tradimenti
Vi presento Monica pt.1
Dom_jupiter
10.03.2026 |
2.008 |
0
"Parlammo del più e del meno mentre la voce del telecronista blaterava della partita in corso..."
Eh, i 20 anni… che età meravigliosa. Quel misto di energia, incoscienza e curiosità di chi si affaccia alla vita adulta è una fase irripetibile della vita.Proprio a 20 anni ho scoperto la mia passione per le coppie e il ruolo di “terzo”. All’università non ero di certo uno studente modello. In città — da bravo ragazzo di una provincia remota — avevo scoperto feste universitarie, serate infinite fatte di strade, compagnie e canzoni; e quindi la voglia di studiare ben presto si era affievolita.
Per questo motivo avevo deciso di non frequentare tutte le lezioni e di lavorare, per non gravare inutilmente sui miei: mi sarei laureato, ma con calma. Iniziai dunque a lavorare in un bar-tabacchi aperto H24, uno di quei posti dove ti fermi solo se sei disperato o per pisciare.
Una notte di pieno inverno — avete presente quelle serate nebbiose che si vedevano così spesso nel Nord-Est di un paio di decenni fa? — si presentò da me una coppia per bere un caffè.
Fu facile attaccare bottone: probabilmente, a quell’ora, eravamo gli unici esseri viventi svegli in città.
Erano due persone di aspetto distinto: eleganti nel vestire, ma così diversi tra loro.
Lui, Elvio, un omone veneto dall’aspetto arcigno ma conviviale e cordiale, aveva 48 anni e lavorava nel campo industriale. Lei invece, Monica, era un perfetto angelo del focolare: otto anni meno del marito, bionda, occhi blu (non azzurri, proprio blu), con un caschetto d’altri tempi e forme “materne” e sinuose. Elegante, con un bel parlare e un sorriso timido sempre sul viso.
«L’emblema delle donne venete» disse Elvio durante quel bizzarro primo incontro, con un filo d’orgoglio mal celato. «Silenziosa ed efficiente».
Con i due fu feeling immediato: quei due estranei così curiosamente assortiti mi piacevano molto, anche se non avrei mai potuto immaginare quale sarebbe stato il prosieguo della nostra vicenda.
Monica non era certo il tipo di donna che avrei potuto scientemente apprezzare a quell’età, ma qualcosa mi colpì di lei. Insomma, pur intrattenendo conversazione con Elvio, non potevo staccarle gli occhi di dosso.
Il mio modo di fare scanzonato e fatalista — e qualche aneddoto che raccontavo al marito per fingermi più grande di quello che fossi — la divertivano, e spesso il suo timido sorriso faceva capolino su quelle labbra carnose e prive di rossetto.
Quella sera non successe altro: non ci fu una vera interazione tra me e Monica. Ma quella sua pelle chiara e quel suo fare dimesso mi erano entrati in testa, e ci fantasticai parecchio.
Non li rividi per alcune settimane ma, come a volte capita, la sorte ci riportò sulla stessa strada e, in una serata analoga, i due rifecero la loro comparsa nel “peggior bar di Caracas”.
Elvio mi salutò amichevolmente e lei, sempre col suo fare delicato, mi rivolse un sorriso e mi salutò chiamandomi per nome. La cosa mi sorprese parecchio. Ero sicuramente più ingenuo di oggi, ma il fatto che una donna di quel tipo si ricordasse il nome di un ragazzetto che lavorava in una bettola come quella mi fece pensare di esserle in qualche modo piaciuto.
La conversazione si aprì leggera, con domande sulla mia provenienza e su come fossi finito proprio lì, e continuò con il consueto tenore scanzonato finché Monica non mi rivolse per la prima volta la parola.
«Non hai nessuno qui?» mi chiese.
«No, cara» risposi. «Sono un cane senza padrone… non ho una ragazza e la mia famiglia è distante».
Lei sorrise e, con quel fare “materno” che era così insito nella sua persona, mi disse:
«Deve essere tanto allora che qualcuno non ti prepara qualcosa di buono».
