tradimenti
Scoperchiare il vaso di Pandora (3^parte)
13.01.2026 |
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"Al momento di salutarci non diceva più “ti prego non innamorarti”; da un po’ di tempo diceva “ti prego non innamoriamoci”..."
SCOPERCHIARE IL VASO DI PANDORA(terza parte)
L’autunno mi arrivò addosso improvviso. Non volevo mancare a nessun costo ai nostri appuntamenti del sabato pomeriggio e mi trovai ad affrontare situazioni climatiche assai sgradevoli come la nebbia e la pioggerella che rendevano viscida la stretta strada che si arrampicava in collina. Quando arrivavo alla villetta Elena mi faceva trovare un ambiente caldo e anche il caminetto acceso, ma il peggio era al ritorno, quando alle insidie si aggiungeva anche il buio delle giornate ormai corte. Una volta, era già novembre inoltrato, rischiai di brutto di finire fuori strada in un fosso e mi presi uno spavento.
Le vacanze di fine anno con i loro obblighi di tipo familiare ci costrinsero a sospendere per due settimane i nostri incontri. Riprendemmo i primi giorni di gennaio. Ricordo i miei gelidi spostamenti in moto in un gennaio e in un febbraio che non mi facevano sconti. Per fortuna quell’inverno non nevicò..
L’interruzione natalizia aveva ancor più infiammato i nostri desideri. Al nostro primo incontro Elena aveva le mestruazioni e volle di nuovo essere sodomizzata. Aprì il cassetto del comodino per prendere il tubetto di lubrificante, lo spalmò abbondantemente sul mio cazzo ancora barzotto e sul suo orifizio anale. Si posizionò a pecorina abbassandosi le mutande quel tanto da scoprirsi il culo. La presi tenendo le mani sui suoi seni; la sentii godere senza toccarsi e poco dopo venni anch’io rimanendo dentro di lei fino a quando non ebbi perso completamente l’erezione.
Mentre ci rilassavamo sdraiati accanto mi confidò che nelle due settimane che non ci eravamo incontrati aveva incontrato due volte Veronica.
“Le ho parlato della nostra idea di incontrarsi con noi e vedere se scatta qualcosa. Si è dimostrata piuttosto reticente, dice che da molto tempo non ha rapporti con un uomo e che non ne sente la mancanza. Ha detto che voleva pensarci, ma che se lo avesse fatto sarebbe stato solo per fare piacere a me. Non ha escluso di partecipare; l’unica condizione che porrebbe sarebbe quella che tu non la tocchi; che tu non prenda iniziative nei suoi confronti. Eventualmente, se le venisse voglia, sarebbe lei a cercarti.
Il sabato pomeriggio della settimana seguente arrivai alla villetta alla solita ora di sempre. Oltre alla Fiesta di Elena era parcheggiata un’Alfa Romeo rossa. Parcheggiai la moto nel poco spazio rimasto. Elena era sulla porta ad aspettarmi; alle sue spalle potei scorgere una bella donna alta, bruna, occhi scuri, lunghi capelli neri.
“Ti presento Veronica.”
Ci demmo la mano sorridendo per nascondere un evidente imbarazzo. L’unica che si sentiva totalmente a proprio agio sembrava essere proprio Elena. L’ambiente era caldo, dovevano essere arrivate con un certo anticipo rispetto a me. Il caminetto acceso restituiva alla stanza un senso di intimità serena. Ci sedemmo sul divano; Elena andò in cucina, tornò con tre bicchieri e una bottiglia del suo soave vinsanto e venne a sedersi tra me e Veronica. Sorseggiando il vinsanto chiacchierammo di quello che tutti e tre avevamo in comune: architettura, case, palazzi, piani urbanistici e così via… Il clima si fece disteso e confidenziale. Quando rivelammo a Veronica che Valente era chiamato dai suoi collaboratori l’ingegner Pertanto lei scoppiò in una fragorosa risata e questo fu il segnale che il ghiaccio era definitamente rotto.
