tradimenti
La tentazione di Carmela
Noxen
12.07.2026 |
4.618 |
8
"Poi prese il dito e girò piano tra gli schizzi sul ventre, spalmandoli sulla pelle come chi si gode una cosa che ha aspettato..."
Arrivò all'improvviso, come arrivano i temporali d'agosto sull'Adriatico.Stavo camminando sul lungomare — un concerto all'aperto, musica leggera, la gente che ballava sui sampietrini caldi. Poi le prime gocce grosse, poi il cielo che si aprì di colpo. Tutti a correre verso i portici.
Mi ritrovai a condividere un tavolino con due persone che non conoscevo — lui alto, capelli scuri. Lei alta, capelli nerissimi lisci e lucidi di una cura scrupolosa.
«Carmela», disse, tendendomi la mano.
«Emiliano», disse lui, più sobrio.
Ordinammo vino perché fuori continuava a piovere e non c'era nessun motivo valido per andarsene.
Passammo due ore sotto quei portici. La pioggia batteva sul selciato, la musica era finita ma qualcuno aveva messo su qualcosa di vecchio da un telefono, il locale era pieno di gente che aveva avuto la stessa idea. Carmela parlava con le mani, rideva facilmente, aveva quel modo meridionale di costruire un'intimità immediata come se ci si conoscesse da sempre. Emiliano ascoltava più che parlare, ma ogni tanto diceva una cosa precisa che cambiava il tono della conversazione.
Ci scambiammo i numeri prima che smettesse di piovere.
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Nei giorni successivi i messaggi arrivarono spesso.
Prevalentemente da lei.
Scriveva a qualsiasi ora — la mattina presto, a pranzo, tardi la sera. A volte interrompeva la conversazione di colpo, nel mezzo di una frase, e riprendeva ore dopo con una scusa vaga. Qualche volta rispondeva con messaggi brevi, quasi cifrati, come se stesse guardando altrove mentre scriveva.
Emiliano ogni tanto appariva — qualche messaggio cordiale, un commento su un posto che avevamo citato, una proposta per rivederci tutti e tre. Ma aveva qualcosa di distante che non riuscivo a definire.
Quando proposi un aperitivo, Carmela rispose quasi subito.
*Ci siamo. Dove e quando?*
Emiliano impiegò qualche ora. Poi: *Ok, ci vediamo.*
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Arrivai al bar con qualche minuto di anticipo.
Carmela apparve prima di lui.
Indossava un vestito che non aveva niente di casuale — nero, aderente, spalle scoperte. Camminava con quella sicurezza delle donne che sanno esattamente che effetto fanno. Mi vide da lontano e il sorriso che le comparve sul viso era quello di chi sta decidendo qualcosa nel momento stesso in cui ti guarda.
«Ciao», disse, e mi baciò su entrambe le guance tenendomi le mani sulle braccia un secondo di troppo.
Emiliano arrivò cinque minuti dopo.
Tra i due c'era qualcosa di rigido — non una lite dichiarata, ma il tipo di silenzio che lascia una lite non chiusa. Sguardi che si evitavano con troppa precisione. Qualche risposta di lei appena più tagliente del necessario, qualche pausa di lui appena più lunga del dovuto.
Capii che era successo qualcosa nel pomeriggio. Non chiesi.
Ma Carmela, da quando ero arrivato, aveva smesso di tenere quell'astio come centro di gravità. Mi guardava. Mi faceva domande. Rideva alle cose che dicevo con quella risata larga e fisica che aveva avuto sotto i portici la notte del temporale.
Emiliano se ne accorse. Ovviamente.
La sua cordialità si raffreddò di qualche grado — non scomparve, ma diventò più controllata, più vigile.
«Altra cosa da bere?» chiesi.
«Sì», disse Carmela, prima che lui potesse rispondere.
______________
Passammo dall'aperitivo a una passeggiata sul lungomare senza che nessuno lo decidesse formalmente.
L'aria della notte adriatica aveva quella densità calda che non dà tregua, il rumore delle onde mescolato alla città ancora viva — musica dai locali aperti, voci, un motorino che passava veloce. Camminavamo su tre, Carmela in mezzo, e ogni tanto il suo braccio cercava il mio in modo che aveva smesso di sembrare casuale già da un po'.
