In Italia parte la censura al porno mascherata da tutela
Attualità 23.04.2025
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Avrete probabilmente letto in questi giorni che l’AGCOM, con la delibera 96/25/CONS, ha imposto ai siti che offrono contenuti per adulti, entro sei mesi, l’obbligo di verificare l’età degli utenti che accedono ai loro contenuti. La motivazione? Proteggere i minori dall'esposizione di contenuti non adatti. Niente di più giusto!
Ma sarà vero? Ovviamente no, e vi spieghiamo perchè.
Cosa dice la legge
La delibera impone che, entro sei mesi, l’accesso ai contenuti per adulti in Italia sia subordinato a un sistema di verifica dell’età. In teoria, tutto deve avvenire nel rispetto della privacy: l’utente dovrà dimostrare di essere maggiorenne, ma senza rivelare la propria identità.
Come? Attraverso un sistema in due fasi: identificazione e autenticazione, affidate a soggetti terzi “certificati”. Il problema è che, ad oggi, nessuno sa davvero come tutto questo dovrebbe funzionare. Non esiste una piattaforma ufficiale, nessuna linea guida operativa, né criteri chiari per questi soggetti “terzi”.
AGCOM sottolinea che il sistema garantisce un livello di sicurezza adeguato al rischio e il rispetto della minimizzazione dei dati personali raccolti. Grazie al meccanismo del doppio anonimato, i fornitori del sistema di verifica dell’età non conoscono i servizi per cui serve la verifica, mentre la prova dell’età inviata al sito web non contiene dati identificativi dell’utente. Ma nella pratica? Manca tutto: strumenti, regole, garanzie. Una norma ambiziosa scritta su un foglio ancora bianco.
Limiti tecnici
Di fatto, la legge è stata approvata, ma non è stato previsto alcun meccanismo reale di attuazione. Manca una piattaforma centralizzata, non si conoscono i requisiti richiesti ai soggetti terzi, né le modalità tecniche attraverso cui questi dovrebbero garantire l’anonimato.
I soggetti terzi certificati affronteranno un costo che sarà ovviamente riversato sugli utenti. Insomma, se vuoi accedere ad un sito per adulti, dovrai rivolgerti ad un sito "terzo" certificato per ottenere il lascia passare, probabilmente pagando. Quanto? E chi lo sa!
Nessun interesse REALE nella protezione dei minori
Mettiamo le cose in chiaro: siamo favorevoli a qualsiasi strumento utile a proteggere i minori dall’accesso a contenuti non adatti, tuttavia questa misura sembra piuttosto una mossa dettata dall'accontentare certi ambienti conservatori e religiosi, più che una reale strategia educativa o protettiva.
Se davvero l’obiettivo fosse la tutela dei minori, si sarebbe affrontato il problema in modo più ampio e coerente. Ad oggi, i social network — frequentati quotidianamente da milioni di adolescenti — sono un vero e proprio far west digitale. Se TikTok ci ha costruito una fortuna con i contenuti sessualizzati realizzati da bambini spesso spacciati da semplice intrattenimento, su X di Elon Musk gira tanto di quel porno hardcore da rendere Annunci69 una Community di evangelici. E questo, senza parlare di Instagram, dove oltre a contenuti iper sessualizzati e influencer che sfruttano i figli per vendere prodotti di ogni tipo, è pieno di pagine che offrono la visione di video violenti, gente che muore in incidenti gravi e così via.
Tutto questo è considerato adatto per un minore?

