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Volevo solo acquistare una giacca


di Membro VIP di Annunci69.it Tony_redx
27.04.2026    |    4.089    |    9 9.8
"Si sentivano solo i respiri che pian piano rallentavano, e dal di fuori i grilli, e da molto lontano un cane che abbaiava ogni tanto in un'aia..."
I. Il negozio
Davide aveva bisogno di un nuovo completo. Era una di quelle scuse che ci si dà fra amici: "ho bisogno di un completo elegante", quando in realtà si ha bisogno di un semplice sabato pomeriggio in cui non si pensi al lavoro. Lavoravamo insieme in uno studio di architettura in centro a Modena da quasi cinque anni, e pochi giorni prima avevamo consegnato
un importante progetto su cui lavoravamo da tempo. Impegnativo sì, ma molto ben remunerato. Ci conoscevamo da dieci anni ormai e quel pomeriggio di metà settembre l'aria era già più fresca, una luce obliqua che cadeva sui portici di Modena. Il pretesto era abbastanza buono per andare a perdere un'ora in un posto che a Davide piaceva.
Il negozio era in una traversa di via Emilia, una di quelle vetrine eleganti che da fuori non ti dicono niente, ma dentro hanno il loro mondo. Tre vetrine basse, lettering essenziale, Ricci & Co (nome modificato) in un grigio appena leggibile, quasi consumato. Davide ci era già entrato un paio di volte per dei pantaloni, e mi aveva detto che il proprietario aveva buon gusto e non era invadente. Gli faceva sempre ottimi prezzi per dei capi di qualità e magari avrebbe voluto che acquistassi qualcosa anch’io.
Quando spinsi la porta sentii il campanello in ottone tintinnare, e l'odore. Quella miscela che hanno i negozi di abbigliamento veri: lana cruda, un pizzico di legno, qualcosa di agrumato in fondo. L'interno era basso, soffitti a volta, parquet scuro, mobili degli anni Cinquanta, ma tirati su con cura. Niente sparato a tutto volume, niente neon. Solo una musica bassa, un pezzo francese che non conoscevo, e in fondo al banco un uomo sui quarantacinque, alto, magro, con la barba curata corta e una camicia di lino chiara con le maniche arrotolate sugli avambracci.
«Davide», disse, sorridendo, e il sorriso era quello di un padrone di casa più che quello di un commerciante. «Quanto tempo.»
«Riccardo. Lui è Marco, lavoriamo insieme.»
Riccardo mi tese la mano. Aveva una stretta calma, asciutta, e gli occhi mi guardarono per un istante con un'attenzione un po' troppo lunga. Non sgarbata, solo precisa. Come se mi stesse misurando con la stessa professionalità con cui dopo avrebbe misurato Davide per una giacca o un vestito. Mi accorsi però che subito dopo i suoi occhi tornarono su Davide, e ci rimasero un secondo di troppo, scendendo lungo le sue spalle, valutando il taglio della camicia, valutando quello che c'era sotto.
«Piacere. Cercate qualcosa in particolare o passate?»
«Una giacca o un vestito per me», disse Davide. «Mezza stagione. Ma ho tempo.»
«Bene. Avete tempo. Allora prima vorrei offrirvi un caffè!»
Andò sul retro e lo sentii dire qualcosa a voce bassa a qualcuno. Pensai a un commesso. Poi tornò con quattro tazzine su un vassoio piccolo, e dietro di lui, lo registrai con un secondo di ritardo, venne fuori una donna.
Era sui quarantacinque, forse qualcosa di più, e mi sentii rallentare il respiro. Aveva i capelli castani sciolti sulle spalle, un vestito a tubino grigio scuro che le arrivava al ginocchio, una collana sottile in oro, niente di vistoso, e una di quelle bocche che da chiuse ti fanno pensare a quando sono aperte. Camminava sulle décolleté basse come se il pavimento fosse suo.
«Mia moglie, Elena», disse Riccardo, naturale. «Mi dà una mano il sabato.»