Elena colse al volo la nuova atmosfera; si alzò, prese Veronica per mano e la condusse verso la camera. Rimasi da solo, sconcertato, col bicchiere di vinsanto in mano mentre loro varcavano la soglia della camera. Mi sentii escluso, non sapevo cosa fare; mi versai un altro po’ di vinsanto e lo sorseggiai per qualche minuto. Poi pensai che era impossibile che Elena volesse tagliarmi fuori così; mi decisi a seguirle in camera. Quello che vidi quando mi affacciai mi lasciò affascinato e turbato. Erano nude e sedute sul letto. Si baciavano con passione, potevo vedere le loro lingue che saettavano e si intrecciavano mentre si accarezzavano i seni. Una mano dell’una talvolta scendeva tra le cosce dell’altra. Un’erezione improvvisa mi spinse a denudarmi con l’intenzione di aggiungermi a loro; poi mi ricordai quello che Elena mi aveva detto: che Veronica non avrebbe gradito da parte mia iniziative non richieste. Mi sedetti su una poltroncina ai piedi del letto e rimasi a guardarle toccandomi lievemente per non procurarmi un inopportuno orgasmo. Con un movimento rapido e quasi sincronizzato si sdraiarono nella posizione del sessantanove; per un attimo potei vedere la fica di Veronica depilata e fradicia di umori. Non passò molto tempo prima di udire riconoscendoli i respiri affannati e i rantoli brevi e sommessi di Elena durante l’orgasmo. Mi accorsi, con una certa sorpresa, che era proprio Elena e non Veronica che conduceva il gioco. Aveva appena superato gli spasmi dell’orgasmo che accompagnò l’amica nella posizione della forbice. Io, in un crescendo di eccitazione e di frustrazione, seduto su quella poltroncina, non potevo fare altro che osservare i loro movimenti e i loro volti sempre più alterati dal piacere. Un breve gemito e un movimento della testa gettata all’indietro ad occhi chiusi rivelarono l'orgasmo di Veronica, subito seguito da quello ben più fragoroso di Elena. Si separarono e, affannate, si sdraiarono vicine riprendendo a baciarsi con passione. Fu Veronica a quel punto a prendere l’iniziativa. Allargò le cosce quanto più poteva con le sue lunghe gambe snelle mostrandomi la sua fica depilata, aperta e grondante. Prese la testa di Elena per portarla proprio lì. Elena non esitò a mettersi a leccare e succhiare. Con un gesto esplicito e inequivocabile Veronica mi fece cenno di andarle dietro per prenderla da quella posizione. Non mi feci pregare, mi posi dietro a Elena ed entrai nella fica più calda, umida e accogliente che avessi mai sentito. Elena, lasciò per una attimo la fica di Veronica per lasciarsi andare ed un breve e sommesso gridolino di sorpresa e di piacere. Restai fermo dentro di lei per un po’ nel timore di arrivare subito all’esplosione, poi cominciai a muovermi lentamente e con cautela. La cautela durò poco, fui subito travolto dalla passione e dalla frustrazione accumulata; non pensai ad altro che a cercare finalmente il mio piacere e bastò una breve accelerazione per trovarlo. Seguirono quasi immediatamente il godimento di Veronica e un attimo dopo quello di Elena.
Crollammo tutti e tre esausti ed appagati sul letto, con Elena tra me e la sua amica. Restammo in silenzio per lunghi minuti; semplicemente perché non c’era niente da dire: i nostri corpi avevano parlato per noi ed erano stati molto eloquenti.
Ormai era giunta l’ora di tornare alla nostra quotidianità. La prima a muoversi fu Veronica con un gesto sorprendente: si chinò su me e prese in bocca il mio cazzo ormai piccolo e moscio e lo succhiò. “Ha il sapore di Elena” disse sorridendo; e aggiunse: “sei stato bravo, ci rivedremo, se vuoi.” Poi venne ad appoggiare un lieve bacio sulle mie labbra e andò a vestirsi.
Elena ed io ci alzammo quasi simultaneamente per andare nella doccia a toglierci di dosso l’odore di sesso, quel giorno particolarmente intenso. Restammo sotto la doccia per lunghi minuti abbracciati e baciandoci in preda ad una grande tenerezza, soprattutto da parte di lei. Quindi interruppe l’abbraccio mentre mi ripeteva la solita frase: “ti prego, non innamorarti mai”.