Il porno su X.com è ovunque
Non si tratta di benaltrismo, né del solito “perché noi sì e loro no?”. Il punto è un altro, molto più semplice: se davvero si vuole proteggere i minori, allora si interviene dove il rischio è più diffuso, non solo dove è più visibile. Sarebbe come obbligare l’uso dei braccioli solo in piscina, ignorando che i bambini affogano anche in mare aperto, nei fiumi o persino nella vasca da bagno.
Eppure, per queste piattaforme, non è prevista alcuna verifica dell’età, né meccanismi di protezione simili. Si preferisce colpire un bersaglio facile, lasciando intatti i canali più pervasivi e pericolosi.
Limiti internazionali
Un altro problema che appare subito all'occhio anche dei meno esperti, è che la misura sembra ignorare completamente il contesto globale della rete. Non è chiaro, infatti, come AGCOM intenda far rispettare questa imposizione a migliaia di piattaforme estere che offrono contenuti per adulti. Non esiste un’autorità sovranazionale che possa obbligare portali non italiani a seguire le disposizioni italiane, e non è realistico immaginare un controllo capillare su ogni sito del mondo. Il rischio è che a rispettare le nuove regole siano solo le realtà locali o più mainstream — con costi e complicazioni enormi — mentre gli utenti (minorenni) continueranno semplicemente a spostarsi verso contenuti esteri non regolamentati e sicuramente più "hardcore". Insomma, se li si vuole spingere verso il Dark Web, questo è il modo migliore.
Esperimenti simili, tra l’altro, sono già stati tentati altrove. Negli Stati Uniti, diversi stati come Louisiana, Texas e Florida hanno introdotto leggi simili, imponendo l’obbligo di verifica dell’età per accedere ai siti per adulti. Il risultato? Alcune piattaforme hanno semplicemente bloccato l’accesso in quelle aree, mentre il traffico si è spostato verso siti non soggetti a quelle normative.
È evidente che strumenti di questo tipo, senza un quadro condiviso e una strategia globale, finiscono per essere facilmente aggirabili o generare distorsioni nel mercato digitale.
E' tutela o censura?
Messa in questi termini, emerge l’ipocrisia di una misura che affronta solo una piccola parte del problema (sapendolo benissimo) ignorando le vere dinamiche del web. Si evidenzia anche la scarsa competenza tecnica da parte delle istituzioni, che rischiano di trasformare la rete in uno spazio meno libero, senza peraltro ottenere risultati concreti.
Ma evidentemente è solo l'inizio di un percorso ben chiaro, che è quello di limitare il Porno a tutti. Se pensate che questa sia fantascienza, allora vi siete persi quando in un video girato con telecamera nascosta, Russell Vought, ex direttore dell'OMB e attuale ministro sotto Trump, e autore di spicco del controverso "Project 2025", ha dichiarato che le leggi sulla verifica dell'età per accedere ai siti pornografici sono un "cavallo di Troia" per vietare la pornografia a livello nazionale. "Lo stiamo facendo dalla porta sul retro. Stiamo iniziando con i bambini", ha affermato, suggerendo che l'obiettivo finale è imporre un divieto totale alla pornografia, aggirando i limiti imposti dal Primo Emendamento.
La foglia di fico dei minori
Nel frattempo, viene eroso un pezzettino di libertà personale. Quanti utenti saranno disposti a fornire i propri documenti d’identità a un “ente certificatore privato” nato esclusivamente per questo scopo — e quindi immediatamente riconoscibile come associato alla fruizione di contenuti per adulti? Probabilmente in pochi, ed è proprio questo lo scopo di questa misura: creare un muro tra il cittadino e la pornografia.

Ci chiediamo, allora: davvero questa è la strada migliore per proteggere i più giovani? O non sarebbe stato più utile lavorare su un’educazione digitale consapevole, coinvolgere i grandi player del web e proporre una normativa equilibrata che valga per tutti i contenuti a rischio, non solo per quelli “scomodi” agli occhi di una certa morale?
Questa legge, così com’è, non sembra nata per proteggere davvero i minori, ma piuttosto per ostacolare e censurare l’accesso ai siti per adulti tout court.
È una misura che si presenta come tutela, ma nasconde una volontà di controllo ideologico e morale. Il porno viene scelto come capro espiatorio non perché sia il vero nodo del problema, ma perché è da sempre stato il bersaglio dei Cattolici ultra conservatori da "Family day".
Nel frattempo, nessuno sembra preoccuparsi davvero del fatto che i minori continuano a navigare in un oceano di contenuti inappropriati, senza rotta né protezione. Questa legge non protegge i minori. Non li educa, non li guida, non li salva. Mentre si discute di blocchi e verifiche, il mondo digitale resta fuori controllo. Ma l’importante, si sa, è salvare gli adulti dai peccati del Porno. Non i ragazzi.
@ RIPRODUZIONE RISERVATA - Annunci69.it

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