«Piacere.» Mi diede la mano. Le sue dita erano calde. Non la trattenne, ma la lasciò andare un decimo di secondo dopo che avrei dovuto lasciarla andare io. Probabilmente un po’ di imbarazzo o forse più probabilmente un po’ di coraggio provocante. L’avrei capito solo in seguito.
«Un caffè?», chiese, e io annuii senza capire bene cosa stessi annuendo.
Davide cominciò a provare giacche e pantaloni. Riccardo era bravo davvero: gli portava roba senza chiedergli niente, lo guardava nello specchio, gli aggiustava una spalla, gli diceva no, questa no, ti tira sull'omero, lo faceva ridere. Ma le mani di Riccardo addosso a Davide rimanevano addosso a Davide un po' più del necessario. Forse lo trovavo un po’ imbarazzante doverli osservare. Il palmo piatto sulla scapola per "controllare la cucitura". Le dita che gli scorrevano lungo la manica per "vedere come cade". Davide se ne accorse, e a un certo punto nello specchio i loro occhi si incrociarono, e Davide arrossì appena. Riccardo non disse nulla, sorrise, e gli aggiustò il colletto con la stessa lentezza tranquilla con cui un uomo ne sta toccando un altro per piacere.
Io sedetti su una poltroncina di velluto vicino allo specchio con la mia tazzina. Elena si sedette di fronte a me, sull'altra poltroncina, e accavallò le gambe.
«Anche tu lavori in architettura?»
«Sì.»
«Si vede.»
«Da cosa?»
«Da come hai guardato il negozio quando sei entrato. Hai guardato i soffitti, prima delle camicie.»
Risi. Lei sorrise, lentamente. Aveva un modo di sorridere che era un invito a continuare, anche quando non stavi dicendo niente.
«E voi due», dissi, «da quanto avete il negozio?»
«Riccardo ce l'ha da quindici anni. Io vengo qui solo il sabato. Negli altri giorni faccio altro.»
«Cosa?»
«Niente di interessante.» Bevve un sorso. «Mi piace di più stare qui con Riccardo. Mi piace guardarlo lavorare.»
Lo disse senza enfasi, ma la frase rimase appesa fra noi.
«Guardare cosa?»
«Quello che gli piace. Le persone che gli piacciono.» Inclinò appena la testa verso Davide. «In questo momento, per esempio, mio marito è molto contento.» E sorrise.
Mi accorsi che mi aveva guardato due volte sulle labbra mentre parlavamo. La seconda volta non spostò lo sguardo subito.
Davide aveva trovato una giacca: una grigio-tortora, leggera, con un taglio bellissimo. Riccardo era dietro di lui allo specchio, gli sistemava il colletto. Quando Davide si voltò, Riccardo gli appoggiò una mano sul fianco, brevemente, senza commentare.
Mentre Riccardo si occupava di lui, Elena si sporse verso di me. Era a meno di un metro. Sentii il suo profumo: agrumi, qualcosa di legnoso sotto.
«Ti dico una cosa, Marco?»
«Dimmi.»
«Ti stiamo guardando da quando siete entrati. In verità tutti e due.»
Cercai di non far cambiare niente alla mia faccia. Non ci riuscii del tutto. Le sue iridi erano nocciola, con un anello più scuro intorno alla pupilla.
«Tutti e due chi?»
«Io e mio marito. E ognuno di noi ha propri gusti.»
Posai la tazzina con calma.
«E perché me lo dici.»
«Perché tu non lo chiederesti mai. E perché penso che a Davide piaccia che te lo dica io.»
Mi voltai a metà verso lo specchio. Davide era girato verso di noi, fingeva di guardarsi la schiena ma non si stava guardando per niente. Aveva sentito. Riccardo continuava a sistemargli la giacca con la stessa concentrazione tranquilla di prima, e a un certo punto incrociò il mio sguardo nello specchio e mi fece un piccolissimo cenno del capo. Non un ammiccamento, qualcosa di più sobrio. Sì. Hai capito bene.
«Sabato prossimo», disse Elena, sempre con la stessa voce bassa, gli occhi nei miei. «Ceniamo a casa. Un posto tranquillo, fuori Modena, sulle colline di Castelvetro. Solo noi quattro se vi va. Una cena, qualcosa da bere. Quello che viene dopo viene se viene. Non dovete decidere niente adesso, e non dovete decidere niente neanche dopo.»
