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Lui & Lei

Il Fattore Francesca: L’Azzardo dell’Istinto


di Membro VIP di Annunci69.it BrizzolatoTraLeRighe
16.05.2026    |    38    |    0 6.0
"L'esplosione fu devastante, una seconda scarica copiosa e densa che si rovesciò interamente sopra le sue enormi tette..."
Le luci del Casinò di Sanremo riflettevano sul marmo lucido del salone principale con una futilità dorata, creando un teatro di distrazioni mondane dove la gente cercava la fortuna sui panni verdi mentre io cercavo semplicemente una pausa dalla routine quotidiana. L’aria della sala era densa, quasi palpabile, satura di profumi costosi, fumo invisibile e di quell’adrenalina sottile che accompagna immancabilmente chi sfida il caso. Mi ero concesso una serata di assoluto svago, muovendomi tra i tavoli della roulette con il distacco aristocratico di chi osserva un gioco senza lasciarsene catturare. Decisi infine di dirigermi verso il bar principale, un angolo di specchi bruniti e luci sapientemente soffuse dove il rumore metallico delle fiche si attenuava, sostituito dal sommesso tintinnio dei bicchieri di cristallo e dal brusio delle conversazioni private.

Fu esattamente in quel punto che la vidi. Seduta su uno sgabello alto di pelle nera, Francesca sembrava un paradosso vivente tagliato su misura per i miei occhi e per i miei desideri di quella notte. Non era una donna altissima, la sua statura si aggirava all'incirca intorno al metro e sessanta, ma possedeva una presenza fisica di pura, dirompente provocazione, racchiusa in un tailleur grigio antracite che sembrava cucito direttamente sulle suas curve generose. La gonna era così attillata da segnare in modo spudorato la curva dei fianchi e la rotondità pronunciata delle natiche, mentre la camicetta bianca faticava visibilmente a contenere un petto monumentale, una quarta misura naturale che premeva con prepotenza contro il tessuto teso, minacciando a ogni respiro di far saltare i bottoni di madreperla. Ai piedi calzava un paio di tacchi a spillo neri, dodici centimetri di tacco che slanciavano le gambe tornite e che lei faceva dondolare con un ritmo ipnotico, quasi nervoso.

Ciò che mi catturò maggiormente, tuttavia, fu il contrasto assoluto del suo volto. Aveva capelli biondi che le incorniciavano il viso con boccoli morbidi, quasi angelici, e grandi occhi chiari che manteneva costantemente bassi, fissi sul suo cocktail. Aveva l’aria innocente, timida e riservata di una suora prestata alla vita laica, l’espressione tipica di chi vive una vita ordinaria e totalmente sottomessa alle regole della società. Ma dietro quella superficie da impiegata modello, dietro quel silenzio democristiano, si percepiva un pensiero fisso, un’ossessione carnale per il fallo che trasudava da ogni minimo movimento delle suas labbra carnose.

Mi avvicinai al bancone, posizionandomi a un palmo da lei e ordinando un drink senza staccarle gli occhi di dosso. Quando il barista mi porse il bicchiere, voltai leggermente il busto nella sua direzione, rompendo quel muro di finta indifferenza che si era creato tra di noi.
"Serata interessante per tentare la fortuna, non trovi?" esordii, mantenendo la voce bassa, ferma e volutamente confidenziale.
Lei sussultò appena, come risvegliata da un sogno, voltando il viso biondo verso di me. I suoi occhi chiari incrociarono i miei per un istante prima di tuffarsi di nuovo verso il fondo del suo bicchiere. "Io... in realtà non gioco. Osservo e basta," rispose con quel tono timido e sommesso che contrastava violentemente con la provocazione dei suoi vestiti attillatissimi.
"Allora siamo in due. Io sono Chicco," le dissi, allungando una mano e sfiorando intenzionalmente le sue dita calde poggiate sul bancone.
"Francesca," sussurrò lei, ricambiando la stretta con una mano morbida, un po' tremante. Il modo in cui pronunciò il suo nome rivelava già un'eccitazione trattenuta, una crepa nella sua corazza da brava ragazza.

