tradimenti
Silvia – “Tre giorni casto”
16.01.2026 |
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"Io rimasi in cucina con il caffè ancora caldo e la certezza che mi eccitava più di tutto:
la castità non lo stava spezzando..."
Il giorno dopo Pietro si svegliò prima di me.Lo so perché quando aprii gli occhi lui era già seduto sul bordo del letto, con la schiena dritta e lo sguardo perso nel vuoto. Non mi guardava. Non faceva rumore. Sembrava uno che ha imparato che muoversi è inutile.
Mi girai su un fianco e lo osservai senza dire niente.
La castità non lo stava “punendo” nel modo che immaginano quelli romantici. Non era triste. Era irrequieto. Come un cane che sente l’odore di una cosa buona ma non può avvicinarsi.
E quella cosa mi piacque mi fece sentire stronza ed eccitata.
«Guarda un po’,» dissi con la voce impastata di sonno. «Il mio servetto è già in piedi pronto a essermi utile.»
Pietro girò la testa verso di me. Aveva le occhiaie ma anche uno sguardo pieno di amore.
«Non dormi?» chiesi.
«Poco.»
«E come mai?» feci finta di non sapere. «Ansia? Rimorsi? Oppure il pisellino ti brucia ti fa male…. il fatto che per una volta non decidi tu quando farlo sborrare?»
Pietro abbassò lo sguardo… Non rispose.
Mi alzai con calma, senza fretta. Mi piaceva che lui mi seguisse con gli occhi come se ogni mio gesto fosse una concessione.
Mi infilai la vestaglia trasparente che lui mi aveva regalato e andai in cucina. Lui mi seguì come un’ombra con devozione.
Mi sedetti al tavolo. «Caffè.»
Pietro annuì e lo preparò subito.
Lo guardai mentre faceva tutto in silenzio. Le mani leggermente tese, i movimenti troppo precisi. Era divertente: quando Pietro è eccitato e frustrato diventa più ordinato, più utile, più “bravo” e uno spettacolo vederlo cosi.
Appoggiò la tazza davanti a me.
Io lo guardai e sorrisi. «Ecco la conseguenza numero uno: sei ancora più educato. Ti piace così tanto essere controllato che diventi perfetto, è cosi che devono essere i veri cornuti»
Pietro aprì la bocca. «Silvia… io—»
«No.» Lo interruppi subito. «Oggi non voglio la tua spiegazione. Oggi voglio vedere se reggi.»
Mi alzai e gli girai intorno lentamente, come a misurarlo.
«Sai cosa mi diverte?» dissi. «Che ieri eri tutto coraggioso: “lo voglio”. E oggi invece sei qui che sembri sul punto di avere dei ripensamenti ma in fondo sai che è giusto cosi.»
Pietro mi guardò, e nei suoi occhi c’era una cosa che non voleva ammettere.
«Vuoi chiedermi qualcosa?» lo provocai.
«Voglio… capire come…» iniziò.
Risi piano. «Come cosa? Come si vive senza il tuo solito sfogo della masturbazione? Come si vive senza sentirti “a posto” perché hai scaricato tutto?»
Pietro serrò la mascella.
«Te lo dico io come si vive,» continuai. «Si vive pensando a me, a come ad esempio faccio i pompini ad Andrea Si lavora. Si torna a casa. Si obbedisce. E si impara ad essere dei veri cornuti,che il tuo desiderio non è un’emergenza che devi risolvere. È una cosa che ti governa.»
Mi fermai davanti a lui. «E a te piace essere un cornuto. Solo che ti vergogni.»
Pietro sussurrò: «Non è facile.»
«Appunto.» Gli sfiorai il pisellino con due dita. «Se fosse facile non ti cambierebbe. E io voglio che ti cambi.»
Lui deglutì.
Io gli sorrisi, cattiva. «Tranquillo: non ti sto perdonando niente, non ti sto coccolando. Ti sto addestrando ad essere perfetto.»
Pietro abbassò lo sguardo come se quella parola lo colpisse e lo eccitasse insieme.
«guardami negli occhi,» ordinai.
Pietro mi guardò.
«Conseguenza numero due,» dissi. «Non riesci più a fare finta di essere “normale”. Ti si vede in faccia. Ti si sente nella voce. Sei più sensibile, più nervoso, più presente.»
Mi avvicinai al suo orecchio. «E più docile mio cornutello.»
Pietro fece un mezzo respiro. «Non… non voglio essere trattato come—»
«Come cosa?» lo interruppi, gelida. «Come quello che sei?»
Mi allontanai e indicai il pavimento vicino alla sedia. «in ginocchio. Là.»
Pietro obbedì.
Io mi sedetti di fronte a lui e allargai le gambe e scostai le mutandine. Lo osservai come si osserva una scelta fatta bene.
«Dimmi cosa ti passa in testa,» dissi.