«Elena.»
«Riccardo organizza. Lui è bravissimo a organizzare.»
«E tu?»
Sorrise, e per la prima volta il sorriso si aprì del tutto. Aveva i denti piccoli, regolari.
«Io sono brava in altro.»
Si alzò. Andò al banco, prese un cartoncino color avorio, ci scrisse un indirizzo e un numero di telefono dietro con una stilografica nera, lentamente, e me lo allungò trattenendolo per un secondo prima di lasciarmelo prendere.
«Le nove. Il cancello è aperto.»
Davide pagò la giacca. Riccardo ci accompagnò alla porta con la stessa cordialità con cui ci aveva accolti, ci strinse la mano.
Quando la porta si richiuse alle nostre spalle, camminammo per cinquanta metri senza dire una parola. Poi Davide si fermò sotto un portico, mi guardò, e disse:
«Marco. Hai sentito anche tu cosa mi ha detto?»
«Sì.»
«Cazzo.»
«Già.»
«E ti dico una cosa.»
«Dimmi.»
«Non mi è dispiaciuto.»
Lo guardai. Aveva gli occhi accesi, come quando da ragazzini si decideva di fare una cosa che non avremmo dovuto. Mi accorsi che lo stavo guardando in un modo che non lo avevo mai guardato, cercando di capire cosa di lui avesse colpito Riccardo. Le spalle larghe. Il collo. La bocca che sapeva ancora ridere come a vent'anni.
Ci mettemmo a ridere insieme, di quella risata nervosa che è metà incredulità e metà fame. Decidemmo di non decidere niente subito. Decidemmo lunedì. Decidemmo mercoledì. Venerdì sera, davanti a una bottiglia che bevemmo troppo in fretta, Davide disse: «Andiamo. Almeno la cena. Se non ci piace ce ne torniamo.»
Sapevamo benissimo, tutti e due, che non ce ne saremmo tornati.
II. La villa
La strada saliva dolce verso Castelvetro fra i filari, illuminata di traverso dal sole basso, non mancava molto al tramonto. Quando arrivammo al cancello erano le nove meno un quarto e la luce stava virando in quell'arancione che hanno solo le colline emiliane di settembre. La villa era esattamente come me l'ero immaginata: direi dei primi del 900, intonaco color albicocca scrostato dove serviva, un viale di ghiaia bianca fra due file di cipressi. Una scala centrale su due lati esterna che portava ad un grande portone d’ingresso in legno piuttosto massiccio che sembrava molto vecchio, ma restaurato sapientemente di recente. Un pezzo da museo per me.
Riccardo ci accolse sulla soglia, in camicia bianca aperta sul collo e pantaloni blue eleganti. Sembrava davvero contento di vederci, come se fossimo amici di vecchia data e non due tizi adescati otto giorni prima nel suo negozio. Mi abbracciò, un abbraccio breve, asciutto, di uomo. Quando arrivò il turno di Davide lo abbracciò allo stesso modo, ma poi gli passò una mano lenta sulla schiena, gli aggiustò il colletto della camicia, e gli disse piano: «la giacca è dentro, la sarta me l’ha consegnata ieri. Più tardi te la farò provare e capiremo se ho fatto un buon lavoro.»
«Siete venuti. Elena è in giardino.»
L'interno della casa c’era un'intelligenza visiva continua. Pavimenti in cotto lucidato, travi a vista, tende di lino crema mosse appena dalla corrente d'aria, una libreria che occupava una parete intera del salone, candele già accese ovunque benché fuori ci fosse ancora luce. Una preparazione che è stata fatta con cura, questo si capiva, quasi fosse un rituale. Riccardo ci guidò attraverso una porta a vetri interna verso un patio sul retro, dove un tavolo apparecchiato per quattro in maniera elegante guardava le colline. Ammetto che il posto, l’apparecchiatura della tavola, il clima erano e l’atmosfera erano perfetti. Una situazione che non mi aspettavo e che mi faceva emozionare. Mi sentivo importante, tutta quella preparazione e quella attenzione per un invito a cena.