Sapevo perfettamente come leggere quel tipo di tensione: Francesca era lì in vacanza da sola, una pentola a presione pronta a esplodere lontano dagli sguardi giudicanti della sua città. Il destino decise di accelerare i tempi. Nel voltarsi repentinamente per controllare l’orologio della sala subito dopo essersi presentata, il suo corpo generoso si scontrò con il mio. Fu una spinta involontaria, ma sufficiente a far oscillare il mio bicchiere. Qualche goccia di liquido scuro finì inevitabilmente sulla mia camicia bianca, macchiando il tessuto all'altezza del petto.

Francesca sussultò, portandosi le mani alla bocca. I suoi occhi chiari si spalancarono, carichi di una timidezza che sfiorava il terrore reverenziale. Abbassò immediatamente lo sguardo, fissando la mia camicia rovinata con una costernazione che nascondeva un brivido sottile.
"O-oddio... mi dispiace così tanto... sono una grandissima imbranata," mormorò con una voce sottile, quasi un sussurro che faticava a uscire dalla gola, mentre le sue guance si tingevano di un rosso imprevedibile. "Le ho macchiato la camicia, che disastro... non volevo, davvero... mi scusi."

Sorrisi, stringendo il bicchiere rimasto semivuoto e lasciando che la mia presenza fisica la sovrastasse completamente, misurando la larghezza delle sue spalle e l'invito implicito del suo petto generoso.
"Vedi, Francesca... un danno del genere non si risolve con delle semplici scuse formali," le dissi, mantenendo un tono basso, profondo e venato di una calda, dominante ironia che le fece percorrere un brivido lungo tutta la spina dorsale. "Scherzando, direi che per una goffaggine del genere meriteresti una bella, esemplare punizione. Qualcosa che ti insegni a stare più attenta quando ti muovi vicino a un uomo."

A quelle parole, il miracolo della sua vera natura iniziò a manifestarsi sotto i miei occhi. Francesca non si ritrasse, né accennò a offendersi. Lentamente, sollevò lo sguardo verso di me, mantenendo le palpebre parzialmente socchiuse in un'espressione che sprizzava sottomissione e bramosia. La timidezza c’era ancora, ma nei suoi occhi chiari si accese una scintilla di lussuria pura, il risveglio della cagna che nascondeva sotto l'abito da ufficio. Le suas labbra si schiusero, umide e vibranti.
"Una... una punizione?" sussurrò, e potei notare il seu petto sollevarsi in un respiro profondo, asfittico, che mise ancora più in risalto la scollatura. "E... quale sarebbe questa punizione, Chicco? Mi dica... perché la cosa potrebbe... potrebbe interessarmi molto. A Torino la vita è così grigia, lavoro come segretaria per un vecchio e severissimo notaio... tutto è rigido, formale. Qui a Sanremo vorrei solo... dimenticare i contratti e le scartoffie."

La guardai fisso negli occhi, stringendo leggermente la presa sul bancone per avvicinarmi al suo orecchio, lasciando che il mio calore la avvolgesse.
"Le punizioni che assegno io non si discutono in pubblico, Francesca," le sussurrai, facendo scivolare lo sguardo lungo il suo tailleur attillatissimo. "Richiedono un luogo privato, dove nessuno possa sentire le tue suppliche quando deciderò che hai espiato il tuo errore. Se hai il coraggio di scoprire di cosa si trata, portami nel tuo alloggio. Altrimenti, torna pure a pensare al tuo vecchio notaio."

Francesca deglutì vistosamente, il suo sguardo innocente si tinse di una malizia spudorata mentre le sue dita stringevano nervosamente la borsetta. Non disse una parola, ma il modo in cui accennò un sì con la testa, mantenendo gli occhi fissi sulla mia camicia macchiata, fu la risposta più eloquente che potessi desiderare.

