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Capodanno, a porte socchiuse


di Brasiliano_Black
08.01.2026    |    2.978    |    4 8.3
"Fuori faceva freddo, ma lì dentro c’era un calore lento, persistente, difficile da dimenticare..."
Era una di quelle notti in cui Capodanno non è solo una data, ma una scusa per perdere i confini. L’aria sapeva di alcol, di vestiti buttati sulle sedie, di promesse non dette. Avevamo brindato troppo, riso troppo forte, eppure lei era rimasta ai margini. La mia scopamica. Seduta poco distante, sempre con qualcuno in mezzo, come se quella distanza fosse necessaria. Ogni tanto incrociava i miei occhi e li abbassava subito, con quel mezzo sorriso che conosco fin troppo bene. Mi dicevo che fosse per il fratello, per non dare nell’occhio. Ma sotto sotto sentivo che c’era altro.

Quando la casa si spense, uno dopo l’altro, rimase solo il rumore dei corpi che cercavano un posto dove stare. Io non lo trovai. Il freddo mi attraversava la schiena e il letto sembrava respingermi. Restavo sveglio a fissare il buio, mentre l’alcol rendeva i pensieri più lenti ma più insistenti.

Mi alzai per andare in bagno, facendo attenzione a non svegliare nessuno. Fu lì che capii che non ero l’unico ancora desto. All’inizio furono solo suoni indistinti, come se la casa respirasse. Poi, tornando indietro, quei rumori presero forma. Provenivano dalla stanza della ragazza che ci ospitava.

La porta non era chiusa del tutto. Solo uno spiraglio. Mi fermai, indeciso, con quella sensazione addosso che ti dice che stai per oltrepassare una linea. Sbirciai quasi senza volerlo.

Le vidi. Così vicine da sembrare inevitabili. I loro movimenti erano lenti, studiati, come se il silenzio fosse parte del gioco. La mia scopamica aveva un’espressione diversa, più morbida, più vera. Rimasi immobile, col cuore che batteva troppo forte per quell’ora della notte.

Ci fu un attimo in cui tutto si fermò. Gli sguardi si incrociarono. Nessuna sorpresa finta, nessuna fretta di coprirsi. Solo consapevolezza. E desiderio.

Lei parlò per prima, con quella voce che conosco bene, bassa, tranquilla:
“Vabbè… in tre è meglio.”

L’altra sorrise, senza imbarazzo. “Perché no.”

Entrai nella stanza sentendo il freddo sparire piano piano. Ogni gesto era misurato, come se il rischio di essere scoperti rendesse tutto più intenso. Ci muovevamo piano, ascoltando i respiri, fermandoci prima di fare rumore. Le mani imparavano di nuovo i corpi, diversi ma perfettamente compatibili. Il contrasto tra loro era ipnotico: una presenza più avvolgente, sicura; l’altra fragile solo in apparenza, capace di farti perdere l’equilibrio con un tocco.

Il tempo smise di avere importanza. Non c’era urgenza, solo attenzione. Era un piacere condiviso, quasi rispettoso, fatto di sguardi che chiedevano il permesso prima ancora delle mani. Ogni minimo contatto sembrava amplificato dal silenzio della casa addormentata.

Quando tutto si calmò, restammo vicini, senza parlare. Qualcuno trattenne una risata, qualcuno un respiro troppo profondo. Fuori faceva freddo, ma lì dentro c’era un calore lento, persistente, difficile da dimenticare.

Poi, uno alla volta, tornammo al buio. Come se niente fosse successo.
Eppure sapevamo tutti che quella notte aveva cambiato qualcosa.
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