Tassa etica: lo Stato decide (di nuovo) cosa è morale
Attualità 28.01.2026
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Certe parole dovrebbero far suonare un campanello d’allarme già dal nome. Tassa etica è una di quelle. Perché quando uno Stato laico sente il bisogno di specificare che una tassa è “etica”, la domanda sorge spontanea: etica secondo chi?
Cos’è davvero la tassa etica (e perché se ne parla oggi)
La tassa etica nasce nel 2006, introdotta con la Legge Finanziaria 266/2005. Tecnicamente è un’addizionale IRPEF/IRES del 25% applicata ai redditi derivanti dalla produzione e vendita di materiale pornografico e di incitamento alla violenza.
In queste settimane la cosiddetta porno-tax è tornata al centro del dibattito pubblico. Non per una nuova legge, ma perché l’Agenzia delle Entrate ha confermato che questa sovrattassa si applica anche ai creator attivi su piattaforme come OnlyFans, anche se operano in regime forfettario.
Questo ha riacceso una questione mai davvero risolta: è legittimo che lo Stato giudichi moralmente redditi perfettamente legali?
Una tassa incostituzionale, discriminatoria, immorale?
Il solo concetto di “tassa etica” dovrebbe mettere a disagio chiunque creda nella laicità dello Stato. Perché lo Stato non dovrebbe essere l’arbitro della morale, ma il garante dei diritti.
È su questo punto che si innesta l’iniziativa dei Radicali Italiani, che nelle ultime settimane hanno avviato una raccolta firme per l’abolizione della porno-tax, affiancati da volti noti del settore come Valentina Nappi e Luiza Munteanu.

La critica è netta: una tassa che colpisce un’attività legale solo in base al suo contenuto è discriminatoria, crea cittadini di serie A e di serie B e viola il principio di uguaglianza sancito dalla Costituzione.
E un euro guadagnato vendendo contenuti erotici ha un valore diverso di un euro guadagnato vendendo armi, alcol o giochi d’azzardo? Evidentemente sì, almeno per il legislatore del 2006.
Qui il problema non è solo fiscale, ma culturale. Quando il fisco inizia a giudicare la morale dei redditi, smette di essere uno strumento neutro e diventa un mezzo di controllo ideologico. E questo, in uno Stato laico, dovrebbe far riflettere più della pornografia stessa.
Libertà individuale e libertà economica: due facce della stessa battaglia
Chi difende l’abolizione della tassa etica non sta difendendo “il porno” in astratto. Sta difendendo un principio più ampio: la libertà di scegliere come lavorare, produrre e guadagnare, nel rispetto della legge.
Colpire fiscalmente un settore solo per ragioni morali significa:
-
limitare la libertà economica,
-
spingere i creator verso l’estero o l’informalità,
-
rafforzare lo stigma sociale verso chi lavora con il proprio corpo e la propria immagine.
E tutto questo senza alcun beneficio reale per la collettività.
Una tassa che punisce chi produce, ma non chi consuma
C’è poi un’ipocrisia evidente: la tassa etica colpisce solo chi crea contenuti, mai chi li consuma. Milioni di utenti accedono quotidianamente a piattaforme per adulti, ma il peso fiscale ricade esclusivamente sulle creator italiane.
Il risultato?
Un disincentivo concreto alla produzione nazionale, che favorisce piattaforme estere e operatori non italiani, spostando il mercato fuori dai confini.
Abolire la tassa etica è civiltà giuridica
La richiesta di abolizione non è una provocazione libertina. È una domanda di coerenza democratica.
In uno Stato moderno, ciò che è legale non può essere tassato come se fosse moralmente sospetto.
Ma non spetta al fisco decidere cosa è giusto desiderare.
E forse è arrivato il momento di dirlo chiaramente:
non c’è niente di etico in una tassa che giudica, discrimina e colpevolizza.

Raccolta firme contro la tassa etica:
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