Lasciammo il Casinò pochi minuti dopo, immersi in un silenzio carico di promesse carnali. Francesca camminava al mio fianco sui suoi tacchi vertiginosi da dodici centimetri, le natiche che oscillavano vistosamente sotto la gonna grigia, producendo un rumore secco e ritmico sull'asfalto delle strade di Sanremo. Mi guidò fino a un vecchio palazzo a poca distanza dal lungomare, un edificio d'epoca con i soffitti alti e le scale di ardesia. Il suo appartamento era una dimora provvisoria che profumava intensamente delle sue vacanze: non appena varcammo la soglia, venni investito da un’atmosfera sensoriale unica, un'aria satura e quasi soffocante dei suoi prodotti solari. Era una miscela densa di cocco, tiaré e crema idratante che Francesca si era spalmata sulla pelle durante il giorno e che il calore della casa aveva fatto evaporare, impregnando ogni mobile, tenda e tessuto. Era il profumo della sua carne esposta al sole, un aroma primordiale che accese immediatamente la mia bramosia.

Francesca rimase immobile nel corridoio d'ingresso, con le mani intrecciate davanti alla borsa, tornando di colpo alla sua maschera di timidezza impiegatizia. Teneva la testa leggermente reclinata di lato, gli occhi fissi sul pavimento di graniglia, come se stabile aspettando una nota di demerito. Ma io sapevo che dietro quel silenzio c'era una mente che correva all'impazzata, concentrata sul suo unico, solo pensiero fisso: il cazzo.

Mi avvicinai a lei senza fare rumore. Le tolsi la borsa dalle mani, lasciandola cadere a terra con un rumore sordo, poi mi sedetti sulla vecchia sedia di legno scuro posizionata nel corridoio. La guardai dall'alto, imponendo la mia autorità con la stazza del mio corpo.
"Vieni qui, inginocchiati sulle mie gambe," comandai con un tono che non ammetteva repliche.

Francesca obbedì senza fiatare, i suoi tacchi produssero un suono nitido sul pavimento mentre faceva i passi che la separavano da me. La afferrai per i fianchi generosi e la tirai sopra di me, posizionandola a pancia in giù, trasversalmente sulle mie ginocchia. La gonna del tailleur si tese fino al limite della resistenza, rivelando la rotondità esagerata del seu sedere. Senza dire una parola, sollevai la mia mano destra, grande e pesante, e la calai con forza sulle sue natiche coperte dal tessuto grigio. Il rumore dello schiocco secco rimbombò nell'ingresso. Francesca emise un gemito acuto, le sue gambe si calciarono a mezz'aria.
"Questo è il primo acconto per la mia camicia," dissi, prima di calare un secondo colpo, ancora più forte, che le fece inarcare la schiena.
"Ahhh... sì... mi punisca, Chicco..." sussurrò lei, la timidezza completamente polverizzata dalla sua vera natura. "Sono una troia imbranata... mi batta ancora, mi lasci i segni sulle chiappe, la prego..."

Le sollevai la gonna, rivelando che sotto non portava calze, ma solo un paio di slip di pizzo bianco che faticavano a contenere la carne calda e ambrata del suo sedere. Le sculacciate ripresero direttamente sulla pelle nuda, lasciando in breve tempo una serie di impronte rosse che infiammarono la sua carne. Dopo averle infuocato il sedere, la voltai repentinamente, lasciandola seduta sulle mie gambe, con la schiena appoggiata al muro del corridoio.