Pietro esitò. «Mi… distraggo. Al lavoro…»
«Ah.» Sorrisi. «Conseguenza numero tre: non sei più efficiente perché sei bravo. Sei efficiente perché sei ossessionato.»
Pietro arrossì.
«Hai pensato di scrivermi?» chiesi.
«Sì.»
«E perché non l’hai fatto?»
Pietro strinse le mani sulle ginocchia. «Perché non volevo farti… arrabiare.»
Mi venne da ridere. «Tu sei cornuto, Pietro. È la tua forma base.»
Mi sporsi in avanti, la voce bassa. «E io voglio che tu lo ammetta. Perché quando lo ammetti, smetti di fare il finto dignitoso e diventi utile davvero.»
Pietro chiuse gli occhi un secondo. Poi li riaprì. «Sono… cornuto.»
«Più forte.»
«Sono cornuto.»
Annuii soddisfatta. «Bravo…visto che non era difficile»
Mi alzai e presi il suo telefono dal tavolo. Glielo misi davanti.
«Da oggi mi scrivi tre volte al giorno. Mattina, pausa, sera. Non per controllarti come un carabiniere: per ricordarti chi comanda nella tua testa.»
Pietro provò a protestare. «Ma se sono in riunione—»
«Ti organizzi,» lo tagliai. «Tu ti organizzi sempre per lavorare di più, per farmi regali, per fare il cornuto perfetto. Adesso ti organizzi per essere disciplinato.»
Pietro abbassò lo sguardo.
Mi avvicinai e gli appoggiai una mano sulla nuca, non una carezza: una presa.
«E ora ascoltami bene,» dissi. «Se per caso ti senti di esplodere e vuoi farmi la scena tragica… tu mi dici che hai bisogno di sfogarti. E io vedrò di trovare delle soluzioni magari confrontandomi anche con Andrea che mi sembrerebbe pure giusto…. Chiaro?»
Pietro annuì.
«Dimmi adesso quello che secondo te vorrei sentirmi dire …...»
«Grazie sei un amore»
«Perfetto.» Gli baciai la nuca e sorrisi. «Vedi? È semplice. Non sei intrappolato. Sei tu che hai scelto.»
Quella frase lo colpì. Lo vidi.
Io continuai, più cattiva: «E sai qual è la cosa più umiliante? Che tu, dentro, stai meglio così. Perché senza il tuo solito sfogo non puoi più fingere di essere indipendente. Devi guardare in faccia una verità: tu vuoi appartenere.»
Pietro sussurrò: «Silvia…»
«Zitto.» Gli passai un dito sulle labbra. «Non rovinare il momento con la tenerezza.»
Mi girai verso il lavello. «Adesso lavi i piatti. Poi fai il letto con le lenzuola che piacciono ad Andrea.
Poi mi prepari l’intimo che dovrò indossare per oggi.»
Pietro rimase immobile un secondo.
Io lo guardai di traverso. «Cosa c’è?»
«Niente.»
«Allora muoviti.»
Pietro si alzò e iniziò a fare tutto. In silenzio. Ma non era il silenzio offeso. Era quel silenzio di chi sta trattenendo qualcosa e non sa dove metterla.
E io lo sapevo benissimo dove sarebbe finita: in attenzione, in obbedienza, in desiderio.
Quando finì, tornò da me come per chiedere il prossimo comando senza chiedere.
Io lo guardai e gli feci un sorriso lento. «Vedi che sei più bello così?»
Pietro abbassò gli occhi.
«No,» dissi, «guardami.»
Pietro mi guardò.
«Tu oggi andrai a lavorare,» continuai. «E guadagnerai. E sì, mi vizierai. Ma non per comprarti un posto. Il posto ce l’hai già: ed è il posto dei veri cornuti.»
Pietro deglutì.
Io mi avvicinai al suo orecchio e sussurrai: «E stasera, quando torni, voglio vedere se sei ancora così bravo. Perché la castità vera non si misura nella notte. Si misura nelle ore noiose. Nelle ore lunghe. Nelle ore in cui non c’è premio.»
Mi staccai e lo guardai dritto.
«Capito?»
Pietro annuì. «Sì.»
«Sì cosa?»
Lui esitò appena, poi: «Sì, Silvia.»
Sorrisi. «Bravo.»
E quando stava per andare, aggiunsi la cattiveria finale, quella che so che gli entra sotto pelle:
«Ah, Pietro… una cosa. Oggi non mi fai il fidanzato. Oggi mi fai l’animale addestrato. Se ti viene da implorare, non implori per liberarti. Implori per meritarti di restare così.»
Pietro si fermò, immobile. Poi fece un piccolo cenno.
E uscì.
Io rimasi in cucina con il caffè ancora caldo e la certezza che mi eccitava più di tutto:
la castità non lo stava spezzando.
Lo stava rendendo mio ed ero orgogliosa di lui.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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