La discesa in moto dalla collina verso la città fu accompagnata da una pioggerella gelida che mi costrinse alla massima attenzione. Arrivai a casa quanto mai infreddolito e il ricordo delle ore passate nella mia mente sembrava già lontano.
Quella notte ebbi un sonno agitato, forse feci sogni erotici. Verso le tre mi svegliai con una erezione incontenibile ed il ricordo vivo di quanto avevo vissuto nel pomeriggio. Mi masturbai e mi riaddormentai senza nemmeno pulirmi, inzaccherato del mio sperma che si asciugava sul mio addome.
Il sabato seguente arrivai con qualche minuto di ritardo rispetto al solito. La porta non era chiusa a chiave, l’interno era riscaldato anche se il camino non era acceso. Elena mi aspettava già nuda nel letto. Quando entrai in camera si scoprì per mostrarmi la fica completamente depilata.
“Assaggiala, vedrai che ti piacerà” disse con voce che già rivelava un certo grado di eccitazione “mi stavo toccando nell’attesa.”
Dopo essermi denudato la raggiunsi e rimasi qualche istante a osservare quella fichetta che vedevo per la prima volta priva dei peli castani e lisci che la cingevano. Aveva fatto bene a depilarsi: era bella, elegante, di forma armonica. Le labbra non erano molto sporgenti, il clitoride svettava intrepido. La assaggiai, mi dissetai dei suoi umori; strinsi tra le labbra il clitoride e lo titillai con la punta della lingua. Questo la fece impazzire di piacere. Rimasi a lungo con la testa tra le sue cosce, fino a quando la posizione non mi diventò scomoda. Salii sopra di lei e giocai a strofinare il cazzo sulle labbra e sul clitoride fino a quando non la sentii scuotersi nuovamente; quindi entrai in lei per prendermi il mio piacere. Arrivò quando, inaspettatamente, sentii le sue dita che violavano il mio sfintere e si trasmise in un suo nuovo orgasmo.
Poco dopo, sdraiati accanto tenendoci per mano, Elena per la prima volta accennò alla sua condizione familiare:
“Da quando ci frequentiamo sono più serena, più positiva e questo ha avuto qualche riflesso anche in famiglia: su mia figlia, ma anche su Sergio che mi sembra un po’ meno cupo. Però comincio a temere che non riavrò mai più il Sergio di cui mi ero innamorata. Oppure sono io a non essere più una donna che possa innamorarsi del Sergio che avevo conosciuto.”
Cercai qualcosa da dirle che non venne, per fortuna, perché non era quello che voleva da me; voleva solo essere ascoltata.
Ormai i giorni della settimana erano solo un periodo di attesa del sabato, ed ero certo che ancor di più lo fosse per Elena.
Il sabato seguente arrivai puntuale e mentre parcheggiavo la moto si affacciò sul vialetto un’Alfa Romeo rossa fiammante. Aspettai che Veronica scendesse, la salutai nel modo meno formale possibile, quindi entrammo insieme. Elena ci accolse con un bacio in bocca, prima a me e dopo a Veronica, con identica passione. Il pomeriggio proseguì in modo molto simile al nostro precedente appuntamento a tre. Un bicchierino di vinsanto con qualche futile chiacchiera sul divano, poi in camera. A differenza della volta precedente fui accolto subito nel letto insieme a loro. Veronica mi permise qualche libertà, potei accarezzarle il seno; potei anche leccarle la fica mentre lei faceva altrettanto a Elena che mi stava succhiando il cazzo. Era Elena che ancora una volta conduceva il gioco; vinse le resistenze di Veronica convincendola a farsi prendere da me. Salii sopra di lei e la penetrai; subito voltò il viso davanti alla mia intenzione di baciarla. Con lentezza e delicatezza cominciai a muovermi dentro di lei, ma quello che avvertivo era un corpo rigido e contratto che rivelava disagio, non piacere. Uscii e, come per farmi perdonare, scesi a leccarle la fica mentre Elena, che aveva capito, la baciava e le accarezzava i seni. Il livello di eccitazione di Veronica tornò a crescere perché Elena si interessò a lei lasciandomi momentaneamente in disparte. In preda alla smania e ad una lieve frustrazione le guardai toccarsi, baciarsi, leccarsi, dedicarsi al sessantanove e alla forbice, procurarsi ripetuti orgasmi. Finalmente Elena si dedicò a me, salì a impalarsi, con Veronica che la baciava e le accarezzava i seni mentre si toccava. Riuscii anch’io finalmente a venire; Elena rimase sopra di me fino a quando il mio cazzo ormai soddisfatto non scivolò fuori. Subito Veronica venne a prenderlo in bocca per gustare ancora il sapore di Elena. Eravamo stremati; restammo sdraiati per molti minuti senza parlare, credo di avere anche dormito un po’.