Le sbottonai la camicetta bianca con gesti decisi, liberando il suo petto monumentale dal reggiseno. Le sue tette enormi, una quarta misura soda e pesante, caddero libere, vibrando a ogni suo respiro corto. I capezzoli erano grandi, scuri e turgidi per l'eccitazione. Senza perdere un secondo, affondai il viso tra quelle masse di carne calda che profumavano intensamente di crema al cocco. Iniziai a leccarle le grosse tette, passando la lingua intorno ai capezzoli, mordicchiandoli con una foga controllata che la fece sussultare. Francesca stringeva la mia testa contro il suo petto, emettendo gemiti soffocati, mentre il suo corpo iniziava a produrre calore.

"Dio, Chicco... come le lecchi... mi stai facendo impazzire, sento le tette che mi scoppiano," ansimò lei, usando parole sempre più libere.

Ma il mio obiettivo era prepararla per quello che sarebbe venuto dopo. Le sfilai gli slip di pizzo bianco con un gesto fluido, costringendola ad allargare le gambe tornite mentre era ancora seduta su di me. La sua intimità era già calda, ma volevo che fosse completamente bagnata, pronta a cedere ad ogni assalto. Mi chinai tra le sue cosce, affondando la lingua nel suo sesso. Francesca emise un urlo soffocato, afferrando i miei capelli con forza mentre io praticavo un sesso orale profondo, metodico e spietato. La leccai con colpi lunghi, insistendo sul suo clitoride, sentendo il sapore della sua eccitazione che si mescolava all'odore dei prodotti solari. Il liquido della sua intimità iniziò a scorrere abbondante, bagnando le mie labbra e le mie dita, lubrificando perfettamente ogni centimetro della sua carne. Francesca si muoveva sussultando sulla sedia, completamente sottomessa al potere della mia lingua, finché non divenne una fontana di piacere, bagnata come mai le era successo prima.

La sollevai di peso dalla sedia, con le gambe che le tremavano visibilmente per l'intensità del sesso orale appena ricevuto. La spinsi senza delicatezza verso la cucina, dove la luce del lampione esterno creava ombre lunghe sui mobili di legno. Francesca era ormai completamente nuda, ad eccezione dei tacchi a spillo neri che continuavano a slanciare le sue forme da capogiro, mettendo in risalto il contrasto tra la sua pelle dorata e le impronte rosse sul sedere.

Mi svestii a mia volta, liberando la mia virilità che svettava turgida, imponente e lucida, pronta per il sacrificio. Francesca la guardò e i suoi occhi chiari si dilatarono per la bramosia; l'innocente segretaria era ormai una predatrice affamata. La feci sedere sul bordo del tavolo della cucina e le ordinai di unire le sue enormi tette. Lei obbedì immediatamente, stringendo le braccia contro il busto e creando una morsa di carne pazzesca, una fessura profonda e caldissima che profumava di pelle riscaldata e cocco.

Ma questa volta non mi limitai alla semplice stimolazione. Posizionai l'asta del mio membro in mezzo alle sue tette enormi, e mentre iniziavo a muovermi avanti e indietro con spinte lunghe e decise, Francesca si sporse in avanti con la testa. La combinazione che creammo fu micidiale: mentre la carne delle sue tette avvolgeva e massaggiava la base del mio membro con una pressione perfetta, la sua bocca si schiuse voracemente per accogliere la punta della mia verga a ogni mia spinta in avanti. Era una spagnola e un pompino eseguiti contemporaneamente, un doppio assalto ai miei sensi.

"Sì... guarda come ti servo, Chicco... guarda come questa troia ti prende tutto tra le tette e in bocca," mormorò con la voce soffocata dall'erezione che le riempiva la gola. "Il mio notaio non sa che la sua segretaria preferita passa le notti a Sanremo a fare la cagna con un uomo vero... affonda ancora, voglio sentire il tuo sapore fin dentro lo stomaco!"