Elena ci aveva raggiunto ed era in piedi accanto al tavolo che stavo sistemando i calici. Quando si voltò verso di noi, sentii le ginocchia cedere di un millimetro. Vestito di seta nera, lungo fino a metà polpaccio, scollato con una V molto profonda sia davanti che dietro. Niente reggiseno, lo si vedeva dal modo in cui la stoffa scendeva. I capelli sciolti, un rossetto rosso scuro. Era la stessa donna del negozio, ma senza il guscio professionale del tubino grigio, e adesso la luce del tramonto le si posava sulla pelle come se fosse stata illuminata apposta.
«Marco. Davide.» Venne verso di noi e ci baciò sulla guancia, uno dopo l'altro, ma piano, lasciando il rossetto. «Riccardo, gli versi qualcosa?»
Mangiammo lentamente. Riccardo aveva cucinato tortelli di zucca, poi un coniglio con erbe, patate al forno di contorno. Riccardo parlava come uno che il cibo lo amava davvero.
«Adoro avere ospiti a cena. Mi piace molto cucinare con Elena con calma.» Ci disse.
Elena mangiava poco, beveva di più, e per tutta la cena fece quella cosa che le donne sicure sanno fare: tenermi lo sguardo addosso per tre secondi di troppo, poi spostarlo su Davide, poi tornare. Le sue ginocchia, sotto il tavolo, sfiorarono prima le mie e poi quelle di Davide, in un movimento talmente leggero che si poteva ancora pensare fosse casuale. Non lo era.
Riccardo non era geloso. Riccardo era felice. Ci guardava tutti e tre con la soddisfazione tranquilla di un uomo che sta vedendo un piano realizzarsi bene. Ma lo guardavo anche io, ormai, e mi accorgevo che il suo sguardo si fermava su Davide più spesso di quanto si fermasse su chiunque altro. Quando Davide ridendo si passava una mano fra i capelli, Riccardo lo seguiva con gli occhi. Quando Davide si toglieva la giacca per il caldo e rimaneva in camicia, Riccardo gli guardava le braccia.
Verso le undici, Elena posò il tovagliolo sul tavolo. Si alzò. Mi tese una mano e ne tese una a Davide.
«Venite di sopra.»
Davide guardò Riccardo. Riccardo gli sorrise, gli appoggiò una mano sul ginocchio sotto il tavolo, gliela strinse appena.
«Vai con lei. Io vi raggiungo subito.»
III. La camera
La camera era al primo piano, in fondo a un corridoio di cotto. Una stanza grande, con un letto matrimoniale di legno scuro altrettanto grande, coperto da un lenzuolo bianco di lino, e ci trovammo due lampade da comodino accese. Basse, sembravano antiche emettevano una luce fioca e calda. Una poltrona in velluto verde sotto la finestra, che era aperta sulle colline. Dalla campagna entrava un odore di fieno tagliato e di terra. Si sentiva un cane abbaiare da lontano.
Elena chiuse la porta dietro di sé. Si appoggiò al legno della porta, le mani dietro la schiena, e per un momento ci guardò, uno e l'altro, in silenzio. Io e Davide eravamo in piedi al centro della stanza, a un metro di distanza l'uno dall'altro, e mi resi conto che né io né lui sapevamo dove mettere le mani. Ero visibilmente eccitato, ero ingenuo sì, ma avevo ben chiaro cosa sarebbe successo. I miei pantaloni mi tradivano tra l’altro. La mia erezione, in corso ormai da giorni, era divenuta incontrollabile.
«Avete paura», disse, e non era una domanda.
«Un po'», ammise Davide.
«Bene. È giusto avere un po' di paura. Vuol dire che vi importa.» Si staccò dalla porta. Camminò verso di noi lentamente, scalza ormai, il vestito che si muoveva sulle gambe. Si fermò davanti a me. «Tu prima.»