Nelle settimane seguenti marzo rese più agevoli i miei spostamenti per e da la collina. I nostri pomeriggi del sabato, pur restando appassionati, avevano preso una routine dettata dalla perfetta conoscenza dei nostri rispettivi corpi e dei desideri. Parlavamo anche molto più di prima, spesso chiedeva delle mie precedenti avventure extra matrimoniali; voleva i dettagli, si eccitava ai miei racconti. Mi spiegava che non si trattava di semplice morbosità, ma che questa confidenza la faceva sentire ancora più libera, anzi liberata. Sviluppavamo insieme nuove fantasie che accompagnavano e si alternavano ai nostri rapporti e diventavano sempre più spinte e variegate. Immaginavamo di introdurre tra noi un nuovo terzo soggetto, una transessuale da inserire nei nostri giochi, con la quale avremmo sperimentato ogni tipo di geometria variabile. Fantasticava di vedermi inculato da una trans durante un nostro sessantanove. Qualche volta Elena aveva anche accennato alla possibilità di accogliere un altro uomo, magari giovane, ma su questa idea facevo molta fatica ad assecondarla e non insisteva troppo. A forza di parlarne le nostre fantasie somigliavano sempre di più a dei progetti, anche se non avevamo la più pallida idea di come realizzarli ed eravamo in fondo consapevoli che fantasie sarebbero rimaste. Alla fine servivano solo a consolidare la nostra complicità. Al momento di salutarci non diceva più “ti prego non innamorarti”; da un po’ di tempo diceva “ti prego non innamoriamoci”.
I sabato pomeriggio di marzo trascorsero così in questa specie di delirio erotico che però alla fine ci lasciava esausti ed appagati.
In uno di questi sabati tornò a trovarci Veronica, ma non fu come le volte precedenti. Giocò un po’ con noi, o per meglio dire: con Elena; si godette da lei un paio di orgasmi, poi si rivestì e se ne andò. Ci parve subito chiaro che non sarebbe tornata alla villetta in collina.
“Non si sente a suo agio con una presenza maschile” spiegò Elena.
“Le volte precedenti mi sembrava molto partecipe nonostante la mia presenza” replicai.
“Era coinvolta dalla novità della situazione. Adesso che non è più una novità, prevale il disagio.”
Il primo sabato di aprile era un giorno luminoso d’inizio primavera. Eravamo forse ancora più appassionati del solito perché contagiati dal clima primaverile. Era anche il giorno che precedeva la domenica delle Palme ed Elena mi aveva comunicato che il sabato successivo, vigilia di Pasqua, non avremmo potuto incontrarci per ragioni familiari. Percorsi in discesa la stretta strada collinare nell’aria finalmente dolce, prima che fosse completamente buio.
La mattina del lunedì il telefono del mio ufficio squillò pochi minuti dopo essere entrato.
“Sono Elena, dobbiamo vederci” aveva una voce strana, cupa e dimessa al tempo stesso.
“Perché, cosa succede?”
“Non posso dirtelo al telefono, puoi liberarti nel pomeriggio?”
“Certo, mi fai preoccupare.”
“Ti va bene se ci vediamo alle quattro al bar della stazione?”
“Ci sarò”
Riattaccò prima che potessi aggiungere un’altra parola.