Il rumore della carne che si scontrava con la carne si univa al suono viscido della sua saliva che lubrificava l'asta. Francesca era bravissima, muoveva il petto con un ritmo sussultante per aumentare l'attrito sulle tette, mentre la sua lingua accarezzava la cappella ogni volta che entravo nella sua bocca. La pressione era indescrivibile; la morbidezza delle tette unita al calore umido della cavità orale mi stavano portando al limite, ma mantenni il controllo, godendo di quella morsa di carne e latte che Francesca mi offriva con totale sottomissione.

Estrassi il membro dalla sua bocca con uno schiocco umido, lasciando Francesca ansimante sul tavolo, con il petto arrossato dallo sfregamento e la bava che le bagnava le labbra. Non c'era tempo per riposare. La afferrai per i capelli biondi, costringendola a scendere dal tavolo e a seguirmi nel soggiorno, decisa a marcare ogni angolo di quell'appartamento provvisorio.

Nel soggiorno, dominato da un vecchio divano di velluto verde e da un grande specchio con la cornice dorata, la spinsi contro la parete. Le sollevai una delle gambe tornite, posizionando il suo tacco a spillo direttamente sul muro per avere stabilità. Senza preamboli, forte della lubrificazione ottenuta nell'ingresso, entrai in lei da davanti, affondando nella sua fighetta bagnata con una spinta brutale che la fece sussultare, la testa che batteva leggermente contro l'intonaco.

"Ahhh! Mi prendi così... mi sventri, Chicco!" gridò lei, artigliando le mie spalle muscolose mentre io la possedevo con colpi lunghi e spietati. "Sei immenso... continua, spacca tutto, non avere pietà di questa cagna!"
Guardavamo la nostra immagine riflessa nello specchio di fronte: le sue tette monumentali sobbalzavano a ogni mia spinta, e il suo volto innocente era deformato dal piacere più selvaggio. La portai a un orgasmo violento lì, contro la parete, sentendo le pareti interne della sua intimità stringersi disperatamente intorno alla mia verga.

Senza sfilare il membro se non all'ultimo istante, la trascinai direttamente nel bagno, dove aprii l'acqua della doccia al massimo. In pochi secondi l'ambiente si riempì di un vapore denso che avvolse i nostri corpi. Entrammo sotto il getto bollente; l'acqua scorreva sui suoi capelli biondi, incollandoli alla schiena, e lavava via i residui di crema solare, sprigionando l'odore più acre e primordiale della sua carne eccitata.

La voltai di schiena, premendo le sue mani contro le piastrelle fredde del bagno. Le sue natiche dorate erano bagnate e lucide. Decisi che era il momento di invadere il territorio più proibito, quello che lei stessa aveva ammesso di non concedere da tantissimo tempo. Puntai la mia virilità contro il suo buchetto del culo, stretto e teso per l'anticipazione. Francesca sentì il contatto metallico e si irrigidì, stringendo le dita contro le fughe delle piastrelle.

"Chicco... ti prego... lì no... è tanto che non lo prendo da dietro... mi fa male, sono troppo stretta..." supplicò, ma la sua voce era ormai un invito palese, una richiesta di sottomissione.
"Stai ferma," le ordinai, afferrandole saldamente i fianchi.
Spinsi con decisione. Il muscolo sfinterico cedette lentamente, accogliendo la mia grandezza centimetro dopo centimetro in una morsa caldissima. Francesca emise un grido acuto, un ruggito di dolore che si trasformò immediatamente in un gemito di piacere devastante non appena iniziai a muovermi con ritmo regolare.

"Oddio... mi stai facendo impazzire... mi entri dentro come un ferro caldo," ansimò lei, muovendo il sedere all'indietro per assecondare la penetrazione. "È così porco... la segretaria del notaio incastrata nella doccia a farsi sfondare il culo... sì, Chicco, prenditi tutto!"
Il ritmo sotto la doccia divenne selvaggio. L'acqua calda batteva sulle nostre schiene mentre io la sbattevo contro le pareti di piastrelle, finché il suo ano non si fu completamente abituato alla mia presenza, dilatandosi e accogliendo ogni mio affondo.