Mi prese il viso fra le mani e mi baciò. Non fu un bacio violento. Fu un bacio lungo, paziente, con cui mi insegnò il ritmo: piano, piano, piano, e poi più profondo, e poi piano di nuovo. Sentii la sua lingua, il suo profumo, il peso lieve del suo corpo che si appoggiava contro il mio, sentivo i suoi capezzoli turgidi contro il mio petto. Le mie mani trovarono finalmente i suoi fianchi, attraverso la seta, e lei mormorò qualcosa di soddisfatto contro la mia bocca. La sentii stringersi contro di me e accorgersi di quanto fossi già duro nei pantaloni, e un suo piccolo riso di gola contro la mia bocca mi fece capire che le piaceva quell'effetto immediato.
Poi si girò verso Davide.
«Adesso tu.»
Davide era più teso di me. Lei se ne accorse e rallentò ancora di più. Lo baciò appena, gli sfiorò il labbro inferiore, lo prese per una mano e se la portò sul fianco, sulla curva del vestito. Solo quando sentì che Davide si era ammorbidito gli aprì la bocca con la sua. Io li guardavo, e per la prima volta in vita mia mi resi conto che guardare Davide essere desiderato, Davide il mio amico da dieci anni, Davide con cui avevo visto un milione di film e bevuto un milione di birre, non era strano. Era solo un altro modo di volergli bene.
Riccardo arrivò in quel momento. Aveva lasciato giù il bicchiere. Si era tolto le scarpe. Entrò senza esitazione, chiuse la porta, e venne dritto da Davide. Senza fretta, ma senza esitazione. Si mise dietro di lui mentre Elena gli era davanti e lo baciava, gli appoggiò una mano sulla pancia sopra la camicia, e gli baciò il collo dietro l'orecchio. Davide gemette, piano, dentro la bocca di Elena.
«Tutta sera che aspetto questo momento», disse Riccardo, a Elena, sopra la spalla di Davide. «Posso?»
«Te lo lascio per un po'», sorrise lei. «Marco viene da me.»
Elena mi tese la mano. Io la presi senza esitazione. Lei mi tirò con sé verso il grande letto, mentre dietro di noi Riccardo cominciava a sbottonare la camicia di Davide dal davanti, lentamente, baciandogli intanto il collo. Sentii il respiro di Davide che diventava più corto, e quando mi voltai a guardare un secondo, Riccardo gli aveva aperto la camicia e gli stava passando le mani sul petto, scendendo, fino a infilargli il palmo aperto sopra la cintura, premendogli i pantaloni dove era tutto visibilmente duro e gonfio. Davide buttò la testa indietro contro la spalla di Riccardo, e Riccardo gli morse piano la curva del collo.
Elena mi tirò sul letto. Si sfilò il vestito da sé, con un gesto rapido stavolta. Non aveva più pazienza. Sotto aveva solo gli slip di pizzo nero. I suoi seni erano pieni, le punte già scure e indurite. Il fisico e il seno erano tonici. Mi spinse sulla schiena, mi aprì i pantaloni, e me li tirò giù insieme ai boxer in un movimento solo. Quando me lo prese in mano emise un piccolo suono soddisfatto.
«Bello duro», disse, piano.
«È tutta sera che ti aspetta.» gli dissi io.
«Voglio sentire il tuo sapore.» mi disse.
Avevo la cappella molto gonfia, mi faceva male dall’eccitazione, solo leggermente umida, perché era da molto che ero eccitato. Un rigoletto umido si notava. Temevo in verità di essere troppo eccitato, ma con una situazione del genere era inevitabile.
Elena si chinò e me lo prese in bocca senza preavviso. Il caldo e l’umido della sua bocca mi fece serrare i denti. Era brava in un modo che non era frettoloso, prendeva il suo tempo, mi guardava in faccia mentre lo faceva, mi succhiava lentamente, poi più profondo, poi di nuovo lento. Una mano chiusa attorno alla base stringendomi le palle, l'altra appoggiata sulla mia coscia.
Sembrava trarre piacere dal mio piacere. E sembrava che quella posizione fosse particolarmente confortevole per lei.