Emiliano lo vedeva. Non diceva niente.
A un certo punto lei si fermò a togliersi i sandali per camminare sul bagnasciuga.
«Venite», disse.
L'acqua era tiepida. Camminavamo con i piedi nell'acqua bassa, le scarpe in mano. Carmela era tra noi due, parlava di tutto — della Sicilia, dell'estate, di quanto odiasse il freddo. Ogni tanto prendeva il mio braccio per non perdere l'equilibrio sui ciottoli.
Emiliano si era fermato qualche metro indietro.
Mi girai. Aveva un'espressione che non era più rabbia — era qualcosa di più complicato. Come chi sta assistendo a qualcosa che capisce e non riesce a fermare.
«Tutto bene?» gli chiesi.
«Sì», disse. «Andate avanti.»
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Tornammo verso il lungomare quando Carmela disse che aveva sete.
Trovammo un locale piccolo, quasi vuoto, con i tavolini sul marciapiede. Ci sedemmo. Ordinammo.
La conversazione si fece più lenta, più densa. Carmela aveva smesso di parlare con quella velocità meridionale che aveva avuto per tutta la sera. Guardava alternativamente me e il marito con un'espressione che stava decidendo qualcosa.
Sotto il tavolo la sua gamba cercò la mia. La lasciò lì.
Emiliano versò il vino nei bicchieri con movimenti precisi, gli occhi bassi.
«Dove dormite?» chiesi, per dire qualcosa.
«A due minuti da qui», disse lei. «Un appartamento in affitto.»
Mi guardò.
«È grande.»
Silenzio.
Emiliano alzò gli occhi. Guardò la moglie. Poi guardò me. Poi tornò al suo bicchiere.
«Abbastanza», disse.
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Arrivammo all'appartamento che era passata la mezzanotte.
Era grande davvero — salone con le finestre aperte sul mare, la tenda che si muoveva con l'aria che entrava. Carmela sparì in cucina a prendere qualcosa da bere. Emiliano e io rimanemmo in piedi nel salone.
«Sei qui da quanto?» chiese.
«Pochi giorni», dissi. «Poi torno.»
Annuì.
Tornò Carmela con tre bicchieri e una bottiglia di vino bianco fresco. Si sedette sul divano e aprì le braccia come chi è finalmente a casa.
«Sedetevi.»
Ci sedemmo.
La conversazione riprese, più bassa, più intima. Le finestre aperte portavano dentro il rumore del mare e l'aria calda della notte. A un certo punto Carmela posò i piedi sul mio ginocchio con quella naturalezza diretta che aveva in tutto.
«Fai», disse.
«Cosa?»
«Quello che stavi per fare.»
Risi. Iniziai a massaggiarle i piedi.
Emiliano guardava. Non si mosse. Non disse niente. Ma qualcosa in lui stava cambiando — la rigidità di prima si stava sciogliendo lentamente, come un nodo che cede.
Le mani di Carmela si avvicinarono a lui. Lo cercarono. Lui le lasciò fare.
Da lì in poi fu tutto molto più semplice.
______________
In camera abbassò la luce. Si voltò verso di me e mi baciò — un bacio lungo, con la lingua che cercava la mia con una urgenza che non aveva niente di cerimoniale. Poi si voltò verso Emiliano e lo baciò allo stesso modo, tenendogli il viso tra le mani, e lui per la prima volta da ore cedette completamente.
Iniziò a spogliarsi da sola, lentamente, guardandoci entrambi a turno. Il vestito nero scivolò giù rivelando che sotto non portava reggiseno. Il seno era abbondante, caldo, con i capezzoli già duri. Le mutandine le tolse con un gesto solo — un movimento del bacino che sembrava studiato ma non lo era, era semplicemente lei.
Rimase in piedi davanti a noi per un secondo, mani sui fianchi.
«Allora?» disse.
Ci avvicinammo entrambi.