La feci uscire dalla doccia ancora bagnata, ignorando l'asciugamano, e la spinsi verso la porta finestra che conduceva al piccolo terrazzo dell'appartamento. Il balcone si affacciava direttamente sul mare di Sanremo, sospeso tra il buio della notte ligure e il rumore della risacca sulla spiaggia sottostante. Il vento di mare, fresco e carico di salsedine, colpì la nostra pelle surriscaldata, creando un contrasto termico che ci fece tremare di pura eccitazione.

Spinsi Francesca contro la ringhiera di ferro battuto, costringendola a piegarsi in avanti, con il sedere alto rivolto verso l'interno e le mani che stringevano il metallo freddo. La brezza marina le accarezzava la schiena e i capelli biondi scompigliati, mentre le luci dei lampioni stradali illuminavano la sua nudità.

"Guarda giù, Francesca," le sussurrai all'orecchio, stringendole le natiche segnate dalle mie dita. "Qualcuno potrebbe alzare lo sguardo in questo momento e vedere la timida segretaria di Torino nuda, con i tacchi a spillo, offerta sul balcone."
Un brivido violento le scosse tutto il corpo. Si voltò leggermente, il viso illuminato da un'espressione di assoluta sfrontatezza erotica.
"Voglio che mi vedano... voglio che tutti sappiano quanto sono troia quando sono con te," disse a voce alta, sfidando il silenzio della notte sanremese. "Prendimi di nuovo da dietro, Chicco... ora, sul terrazzo, fammi urlare così forte da svegliare tutta la città!"

La accontentai senza esitazione. Affondai nuovamente nel seu retro, trovando una via ormai morbida e pronta a ricevermi. Le mie spinte erano lunghe, potenti, adeguate all'immensità dello scenario. Ogni volta che il mio bacino si scontrava con le sue natiche, la ringhiera di ferro emetteva un leggero vibrare metallico, un suono che si univa al rumore del mare. Francesca era completamente fuori di sé: urlava parole oscene, invocava il mio membro, implorava di essere posseduta senza sosta. Le mie mani sculacciavano la sua carne umida di notte e di mare, lasciando nuovi segni che il vento rinfrescava all’istante. La portai al secondo, devastante orgasmo della notte lì, sospesa sul vuoto di Sanremo, mentre le sue gambe cedevano e lei rimaneva aggrappata al ferro solo grazie alla mia presa possente sui suoi fianchi.

La trascinai finalmente nella camera da letto, il cuore pulsante di quell'appartamento saturo del profumo dei suoi solari. Il letto matrimoniale era grande, coperto da lenzuola bianche che conservavano ancora la piega dei suoi riposi pomeridiani. La spinsi al centro del materasso, lasciandola cadere a pecorina, con la testa affondata nei cuscini e il sedere alto, che svettava sopra i tacchi a spillo che non le avevo mai permesso di togliere per tutta la notte.

Il contrasto visivo era giunto al suo apice: la bionda timida del Casinò era ora una creatura completamente sottomessa e trasformata, la carne del suo sedere era infuocata dalle mie sculacciate, le sue grandi tette pendevano verso il basso, sfiorando il tessuto a ogni suo respiro affannoso. La mia virilità era tesa, al massimo della sua capacità, pulsante di vene gonfie, pronta per il primo, vero rilascio della notte.

Mi posizionai sopra di lei, sentendo il suo calore che saliva dal materasso. Senza preamboli, affondai per l'ultima volta nel suo buchetto del culo, che si strinse intorno a me come una morsa di velluto bollente. Iniziai a scoparglielo con un ritmo spietato, da fabbro, spingendo fino in fondo con colpi pesanti che facevano cigolare la struttura del letto, sentendo i suoi muscoli interni che vibravano e si contraevano per il piacere estremo.