Dietro di lei sentivo Davide e Riccardo. Riccardo aveva spinto Davide contro il muro. Lo stava baciando in modo diverso da come Elena baciava me, più affamato, più diretto. Aveva una mano dentro i pantaloni di Davide, e dal modo in cui gemeva capii cosa stessero facendo. Davide aveva gli occhi chiusi, le mani aggrappate ai capelli di Riccardo. A un certo punto Riccardo si abbassò davanti a lui, gli aprì i pantaloni, e glielo prese in bocca.
Per la prima volta dopo tanti anni, vidi il cazzo del mio amico e collega.
Davide aprì gli occhi, sorpreso, e i suoi occhi cercarono i miei dall'altra parte della stanza. Lo guardai. Mi guardò. E nessuno dei due distolse lo sguardo. Davide gemette piano, e io sentii mio amico gemere mentre il marito di Elena gli era inginocchiato davanti, e quel pensiero mi fece pulsare nella bocca di lei.
Elena si tirò su. Mi guardò. Aveva visto dove guardavo. Ma fui io ad incoraggiarla non potendo più controllare il mio piacere. Ero assolutamente pronto per venire…ma non volevo sprecare la mia eccitazione così presto.
«Ti piace, eh, vedere il tuo amico così.»
«Sì.»
«Ne ero sicura. Ricc se l'è scelto bene.»
Si sfilò gli slip, mi fece sdraiare sul letto e salì sopra di me. Guidò il mio cazzo durissimo lentamente, e quando si abbassò per la prima volta sentii uscirmi un suono che non avevo controllato. Elena era calda, stretta, bagnata. Mi tolse il respiro per un attimo. Si fermò un secondo con il mio cazzo dentro fino in fondo, mi guardò negli occhi, e disse piano: «cazzo, sì.» Cominciò a muoversi. «Lo desideravo da una settimana.» Mi disse.
Le mie mani trovarono i suoi fianchi e poi salirono, le strinsi i seni, poi i capezzoli mentre mi cavalcava, e lei si chinò a baciarmi mordendomi piano il labbro inferiore. Il rumore dei nostri corpi che si incontravano si mescolava ai suoni che venivano dall'altra parte della stanza. Riccardo aveva spostato Davide verso il letto. Lo aveva fatto sedere sul bordo, a pochi metri da noi, e gli era inginocchiato fra le gambe, e lo glielo prendeva in bocca con una pazienza che era la stessa con cui ci aveva versato il vino a cena. Davide aveva una mano nei capelli di Riccardo, l'altra stretta sul lenzuolo, e gemeva ogni volta che Riccardo scendeva su di lui. Un movimento lento, non voleva che venisse, voleva rimandare questo piacere il più possibile. Voleva tenerlo lì, in sospeso, gli faceva toccare il cielo con un dito, senza però farlo esplodere. Alternava il movimento sull’asta con il leccargli le palle, quando desiderava allentare la pressione e l’eccitazione.
Elena, che era sopra di me, si voltò a guardarli. Sorrise.
Si fermò un attimo perché glielo chiesi io che non resistevo più. «Guardalo», mi disse, piano. «Mio marito è felice solo quando sta facendo godere qualcuno.»
Si chinò di nuovo su di me, mi morse il collo, e accelerò. Sentivo le sue cosce strette contro i miei fianchi, il suo culo che ricadeva sulle mie gambe ad ogni colpo, e le sue mani aperte sul mio petto. Ad ogni discesa lei emetteva un piccolo suono basso.
Lenzuola e il mio inguine erano fradici dell’eccitazione di Elena.
A un certo punto mi disse «non venire ancora, cazzo, non venire», e dovetti chiudere gli occhi e pensare ad altro per due secondi. In verità devo aver pensato ad altro per molto di più…
Quando riaprii gli occhi, Riccardo si era tirato su. Davide era steso sul letto adesso, accanto a noi, e Riccardo era sopra di lui, lo baciava in bocca con un'intimità che mi sorprese, mentre gli accarezzava il viso. Aveva ancora la camicia bianca aperta. Non si era ancora spogliato. A un certo punto Riccardo si tolse anche i pantaloni, mostrando un cazzone durissimo cavernoso con un grande cappella rosso scuro. Restò solo in camicia, e tornò sopra Davide. Vidi Davide allungare una mano e prendere il cazzo di Riccardo trascinandoselo e lo sentii gemere piano contro la sua bocca. Era la prima volta che lo sentivo gemere e soprattutto la prima volta che vedevo Davide succhiare un cazzo.