______________
La portammo sul letto in due — io davanti, Emiliano dietro. Le nostre mani correvano sul suo corpo da direzioni opposte, imparandola per la prima volta o ritrovandola, secondo il caso.
Le presi il seno tra le mani e lo baciai — i capezzoli sotto la lingua, la sua mano che mi spingeva la testa verso di lei. Sentii Emiliano baciarle la nuca, le spalle, scendere lungo la schiena.
«Madonna», disse sottovoce, quando le mie dita trovarono la fica già bagnata.
La distesi sul letto. Scesi lungo il corpo — l'ombelico, l'attaccatura delle cosce, il pube. Aprì le gambe senza che le chiedessi niente. La sua fica aveva quel sapore caldo e preciso delle donne che si eccitano davvero. Iniziai a leccarla con calma, la lingua piatta sulla clitoride, due dita che entravano e uscivano lentamente.
Gemeva già. Come avevo immaginato — parole incomprensibili e chiarissime nel tono, invocazioni e imprecazioni mescolate che rendevano tutto più reale.
Emiliano si era inginocchiato accanto a lei. Lei lo prese in mano e iniziò a masturbarlo guardandomi dall'alto mentre continuavo a leccarla. Lo tirò verso di sé e lo prese in bocca — testa che andava su e giù, lui con gli occhi chiusi e le mani nei suoi capelli neri.
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Quando sentii che stava per venire la lasciai salire fino al bordo e mi fermai.
Protestò con una parola che non capii ma il tono era inequivocabile.
«Aspetta», dissi.
Mi alzai. Indossai il preservativo. Mi posizionai tra le sue gambe e la penetrai lentamente, tutto in un affondo lungo e fermo.
Emise un suono che non era un gemito — era qualcosa di più basso, più viscerale.
Iniziai a muovermi. Lento all'inizio, poi con più forza man mano che lei alzava il bacino verso di me cercando più profondità. Le tenevo i fianchi con entrambe le mani. Emiliano si era spostato accanto alla testa di lei — lei si girò e lo riprese in bocca senza smettere di muoversi sotto di me.
Eravamo entrati in un ritmo comune senza cercarlo.
Carmela aveva le mani sul mio sedere e mi tirava verso di sé a ogni affondo, volendo tutto, più profondo di quanto andassi già. Alzò una gamba e me la posò sulla spalla — la penetrazione cambiò angolo e lei cacciò un urlo soffocato dalla bocca di Emiliano.
«Così», disse staccandosi un momento. «Esattamente così.»
Continuai.
L'orgasmo la prese di sorpresa nonostante lo stesse aspettando — un'onda che le attraversò tutto il corpo, le gambe che tremavano, le mani che stringevano il lenzuolo. Gridò il nome di Emiliano e poi qualcosa che non era un nome.
Mi fermai dentro di lei aspettando che finisse.
______________
Ci spostammo.
Emiliano si distese sul letto. Carmela salì sopra di lui a cavalcioni, lo prese in mano e lo guidò dentro di sé con un movimento lento del bacino. Iniziò a cavalcarlo con quella stessa intensità selvaggia con cui aveva tutto il resto — le mani sul suo petto, gli occhi chiusi, il ritmo che cresceva.
Io mi posizionai dietro di lei.
Le baciai la nuca, le spalle, scesi lungo la schiena. Le tenevo i fianchi per accompagnare il movimento. Poi le mani sulle natiche — sode, rotonde, che si muovevano con una precisione quasi atletica sopra Emiliano.
Lei rallentò istintivamente, capendo cosa stavo cercando.
«Sì», disse senza che chiedessi.
Lubricai, mi avvicinai, appoggiai la cappella al buchetto del culo. Restai fermo ad aspettare che fosse lei a muoversi.
Lo fece lentamente — un millimetro alla volta, controllando lei la velocità e la profondità. Un respiro lungo, poi un altro. La resistenza cedette e la cappella entrò.
Si fermò completamente immobile.
«Bene», disse sottovoce. Poi cominciò a muoversi.
Eravamo tutti e tre fermi tranne lei — Emiliano dentro la fica, io dentro il culo, e Carmela che dettava il ritmo muovendo il bacino avanti e indietro tra noi due in un movimento circolare preciso.
