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L’amico infedele


di Pescasub
18.02.2026    |    2.262    |    0 6.9
"Il tessuto leggero lasciava intravedere la curva della schiena sotto la luce lunare..."
Luca è sempre stato parte della mia vita, come un’estensione silenziosa di me stesso. Ci conoscevamo da ragazzi, condividevamo tutto: i sogni, le delusioni, le notti lunghe senza meta. L’amicizia era diventata un riflesso, una presenza che non dovevo più spiegare.

Poi arrivò "Sara".

Con lei bastò poco per sconvolgere le mie certezze. Il suo modo di ridere, la voce bassa, l’attitudine naturale a far sembrare ogni cosa importante… era magnetica. Quando la presentai a Luca, quella sera d’inizio estate, non colsi subito nulla. Ma c’era qualcosa di impercettibile nell’aria, come una nota stonata che solo il cuore riconosce.

La luce del tramonto passava tra le tende e si posava sulla pelle di Sara. Lei parlava gesticolando piano, un bicchiere di vino in mano, e Luca la guardava. Non come si guarda la compagna di un amico, ma come si osserva qualcosa che non si può avere. Fu un attimo. Uno sguardo più lungo, uno di troppo. E quel momento, impercettibile, diventò una crepa.

Con il tempo, imparai a leggere i loro silenzi. Ridevano di più quando erano insieme. Ogni battuta diventava un dialogo privato, ogni sfioramento un linguaggio nascosto. Io facevo finta di non vedere, ma li vedevo. Notavo come i loro respiri si sincronizzavano senza volerlo, come gli occhi di lei cercavano i suoi prima ancora di cercare i miei.

Dentro di me cresceva una sensazione che non sapevo definire: non soltanto gelosia, ma il desiderio primordiale di capire "cosa" li attraeva così. E perché mi sentivo escluso da qualcosa che pure mi apparteneva.

Una sera, tornai a casa più presto del solito. L’aria era carica di umidità, il cielo pulsava di calore. Trovai la porta socchiusa. Dal salotto arrivava una musica lenta, quasi ipnotica. Mi fermai un istante.

Sara e Luca erano lì. Lei, seduta sul divano, teneva un piede nudo piegato sotto di sé. Lui parlava piano, il viso vicino al suo. Non si toccavano, ma tra loro c’era qualcosa di vivo, un ritmo invisibile che non poteva essere frainteso. Il profumo di lei impregnava l’aria — vaniglia e pelle calda — e lo vidi avvolgerlo come un velo.

Mi fermai sulla soglia. Li guardavo come si guarda un sogno da cui non ci si riesce a svegliare. Ogni movimento rallentato, ogni gesto carico di quella lentezza inconsapevole che nasce quando due corpi si desiderano e hanno paura di dichiararlo. Nessuno dei due mi vide. Restai così, immobile, finché non trovai la forza di tossire apposta, di farmi sentire.
Sara si voltò di scatto. Il suo sguardo non era di colpa, ma di qualcosa di più profondo: sorpresa, forse, o sollievo. Luca si alzò di scatto, impacciato, e in quell’attimo tutto il silenzio della stanza si frantumò.

Nei giorni seguenti, Sara non parlava quasi più. Ma la tensione non diminuiva, anzi, cresceva. I suoi gesti erano più dolci, come se cercasse di compensare quel non detto che ci separava. Ogni volta che la sfioravo — anche solo per passare un bicchiere, o per toccarle la spalla — avvertivo una scossa breve, pulsante. Come se il suo corpo ricordasse ancora qualcosa che il mio ignorava.

Una notte non resistetti. Lei era in cucina, in vestaglia, assorta a guardare fuori dalla finestra. Il tessuto leggero lasciava intravedere la curva della schiena sotto la luce lunare. Mi avvicinai in silenzio. Sentivo il suo respiro, lento e profondo.

Quando le posai la mano sulla schiena, tremò appena, ma non si voltò. «Non voglio mentirti,» sussurrò. La mia voce le sfiorò il collo. «Non farlo.» Si voltò allora, e i suoi occhi erano pieni di cose che non aveva il coraggio di dire.

C’era desiderio, paura, rimorso. Ma più di tutto, c’era vita.

Ci fu un istante sospeso, in cui nessuno dei due sapeva se avvicinarsi o fuggire. Poi lo spazio fra noi svanì. Non cercavamo perdono, solo vicinanza: quella che esiste tra due persone che hanno visto la fine e, nonostante tutto, vogliono ancora sentirsi. Il tempo si sciolse. Ogni parola si dissolse nel suono dei respiri.

Non so se quella notte fu un ritorno o un addio. So solo che, da allora, ogni volta che guardo Sara, affiora in me lo stesso battito inquieto, lo stesso misto di attrazione e fragilità. Nei suoi gesti, nei suoi silenzi, sento ancora l’ombra di Luca — non come un intruso, ma come una cicatrice.

Una parte di me non può dimenticare. Eppure, quando lei mi si avvicina e la sua pelle sfiora la mia, quella stessa ferita si riaccende, viva, pulsante, come se ricordasse che l’amore e il desiderio sono fatti della stessa materia: una materia che brucia, distrugge, ma illumina tutto ciò che tocca.
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