, l'odore di tabacco vecchio nella stanza, fermo, paziente. Il Conte era ancora con noi. Quattro persone vivevano nella sua stanza in cima alla torre, o forse cinque entità. Per lui doveva essere uno di quei pomeriggi che ai suoi tempi attendeva.
Dopo aver baciato a lungo Serena, poi Francesca, assaggiandole entrambe, Cesare venne da me alla poltrona e iniziò a baciarmi, poi a succhiarmi in maniera vorace, quasi violenta. Avevo già capito che quella sera mi sarei unito anche a Cesare. Non sarebbe stata la mia prima scelta tra i presenti, ma eravamo adulti, lì per godere, e nessuno giudicava.
Francesca a quel punto si avvicinò e mi slegò delicatamente dalla poltrona. Cesare, intanto, si era messo sul letto supino, e mentre le ragazze lo baciavano e gli si dedicavano a turno, prendendo il suo cazzo in bocca, lo sentivo gemere soddisfatto. Poi si fermò un attimo, sollevandosi sui gomiti.
«Caro Marco, ti sei scopato le mie ragazze stasera e va bene. Sarai perdonato, ma ora devi scopare me. E voglio capire che sapore hai quando sei pronto. Spingi bene, perché quell'attrezzo che ho visto e assaggiato ha del potenziale. Mi piacciono molto i tuoi pettorali, la tua bocca e il tuo viso; quindi, voglio vedere la tua espressione mentre mi scopi e soprattutto voglio sentire che verso fai mentre vieni. Mi piace molto farmi scopare da uomini, specie in presenza di Serena e Francesca.» Sorrise. «Qui nessuno giudica: siamo tutti adulti per divertirsi e soprattutto godere.»
Si fece leccare dalle ragazze per qualche decina di secondi il buchetto, le loro lingue che lo preparavano, e poi mi fece cenno di avvicinarmi.
Andai al letto, dove Cesare era intento a scambiare baci con Serena. Tutti eravamo consapevoli che ora il protagonista era diventato Cesare, e io ero solo lo strumento. In ogni modo, non mi importava: ero eccitato e mi eccitava l'idea di prenderlo e fargli sentire la mia erezione. Era un po’ che lo ficcavo in culo a qualcuno. Ma soprattutto stavolta volevo l'arrivo, volevo venirgli in faccia, perché la mia dolcezza era passata ora e volevo essere esplicito. Non per umiliarlo ma perché la cosa lo eccitava, e credo eccitasse anche le ragazze e soprattutto me.
Salii sul letto. Cesare, supino, allargò le gambe non appena mi sentì arrivare. Io non feci complimenti e non fui dolce come con le ragazze: glielo ficcai con una certa forza, lo affondando fino in fondo. Reagì con un verso gutturale, poi si rilassò dopo un paio di colpi in profondità, il suo corpo che mi accoglieva. Del resto, le ragazze avevano fatto un ottimo lavoro con le loro lingue, devo dire che entrai senza sforzo particolare, forse mi aspettavo maggiore resistenza. Lo guardavo negli occhi mentre lo prendevo, e probabilmente gli piaceva il movimento, l'intensità, o il punto dove glielo martellavo. Dopo pochi minuti, lo sentii venire, dopo un leggero rumore anale e una pulsazione evidente che abbracciava il mio cazzo. Vidi il suo membro che pulsava e fiotti di sperma partirono dal suo grosso sesso colpendo prima Serena, poi Francesca, che aprirono la bocca come per volerlo accogliere.
Dopo quella scena e i suoi spasmi, io seguii l'esempio di Cesare: mi estrassi e venni copiosamente su tutti i presenti, colpendo Cesare in viso, sul petto. Presi anche le ragazze che si avvicinarono volontariamente per evitare di perdere qualcosa. Cesare accolse molto volentieri i fiotti che lo colpirono in viso, aprendo la bocca, leccando e degustando ogni goccia con un'espressione di pura soddisfazione.
Dopo, ci godemmo un bel temporale emiliano, tutti sdraiati nel grande letto della torre, con i corpi intrecciati, commentando ogni rumore e bagliore proveniente dall'esterno. Fu molto rilassante, quel senso di pace che segue l'abbandono.
Dopo un paio d'ore mi rivestii e feci ritorno a casa, mentre anche Serena si apprestava a tornare. Non mi importava di non essermi fatto una doccia: ero felice così, con l'odore della loro pelle ancora addosso, avrei rimosso ogni traccia con calma una volta rientrato. Ci rivedremo, ci dicemmo. Ed era una promessa.
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