tradimenti
La notte di Chiara
12.02.2026 |
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"Tutto intorno si era fatto silenzio, tranne il rumore sommesso dei nostri respiri..."
Chiara abitava accanto a me da poco più di un anno. Era sposata, eppure raramente si vedeva suo marito. Passava gran parte del tempo da sola: curava le piante, scendeva a fare la spesa, salutava con discrezione. Aveva qualcosa negli occhi — una calma apparente che lasciava intravedere l’inquietudine di chi sente il bisogno di essere guardato, ascoltato, toccato. Io la osservavo spesso dal balcone, senza malizia, almeno all’inizio. Era difficile non farlo: ogni suo gesto aveva una grazia naturale, e anche i movimenti più quotidiani — appendere un lenzuolo, scrollare una tovaglia, sistemarsi i capelli — si caricavano di una delicatezza ipnotica.
Una sera d’agosto, il cielo sembrava trattenere il respiro. Faceva caldo, tanto che l’aria pareva ferma. Le finestre aperte lasciavano passare l’odore delle rose e dei balconi bagnati. Avevo appena spento la luce del salotto quando vidi quella del suo accendersi. Lei era lì, in piedi, con una camicia sottile legata in vita, il viso illuminato da un bagliore dorato.
Mi sorrise piano. «Ancora sveglio?»
«Sì. Troppo caldo per dormire», risposi.
«Mi sa che non sono l’unica.» Fece un piccolo gesto con la mano, come un invito leggero. «Vieni a bere un bicchiere, dai. Ho aperto una bottiglia e mi sembra sprecata da sola.»
Il suo tono era semplice, ma non innocente. E io, senza pensarci troppo, dissi di sì.
L’appartamento di Chiara aveva un odore preciso: limone, cera per mobili e un profumo dolce, appena percettibile. Sulla tavola c’erano due bicchieri e una bottiglia di vino rosso già a metà. La luce proveniva solo da una lampada d’angolo — abbastanza per vedere, poco abbastanza per nascondere.
«Tuo marito è via?»
Lei sorrise con un misto di ironia e malinconia. «Come sempre.» Fece una pausa, lo sguardo dentro il bicchiere. «Non torna prima di domani sera.»
Sedemmo vicini, più del necessario. Le nostre ginocchia quasi si sfioravano. La parlata di Chiara era bassa, lenta. Raccontava cose senza importanza — il lavoro, la noia, il caldo — ma ogni parola sembrava avere un suono nuovo. La guardavo muoversi, notando piccoli dettagli: il modo in cui si toccava l’anello nuziale distrattamente, come se non sapesse più dove metterlo; la piega leggera del collo quando rideva piano.
Il silenzio che seguì non fu vuoto. Restammo così, solo a guardarci. Poi la mia mano si mosse, quasi da sola, sfiorando la sua. Lei non si ritrasse, anzi intrecciò le dita alle mie, con un gesto lento ma deciso. Il contatto fu breve, ma bastò a cambiare tutto.
Un passo, poi un altro. Non saprei dire chi si avvicinò per primo. Avvertii il suo respiro sempre più vicino, caldo, irregolare. Il profumo dei suoi capelli mi riempì i polmoni. Non servivano parole. La tensione era diventata presenza fisica, quasi visibile nell’aria.
«Non dovremmo farlo,» mormorò.
«No,» dissi, «ma lo pensiamo da troppo tempo.»
Ci fu un attimo di esitazione, il battito di un pensiero, e poi la distanza svanì. Le nostre bocche si trovarono come se fosse inevitabile. Il vino sul tavolo rimase dimenticato, le candele proiettavano ombre lente sulle pareti. Le sue mani si posarono sulle mie spalle, leggere, incerte. Il contatto della sua pelle era caldo, reale, travolgente. Tutto intorno si era fatto silenzio, tranne il rumore sommesso dei nostri respiri.
Ogni movimento era una scoperta, un ritorno a qualcosa che entrambi avevamo dimenticato di desiderare. Non c’era fretta, solo la voglia di sentire, di toccare, di essere presenti. Il tempo perdeva forma, e in quella sospensione c’era tutto ciò che avevamo cercato — la fame di calore umano, di attenzione, di qualcosa che infrangesse la monotonia delle nostre vite parallele.
Quando finalmente ci fermammo, il vino era ormai finito e la notte era diventata calma. Lei rimase in piedi, davanti alla finestra, con la camicia leggermente aperta. Il corpo ancora teso, lo sguardo perso nel buio della strada. Io la osservavo senza dire nulla, come se avessi paura di rompere l’equilibrio di quell’istante.
«Lui torna domani,» disse, quasi sottovoce.
«Lo so.»
Chiara fece un mezzo sorriso, uno di quelli che nascono da dentro, e lo lasciò morire sulle labbra. Poi, lentamente, mi accompagnò alla porta. Nessun addio, nessuna promessa. Solo lo scambio di un ultimo sguardo, più profondo di qualunque parola.
Tornato a casa, chiusi la porta e rimasi fermo per qualche minuto, con ancora addosso l’odore di lei. Sapevo che quella notte non avrei dormito. E che da quel momento, ogni volta che avrei visto accendersi la luce del suo balcone, il battito sarebbe tornato identico — forte, sospeso, impossibile da ignorare.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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