"Sì... Chicco... così... distruggimi tutto... aprimi il culo... non fermarti!" urlava Francesca con la faccia affondata nel cuscino, la voce soffocata ma carica di una lussuria primordiale e sporca. "Sento che stai per venire... lo sento... dammelo tutto lì dentro, voglio essere tua per sempre, voglio portare il tuo seme dentro di me!"

Sentii la pressione salire lungo la spina dorsale, un'ondata di calore che non potevo più trattenere. Ma decisi di non lasciarglielo dentro; volevo vedere l'effetto visivo del mio dominio sulla sua carne. Con un movimento rapido ed esatto, proprio un istante prima dell'esplosione, estrassi il mio membro dal suo ano spalancato.

Il getto bianco, denso e copioso esplose con la forza di un idrante, colpendole le natiche ambrate. Una colata infinita di seme caldo si rovesciò sulla sua pelle, rigando le chiappe rosse di sculacciate e scivolando lungo la curva delle cosce fino a macchiare le lenzuola bianche. Francesca emise un gemito lungo, profondo, rilassando finalmente i muscoli del corpo, mentre io continuavo a venire su di lei, coprendola con il sigillo del mio possesso totale. Rimase immobile per diversi minuti, ansimante, godendo del calore del mio fluido che si raffreddava lentamente sulla sua pelle.

Ma la notte di Sanremo era tutt'altro che finita, e il mio corpo non aveva ancora esaurito la sua carica distruttiva. Francesca, sentendo che la mia virilità manteneva una parziale rigidità nonostante l'enorme colata appena riversata sul suo sedere, si voltò sul dorso con un movimento sinuoso. Aveva il viso rigato di sudore, i capelli biondi aggrovigliati sul cuscino e le tette monumentali che si muovevano al ritmo del suo respiro accelerato. I suoi occhi chiari, liberi dalla benda ma offuscati dalla lussuria, fissavano il mio membro ancora sporco del suo stesso sesso.

Senza che io dicessi una parola, Francesca si mise in ginocchio sul bordo del letto, afferrò la mia verga con le mani tremanti e la portò alla bocca. Iniziò a spompinami di nuovo, questa volta con una foga ancora più disperata. Non c'era traccia della timida segretaria: la sua lingua ripuliva l'asta con suzioni profonde e rumorose, mandando la testa avanti e indietro fino a far toccare la mia base contro la sua gola. Sentivo il calore della sua bocca che, unito allo stimolo visivo di vederla eseguire quel pompino post-anale con tanta devozione, faceva rigonfiare le vene del mio membro, restituendogli in pochi istanti una durezza marmorea, ancora più solida di prima.

"Oddio, Chicco... sei instancabile, sei un mostro..." mormorò staccandosi un secondo, con le labbra lucide. "È ancora più duro... lo voglio ancora, voglio che mi copri di nuovo."

La feci raddrizzare sulle ginocchia, posizionandomi esattamente di fronte al suo petto monumentale. Era il momento del tributo finale, qualcosa che avrebbe ricordato per il resto dei suoi giorni a Torino.
"Mettiti comoda, Francesca," le ordinai, afferrandole le spalle. "Adesso mi fai una spagnola che non dimenticherai mai più."

Lei sorrise con una malizia spudorata e, unendo le mani, strinse le sue enormi tette intorno alla mia verga rediviva. Creò una morsa di carne pazzesca, una vera e propria spagnola da Guinness dei primati per densità e pressione. Iniziai a spingere dentro quella fessura di carne caldissima, che era diventata ancora più scivolosa grazie alla combinazione del suo sudore, dei residui di crema solare al cocco e del liquido seminale precedente. Muovevo il bacino con colpi rapidi, frenetici, affondando il membro tra quei due emisferi di carne che lo avvolgevano completamente, massaggiandolo fino alla radice.