Purtroppo, o per fortuna Riccardo venne subito, ma Davide non fece cadere nemmeno una goccia, trangugiando tutto con avarizia. Riccardo era già al massimo dell’eccitazione da ore ci raccontò in seguito, già l’attesa l’aveva eccitato oltremisura.
«Adesso ti voglio sopra, disse Elena, mi spinse via, si stese di schiena. Mi mise lei sopra di sé, mi guidò di nuovo dentro, e si aprì le gambe. «Forte. Come ti viene.» Mi disse.
Cominciai a scoparla forte. Le piaceva. Lo gridava. A pochi centimetri da noi Davide e Riccardo facevano l'amore con la stessa serietà di un rito. Riccardo a pancia in giù, quasi a quattro zampe ma incurvato per farsi prendere da Davide. Sentivo Davide che glielo spingeva dentro, ansimavano ad ogni spinta, e sentivo Riccardo dirgli cose che non capivo del tutto, parole basse, piano, così, bravo, bravissimo.
Elena mi tirò la testa giù sul suo petto, mi morse l'orecchio, mi disse «cazzo, guarda che bello, guardali».
Ci guardammo. Tutti e quattro, per un momento: io guardavo Davide e Riccardo, Elena guardava Davide e Riccardo, Davide guardava me e Elena, e Davide, sopra Riccardo. Riccardo in particolare ci guardava tutti con la stessa contentezza con cui ci aveva accolto sull'uscio.
Nonostante da sopra io scandissi il ritmo, alla fine capitolai quando venne anche Elena, giusto pochi secondi dopo che lei inizio a contrarsi nei suoi spasmi, cercai di contenermi. Lo estrassi poco prima della potente eiaculazione a getto che non potevo più evitare. Presi un po’ dappertutto, anche il viso di Elena purtroppo. Non era una mossa intenzionale, avrei preferito limitare i danni. Ma Elena non mi sembrava particolarmente disturbata, anzi. Nel frattempo anche Davide si sfogato con Riccardo credo. Li ho sentiti raggiungere il culmine quasi contemporaneamente un rumorino basso mi ha fatto pensare che Riccardo e Davide siano venuti assieme mentre Davide lo stava pompando energicamente volutamente in cerca del coito, ormai rimandato da troppo.

A un certo punto ci spostammo, tutti piuttosto sudati, ma non ancora appagati. Elena volle farsi anche Davide, finora quasi a completa disposizione di Riccardo e lo fece sdraiare di schiena sul letto. Dopo aver assaggiato il sapore del suo cazzo nuovamente eretto e duro, ci salì sopra, con intenzioni piuttosto chiare.
Riccardo si mise dietro di lei, le entrò da dietro, tentando una doppia penetrazione.
Era un po’ impressionante il cazzo di Riccardo con quel grande cappellone nuovamente gonfio e paonazzo. Spinse un pochino e sentii Elena emettere un gemito appena Riccardo trovò la via, in verità con meno difficolta di quello che credevo. Io ero inginocchiato di fianco a Davide, ed ero nuovamente pronto.
Lei prese il mio cazzo in bocca mentre era in mezzo a noi. Per qualche minuto fummo tutti collegati, un ingranaggio caldo, e ogni volta che Riccardo lo spingeva dentro Elena, Elena spingeva la bocca più giù sul mio cazzo, e Davide la baciava sulla fronte e le accarezzava i capelli e la guardava godere come se fosse sua moglie. Riccardo aveva una mano sulla schiena di Elena e una mano allungata su Davide. Tutti i corpi si toccavano.
Venne lei per prima in questa posizione, in verità dopo poco. Del resto, con tre cazzi pronti a esplodere al massimo della durezza, due dei quali infilati cosa poteva fare?