Quella frase le uscì così naturale che non vi colsi alcuna malizia: era perfettamente coerente con l’immagine che dava di sé e, in fondo, giammai pensavo di poter interessare a una donna così, né sospettavo che lei potesse essere capace di malizia.
Insomma, una donna sposata, fine, vent’anni più grande di me? Cosa ci poteva mai trovare in uno studente spiantato, certamente animato da ideali romantici ma privo di spirito pratico e di qualsivoglia concretezza?
Risposi allora sorridendo e senza pensarci su:
«Effettivamente sono specializzato in cucina di sussistenza, ma di buono so fare gran poco».
Elvio allora replicò sicuro:
«Te ghe da vegnere una volta da noialtri, alora: ea Monica fa un risotto che xe na roba granda».
Messi insieme i pezzi del dialetto veneto, che iniziavo a capire, sorrisi e risposi:
«Vi ringrazio, verrò volentieri».
Mi spiegarono che abitavano in un piccolo comune del Trevigiano e che per raggiungerli avrei dovuto prendere il treno — o, come la chiamava lui, la littorina — e che sarebbero venuti a prendermi in stazione per portarmi a casa.
Una domenica di libertà, dunque, ci mettemmo d’accordo e li raggiunsi nel loro bel paesino d’origine.
In stazione trovai Monica: mi aspettava in macchina — un’utilitaria francese di colore grigio — ed era visibilmente felice di vedermj.
Entrai in macchina porgendole un fiore — memore della buona educazione insegnatami dai genitori, che prescriveva di portare fiori alla padrona di casa quando si è ospiti — e lei mi baciò sulle labbra in modo inaspettato.
Ebbi il tempo di dire solo «Ma…» che lei mi zittì dicendo:
«Non facciamo nulla di male, siamo tra persone adulte»,
e portò la mia mano sul suo seno.
Era veramente un seno maestoso e stupendo: lo avevo notato sin dalla prima volta, ma sentirlo sotto le mani era una goduria.
Non mi trovavo con una coetanea, ma con una donna vera, e la cosa mi piacque tantissimo: una delle mie fantasie ricorrenti aveva in qualche modo preso forma.
Il bacio di Monica mi causò un’erezione talmente forte da essere quasi dolorosa.
Lei guardò i miei pantaloni tendersi, soddisfatta, con una sensualità che pareva distante dal suo vero essere, e mi sorrise maliziosamente.
«Non dire niente a Elvio» si raccomandò… e io deglutii forte.
Il mio cervello era in panne.
«Come faccio ora a presentarmi a casa di un semisconosciuto dopo che ho baciato sua moglie e l’ho toccata?» pensai tra me e me durante il breve tragitto che separava l’abitazione della coppia dalla ferrovia.
Arrivato a casa ero quasi riluttante a scendere: la mia erezione era ancora lì, visibilissima nei pantaloni, e la giacca corta che avevo indossato non aiutava in alcun modo a coprirla.
Come avrei mai potuto salutare il gentile padrone di casa in quelle condizioni?
Decisi di celare “la vergogna” con il mazzo di fiori che avevo portato a Monica e mi avviai, pur imbarazzato, verso Elvio per salutarlo.
Questi mi fece accomodare in casa — una bella villetta veneta tipica della media imprenditoria — e mi indicò presto la via del salotto con fare amichevole e cordiale.
«Mentre che ea Monica parecia, noi altri vardemo ea partita» mi disse nel suo dialetto schietto, e io, calmatomi un pochino, lo seguii.
Parlammo del più e del meno mentre la voce del telecronista blaterava della partita in corso. Elvio mi raccontò della spaventosa crisi del 2008 e dei fastidi del fare azienda: io ascoltavo curioso e annuivo, ma la mia testa era al bacio di Monica e ai suoi seni turgidi.
Arrivò quindi l’ora di sedersi a tavola e mangiare: saremmo stati solo noi tre e io dovevo fare finta che non fosse mai successo nulla in quella macchina…
L’idea mi spaventava, ma al contempo mi eccitava dannatamente.
Continua in pt. 2
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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