Emiliano aprì gli occhi e la guardò dall'alto — la sua donna tra due uomini, il viso disfatto di piacere, i capelli sciolti sulla schiena sudata.
Iniziammo a muoverci anche noi, trovando un ritmo che non sovrapponesse i movimenti ma li alternasse. Carmela gemeva senza interruzione, un suono basso e continuo che cresceva a ogni affondo.
«Non fermatevi», disse. «Per l'amor di Dio non fermatevi.»
Non ci fermammo.
L'orgasmo la prese una seconda volta più violento del primo — si abbassò su Emiliano abbracciandolo forte, le unghie sulla schiena, un grido soffocato contro il suo collo. Le sue contrazioni interne erano fortissime.
Emiliano non resistette. La sentii venire — un suono basso, le mani strette sui suoi fianchi, poi la voce rotta che diceva il suo nome. Venne dentro di lei, tutto, trattenendola ferma mentre finiva.
Uscii da lei con delicatezza.
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Carmela rimase un momento immobile su Emiliano, il respiro ancora corto. Poi si girò verso di me con quegli occhi neri che non avevano perso niente della loro intensità.
Si spostò. Si distese sul letto, aprì le gambe.
«Adesso tu», disse.
Mi posizionai sopra di lei. La fica era calda e bagnata della sua eccitazione e dello sperma di Emiliano che filtrava attraverso il preservativo. Entrai.
Era stretta nonostante tutto, stretta e calda in un modo che mi tolse il respiro. Iniziai a muovermi con quella urgenza che avevo trattenuto per tutto il tempo, dandomi finalmente la libertà che non avevo preso prima.
Carmela mi teneva per i fianchi e mi tirava verso di sé con ogni affondo. Mi baciava il collo, le spalle, mi mordeva l'orecchio. Emiliano ci guardava dal bordo del letto, la mano lenta su sé stesso.
Sentii l'orgasmo crescere dal basso verso l'alto come una marea.
«Dove vuoi?» le chiesi.
Mi guardò dritto negli occhi.
«Su di me. Voglio vederti.»
Uscii nell'ultimo momento. Tolsi il preservativo. Mi masturbai per pochi secondi — pochi davvero — e venni sul suo ventre, sul seno, una parte sul collo. Lei rimase immobile a riceverlo con gli occhi semichiusi e un sorriso che aveva dentro qualcosa di trionfale.
Poi prese il dito e girò piano tra gli schizzi sul ventre, spalmandoli sulla pelle come chi si gode una cosa che ha aspettato.
Emiliano si avvicinò. Anche lui — sul seno di lei, lentamente, guardandola.
Lei rimase così — coperta di entrambi, gli occhi al soffitto, il respiro che tornava lento.
«Bravi», disse infine. E rise.
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Rimanemmo sul letto tutti e tre per un tempo indefinito.
Carmela in mezzo, la testa sul petto di Emiliano, i piedi che cercavano i miei sotto il lenzuolo. Il mare si sentiva dalle finestre aperte. La città era finalmente silenziosa.
Nessuno parlò per un bel po'.
Non ce n'era bisogno.
______________
La mattina dopo facemmo colazione sul balcone.
Il mare era piatto, l'aria già calda nonostante l'ora. Carmela mangiava una brioche guardando l'orizzonte. Emiliano teneva il caffè tra le mani senza berlo.
A un certo punto lui parlò.
Disse quello che aveva fatto. Non con molte parole, ma con quelle giuste. Un nome, un pomeriggio, una stupidità che non aveva nessuna giustificazione valida.
Carmela lo ascoltò senza interromperlo. Lo guardò negli occhi per tutto il tempo.
Quando lui finì, rimase in silenzio qualche secondo.
«Se ieri sera non fossimo usciti», disse poi, «probabilmente saremmo tornati a casa separati.»
Emiliano abbassò lo sguardo.
Lei allungò la mano e gliela posò sopra.
Non aggiunse altro.
Io finii il caffè guardando il mare e pensai che certe serate cambiano cose che non sapevi avessero bisogno di essere cambiate.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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