Tremò, gridò contro il mio inguine, mi morse appena la pelle interna della coscia per non urlare, e il suo orgasmo le fece serrare la bocca attorno a me in un modo che mi fece quasi venire. Riccardo, dietro di lei, mormorò il suo nome lungo, profondo, e venne dentro di lei poco dopo, le mani strette sui suoi fianchi, gli occhi chiusi per tanti secondi, forse troppi. Riccardo mugugno ed ebbe spasmi molto lunghi per un po’ accompagnati dai tremolii di Elena.
Anche Davide era venuto dentro ad Elena in un'incredibile sincronia, probabilmente sentiva Riccardo che spingeva eccitato nel secondo canale e non ha potuto trattenersi raggiungendo l’apice quasi nello stesso momento. Avevo visto il gesto, e i tremiti di Davide, ma era stato silenzioso, quasi razionale. Eravamo tutti esplosi in pochi secondi uno dall’altro. Io, che ero in posizione rialzata rispetto a loro ho lanciato parecchi fiotti di sperma su tutti e tre.
Crollammo. Tutti e quattro sul letto grande, senza ordine. Elena al centro, io contro un suo fianco, Davide contro l'altro. Riccardo seduto in fondo ai piedi, una mano sulla pancia di Elena, l'altra sulla coscia di Davide. Il lenzuolo bianco era sgualcito, l'aria della finestra fresca sulla pelle bagnata.
Per qualche minuto nessuno parlò. Si sentivano solo i respiri che pian piano rallentavano, e dal di fuori i grilli, e da molto lontano un cane che abbaiava ogni tanto in un'aia.
Poi Riccardo si chinò su Elena, le baciò la fronte, le scostò i capelli sudati dagli occhi.
«Tutto bene, amore?»
«Tutto bene», sorrise lei, esausta. «Grazie.»
Si voltò verso Davide. Gli baciò anche lui la fronte, con la stessa gentilezza.
«E tu? Tutto bene?»
«Sì», disse Davide piano, e sorrise.
E poi Riccardo, a me, con la stessa cura: «Marco?»
«Sì.»
«Bene.»
E rimase lì seduto a guardarci, contento.
IV. La mattina
Dormimmo lì, tutti e quattro nel letto grande, in qualche modo. Elena al centro. Io da una parte, Davide dall'altra. Riccardo, alla fine, si infilò sotto le lenzuola anche lui, contro la schiena di Davide. Non lo abbracciò esplicitamente, ma quando mi svegliai una volta nella notte vidi che aveva un braccio buttato sul fianco del mio amico, e Davide dormiva con la sua mano sopra quella di Riccardo.
A colazione, nel patio, Elena era in vestaglia di seta avorio, struccata dopo una doccia, ancora più bella. Riccardo aveva preparato il caffè, le brioches, fette di pane con una marmellata di pesche fatta da loro. Parlammo di altro: della villa, di un viaggio in Grecia, di un libro che Davide stava leggendo. Non parlammo della notte. Non ce n'era bisogno.
Quando ci salutammo, Elena ci baciò sulla bocca brevemente, una volta ciascuno. Riccardo ci accompagnò al cancello. A me strinse la mano. A Davide diede un bacio sulla bocca, lungo, lento.
«Se vi va, fra qualche settimana», disse poi, le mani in tasca, lo sguardo sulle colline. «Senza pressione. Sapete dove siamo. E sapete dov'è il negozio.»
«Riccardo», disse Davide, esitando.
«Dimmi.»
«Posso passare anche da solo, in negozio?»
Riccardo sorrise. Fu un sorriso lento, soddisfatto.
«Quando vuoi.»
Guidammo verso Modena in silenzio per i primi dieci minuti. Poi Davide aprì il finestrino, ci mise la mano fuori a sentire l'aria, e disse:
«Marco.»
«Dimmi.»
«Ti dispiace se ci passo davvero da solo, qualche volta?»
Lo guardai. Aveva quella faccia che gli avevo visto pochi giorni prima sotto il portico: un po' impaurito, un po' contento, come quando da ragazzini si decide di fare una cosa che non avremmo dovuto.
«No», dissi. «Non mi dispiace.»
Annuì. Rimase a guardare le colline che si scaldavano di luce. Poi:
«Ci torniamo insieme, però, vero? Tutti e quattro?»
Sorrisi.
«Sì. Ci torniamo.»


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