Quando entrai nel bar, nonostante ci fossero pochi avventori, stentai un attimo a individuarla. Era seduta ad un tavolo isolato in un angolo del locale e dava le spalle alla porta d’ingresso. Con indosso un pesante piumino già fuori stagione sembrava più piccola. Mi sedetti di fronte a lei dopo avere ordinato un caffè. Rispetto a due giorni prima sembrava invecchiata di dieci anni. I suoi occhi erano due fessure arrossate, la bocca un solco piegato verso il basso. Sul tavolo un bicchiere di liquido trasparente dall’inequivocabile odore di grappa di cattiva qualità.
“Cosa è successo?” domandai con un tono più allarmato di quanto avrei voluto.
“Ti spiego perché ho voluto incontrarti con tanta urgenza. Ti prego di non parlare finché non ho finito.” Anche la sua voce mi sembrava diversa, più bassa.
“Come ti avevo detto da alcune settimane il clima familiare era migliorato, forse perché io ero più serena e contagiavo anche mia figlia. Anche Sergio sembrava recuperare un accenno di vitalità. Niente di straordinario, diceva qualche parola in più, tentava di sorridere, cose così, ma mostrava finalmente una tenue volontà di reazione. Tutto qui. Sabato scorso, ieri l’altro, quella volontà lo ha spinto a prendere l’auto e venire alla villetta. Per farmi una sorpresa. Forse per dimostrare a me e a sé stesso che stava finalmente tentando di superare il dolore per la perdita dei genitori. Quando però è arrivato ha visto la tua motocicletta accanto alla mia auto. E’ andato a parcheggiare sulla strada qualche decina di metri più avanti ed venuto a sbirciare alle finestre. Quando ha guardato dalla finestra della camera ci ha visti a letto ed è scappato via sconvolto. Al mio rientro a casa, felice ed appagata come sempre dopo i nostri appuntamenti, ho trovato Sergio sul divano di salotto che piangeva. Mia figlia, accanto a lui, impietrita gli teneva la mano. Non appena lei mi ha visto mi ha chiamato “brutta troia schifosa” ed è andata a rinchiudersi nella sua camera. Sergio invece ha cominciato a piangere più forte e singhiozzando ripeteva incessantemente “sessantanove, sessantanove, vi ho visti, ti ho visto”. Non c’è bisogno che ti spieghi cosa intendeva dire.”
Elena si esprimeva in modo automatico, come se stesse parlando di qualcun altro, ma stava a stento trattenendo il pianto.
“Non puoi immaginare cos’è stata la giornata di ieri. Sergio non è quasi sceso dal letto, mia figlia non mi ha rivolto la parola, in compenso mi ha rivolto sguardi pieni di disprezzo. Stamani sono andata al lavoro solo per potere andarmene da quella casa, anche se non ho combinato molto.”
Si interruppe per bere un po’ di grappa, mi inserii per pronunciare le banalità più scontate che si potesse affermare in questa circostanza:
“Mi dispiace tanto, mi sento anche in colpa per averti provocato questo sconquasso con la mia presenza.”
“Non devi. Mi spiace di essere stata scoperta in modo tanto traumatico, soprattutto per mia figlia, ma non ho rimpianti. Grazie a te ho avuto per qualche mese una parentesi. Non lo rimpiango. Ho chiesto questo appuntamento perché volevo dirti di persona e non per telefono che purtroppo dobbiamo chiudere qui. Adesso devo occuparmi di ricreare un rapporto con mio marito e soprattutto con mia figlia. Ti chiedo di non cercarmi più. Tra noi è stato bello, ma non posso più continuare con i nostri incontri.”
Si alzò; già in piedi bevve l’ultimo goccio di grappa rimasto, poi come saluto disse: “meglio così, forse col tempo ci saremmo innamorati sul serio e allora sarebbe stato davvero un disastro.”
La guardai uscire ingobbita dentro il piumino pesante per la stagione; provai un gran senso di vuoto e la sensazione di essere più vecchio di quando ero entrato in quel bar della stazione.
Non l’ho più vista né sentita.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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