Francesca mi guardava dal basso, muovendo il busto e le braccia per assecondare il mio ritmo devastante. Le sue tette si gonfiavano e si schiacciavano sotto la spinta della mia verga, creando uno strofinio viscido che produceva un rumore osceno, amplificato dal silenzio della camera. Era un'esperienza totale: il profumo della sua pelle riscaldata dal sole, la vista del suo petto monumentale che lavorava per il mio piacere e la consapevolezza del suo totale annullamento psicologico.

"Sì... Chicco... così! Senti come te lo stringo con le mie tette da troia..." urlava lei, ormai priva di qualsiasi freno inibitore, usando le parole più sporche e volgari del suo repertorio segreto. "Vieni sulle mie tette... voglio vedere la tua forza che mi copre la carne per la seconda volta... riempimi tutta, fammi diventare la tua lavagna sporca!"

La pressione aumentò fino al punto di non ritorno; sentivo la seconda ondata che risaliva prepotente, una carica accumulata attraverso tutte le stanze di quella casa, sotto la doccia e sul terrazzo. Francesca accelerò il movimento delle mani, stringendo ancora di più la carne delle tette intorno all'asta, la sua bocca aperta che aspettava il segnale.

"Sto venendo, Francesca! Guarda qui!" gridai, stringendole i capelli biondi.
L'esplosione fu devastante, una seconda scarica copiosa e densa che si rovesciò interamente sopra le sue enormi tette. Il getto bianco colpì la pelle dorata, rigando la scollatura profonda e schizzando verso l'alto fino a bagnarle il collo, il mento e le labbra. Francesca emise un sospiro profondo, estatico, un gemito di pura resa. Mentre il seme caldo finiva di colare tra i suoi seni, lei protese il viso in avanti con una devozione assoluta: aprì la bocca e iniziò a leccare con la punta della lingua la punta della mia virilità, raccogliendo le ultime gocce rimaste, assaporando il gusto del mio dominio totale mentre il fluido cominciava a raffreddarsi sulla sua pelle.

Il silenzio che seguì fu assoluto, interrotto soltanto dal rumore dei nostri respiri affannosi che tornavano lentamente alla normalità e dal fruscio del vento marino che faceva oscillare le tende della camera da letto. Francesca rimase sdraiata sul letto sul dorso, sfinita, con il petto monumentale interamente coperto dal mio seme candido e il sedere che portava ancora i segni evidenti delle mie sculacciate d'ingresso. I suoi tacchi a spillo da dodici centimetri erano finalmente fermi sul materasso, due sentinelle nere che avevano assistito a tutta la spietata battaglia della notte.

Le accarezzai i capelli biondi e scompigliati, sentendo la sua pelle morbida, rilassata e completamente svuotata di ogni tensione. La timida segretaria del severo notaio di Torino aveva viviuto la sua notte di assoluta gloria, liberando finalmente la cagna lussuriosa che teneva nascosta sotto la scrivania dell'ufficio per trecentosessantacinque giorni all'anno. Sapevo perfettamente che l'indomani, una volta tornata nella sua città, avrebbe indossato nuovamente la sua maschera grigia e formale, abbassando lo sguardo davanti ai clienti dello studio notarile. Ma sapevo anche che nei suoi occhi chiari ci sarebbe stato un segreto indelebile, un fuoco nascosto, il ricordo eterno di come Chicco l'aveva posseduta, punita, sventrata e consacrata alla lussuria sul terrazzo e nel letto del suo appartamento di Sanremo.

Mi alzai dal materasso, dirigendomi nudo verso il terrazzo per respirare l'aria fresca dell'alba che stava sorgendo sul mare, tingendo l'orizzonte di sfumature rosa e arancione. L'odore del cocco, della salsedine e del sesso era impresso nei miei sensi. Era stata, senza ombra di dubbio, un'altra pagina leggendaria scritta nel libro della mia vita. Il rito si era compiuto, e il Tempio delle Ombre aveva un'altra fedele sottomessa alla sua volontà.
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