tradimenti
“La Principessa di casa”
08.01.2026 |
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Pietro sentì gli occhi pungergli, un misto di devozione e desiderio, e capì che la cosa più pericolosa non era Andrea..."
Pietro aveva imparato a riconoscere i segnali di Silvia prima ancora che parlasse. Non era solo il modo in cui si toglieva le scarpe all’ingresso, lasciandole esattamente dove lui le avrebbe raccolte; era lo sguardo: quella calma lucida che lo attraversava come una lama gentile.
La casa profumava di pulito. Pietro aveva passato il pomeriggio a rimettere a posto ogni cosa: piano cucina lucidato, divano spolverato, lenzuola cambiate. Lo faceva sempre, e non perché Silvia lo pretendesse con rabbia. Era peggio—o meglio, dipendeva dai giorni—perché lei lo otteneva con una sola frase detta nel modo giusto.
«Sei bravo,» gli aveva sussurrato la sera prima, accarezzandogli la guancia. «Mi fai sentire… una principessa.»
Pietro lavorava troppo, si stancava troppo, ma quando Silvia lo guardava così, tutto sembrava avere un senso. Le piacevano le cose belle: i regali costosi, la cena ordinata nel ristorante giusto, i capricci improvvisi “solo perché oggi mi va”. E a Pietro piaceva esserle utile. Piaceva sentirsi necessario.
Quella sera, Silvia entrò in camera senza fretta. Indossava una vestaglia chiara che le scivolava sulle spalle. Pietro si alzò subito.
«Ciao, amore. Ti preparo da mangiare?»
Lei sorrise. «Dopo. Vieni qui.»
Pietro si avvicinò. Silvia gli mise due dita sotto il mento, alzandogli il viso come si fa con qualcuno che si vuole osservare bene.
«Oggi è venuto Andrea.»
La frase fu un fiammifero. Pietro sentì lo stomaco stringersi e, insieme, qualcosa scaldarsi più in basso. Gli sembrò assurdo, ogni volta: gelosia e desiderio mescolati, la paura di non bastare e la voglia di essere scelto comunque.
Silvia lo studiò. «Respira.»
Pietro obbedì. Silvia aveva una regola: niente giochi se lui non era presente a sé stesso. Niente se la sua accondiscendenza diventava automatica, vuota, solo “sì” per timore di perderla.
«Dimmi la parola che ci ferma,» disse lei.
«Ambra,» rispose Pietro, quasi senza voce.
«E dimmi la frase che mi devi dire se ti accorgi che stai cedendo senza volerlo.»
Pietro deglutì. «Mi fermo. Ne parliamo.»
Silvia annuì, soddisfatta. «Bravo. Allora posso continuare.»
Si sedette sul bordo del letto e incrociò le gambe, elegante come se anche quel gesto fosse un dono che lui doveva meritare.
«Andrea mi ha scritto. Vuole rivedermi. E io… ho voglia.»
Pietro sentì il cuore accelerare. La parte innamorata di lui—quella che la trattava davvero come una principessa—avrebbe fatto qualsiasi cosa pur di non vederla delusa. Ma Silvia non voleva solo obbedienza: voleva coinvolgerlo, incastrarlo dolcemente nel suo desiderio.
«Mi guardi?» gli chiese.
Pietro la guardò.
Silvia gli prese la mano e la portò sul proprio ginocchio. «Tu mi ami. E io amo come mi ami tu. Mi piace la tua dedizione. Mi piace che tu lavori, che mi vizi, che mi rendi la vita morbida. Ma non deve essere una gabbia per te. È chiaro?»
«Sì…» Pietro sentì la gola chiudersi. «È chiaro.»
Silvia gli sorrise, e in quel sorriso c’era la trappola più dolce del mondo. «Allora dimmelo bene. Dimmi che avalli la mia scelta. Che non lo fai perché ti costringo—lo fai perché mi conosci e perché ti eccita.»
Pietro tremò appena. Lo sapeva: se lo diceva ad alta voce, diventava reale. Eppure il desiderio gli saliva come una febbre.
«Avallo la tua scelta,» disse, lentamente, come una promessa. «Mi… mi eccita sapere che lo vuoi.»
Silvia chiuse gli occhi un istante, come se quell’atto di fiducia le avesse dato più piacere di qualunque cosa. Poi riaprì gli occhi e si alzò, avvicinandosi.
«Bene. Allora ci sono condizioni.»
Pietro trattenne il respiro.
«Prima: io decido tempi e modi. Seconda: tu hai sempre la parola d’uscita. Terza: dopo, io torno da te. Sempre. E tu ti prendi cura di me.»
Pietro annuì, in silenzio.
Silvia gli lisciò i capelli, con una tenerezza quasi crudele. «E oggi voglio che tu dimostri quanto mi sei devoto.»
Lei indicò la sedia accanto al letto. «Seduto.»
Pietro obbedì. Silvia aprì il cassetto del comodino, quello dove tenevano le regole scritte e le cose “di gioco”. Tirò fuori un piccolo oggetto—un simbolo, più che uno strumento—e lo appoggiò sul palmo.
«Castità,» disse semplicemente. «Per alcuni giorni. Non come punizione: come offerta. Tu mi dai la tua attesa, e io ti do la mia verità. Ci riesci?»
Pietro sentì la frustrazione anticipata e, insieme, l’eccitazione di essere scelto per quella prova. Sapeva che sarebbe stato difficile. Sapeva che avrebbe pulito casa con più cura, cucinato con più precisione, lavorato con più accanimento—tutto per sentirsi utile alla sua regina.
Ma Silvia lo guardava, e non era un ordine cieco: era una domanda.
«Ci riesci?» ripeté lei, più piano.
Pietro inspirò. Si impose di ascoltarsi davvero. Poi disse: «Sì. Ci riesco. Lo voglio.»
Silvia gli mise una mano sul petto. «Allora lo facciamo bene.»
Gli diede un bacio sulla fronte—un bacio che era un sigillo.
«E quando Andrea verrà,» sussurrò, «tu non sarai “meno”. Sarai mio. E io tornerò da te con la stessa certezza con cui esco di casa indossando ciò che mi hai comprato. Perché questa è la nostra storia, Pietro. E non la faccio senza di te.»
Pietro sentì gli occhi pungergli, un misto di devozione e desiderio, e capì che la cosa più pericolosa non era Andrea. Era Silvia quando decideva di convincerlo con dolcezza, costruendo le parole attorno al suo punto debole: l’amore.
«Dimmi che sono la tua principessa,» disse lei.
Pietro abbassò lo sguardo, poi lo rialzò. «Sei la mia principessa.»
Silvia sorrise, finalmente sazia. «Bravo. Adesso… fammi da mangiare. E poi vieni a letto. Ho bisogno di te.»
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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