Lui & Lei
Pioggia
20.07.2026 |
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"“Potrei fare un’altra cosa che non ho mai fatto” disse tirandosi su con ritrovata energia..."
Era Aprile, il caldo iniziava a farsi sentire. Le coperte ci si appiccicavano addosso, vuoi per il sesso, vuoi per l’umidità. La pioggia batteva forte sui vetri, volsi il capo verso di essa inspirando profondamente. Avrei voluto solo un po’ più di luce a illuminarci, a sottolineare le forme dei nostri corpi. Invece c’erano solo nuvole, nere e minacciose, ma che nulla potevano su di noi rintanati da due giorni in quella casa. Stava diluviando ed eravamo completamente privi di forze l’uno accanto all’altra, con la sua testa sul mio petto, mentre le accarezzavo i capelli e lei veniva cullata dal mio respiro. Sembrava così docile e serena ora, non come fino a pochi minuti prima. Era stata una sessione intensa, ora potevo vedere in lei quello sguardo di liberazione e leggerezza che adoro far emergere. Che quel weekend sarebbe stato intenso, lo sapevamo entrambi da tempo. Lo avevamo pianificato, immaginato, descritto. Agognato. Nell’ultima settimana l’avevo stimolata molto scrivendole lunghi racconti in cui si crogiolava la sera, stretta nelle coperte. Bagnandosi ogni sera di più. Le avevo anche impedito di toccarsi, così che quando arrivammo in quella villetta a pochi passi dal mare, non feci in tempo a sfiorarla che lei venne. La cosa mi aveva irritato, avrei voluto giocare ancora un po’ con le sue voglie, tenerla sul filo, negarle l’apice a più riprese come sapevo ben fare. Ma lei era troppo, davvero troppo in tensione. Me ne ero accorto da come mi aveva baciato e si era avvinghiata a me, mentre la aspettavo sotto casa appoggiato all’auto. Avevo deciso di non alimentare la sua voglia durante il viaggio, ma di lasciarla crogiolare in essa. Mi ero comportato come se nulla fosse, evitando accuratamente qualsiasi discorso minimamente sessuale. E a lei pesava, eccome se le pesava. Anche in autogrill provava inutilmente, accarezzandomi il braccio teneramente e baciandomi sul collo, di farmi cedere. Ma serviva ben altro, e io avevo in mente altri piani per lei. Volevo che la sua mente veleggiasse lungo il tragitto, che provasse a immaginare cosa sarebbe successo una volta arrivati finalmente a destinazione. Volevo ripensasse a quello che le avevo scritto, che lo elaborasse, che lo facesse suo. Poi, arrivati a destinazione, non appena varcammo la soglia la spinsi contro il muro, infilandole le mani nei pantaloni, affondando dentro di lei. Sfiorandole il suo punto di piacere, seppure per un istante. La mente, a volte, riesce a piegare il corpo e le sue leggi. Ed è quello a cui ho sempre puntato, ma la sua carne era troppo debole e forse il mio ego, per una volta, era stato troppo esagerato. Ma quell’errore di valutazione, se di errore si può parlare riferendosi a un orgasmo, non avrebbe interrotto il flusso degli eventi che per lei avevo programmato. Fu così che ebbe quello che aveva sempre desiderato, un weekend di sensazioni intense, ma anche di tenerezza. Teoricamente dovevamo andare al mare, teoricamente avrebbe dovuto indossare un costume che aveva comprato in boutique appositamente per me. Ma il tempo con noi era stato tiranno e ci aveva dato solo pioggia. Ma era riuscito a donarci anche l’intimità che ci ha portati, in questo momento, a essere così sfiniti da non aver nemmeno la forza di parlare. Mi spostai leggermente e mi misi seduto sul letto, accarezzandole la schiena e i glutei. Il suo corpo era segnato e io me ne compiacevo, quella era la sua prima vera esperienza. E si era comportata davvero bene. Mi vennero in mente i suoi dubbi, le sue paure, con la gentilezza e il tatto avevo mitigato man mano in quelle settimane. Lei, come altre, aveva sempre avuto certi impulsi, certe fantasie, certi pensieri. Lei, come altre, li aveva rinchiusi in un angolo dell’anima sentendoli scalpitare, ricercandoli in persone che a loro avevano donato solo l’immagine sbiadita di quelle sensazioni, di quei momenti. Avevano donato a loro solo l’immagine sbiadita della loro vera essenza. Ma lei ora, come le altre, era diversa. Più consapevole, più appagata. Più se stessa.“Potrei fare un’altra cosa che non ho mai fatto” disse tirandosi su con ritrovata energia. Scese dal letto sfilandomi davanti, ondeggiando i fianchi per provocarmi. Appoggiò la fronte al vetro, potevo vederne il suo volto rifletto che riuscì a strapparmi un sorriso. Aveva gli occhi chiusi e stava volando con la mente, mentre io mi alzavo per avvicinarmi nuovamente a lei. Sentivo il sangue pompare copioso, le tempie pulsare, la bocca seccarsi. Passo dopo passo, sentivo l'odore del suo piacere più forte, il profumo dei suoi capelli più forte. Lei si voltò di scatto e mi sorrise, beffarda, sicura di sè. In un attimo, aprì la finestra che dava sul giardino e uscì, nuda con ancora i segni addosso. I segni che io le avevo donato e che lei mi aveva dato la possibiltà di donarle. Corse al centro del giardino, sotto la pioggia scrosciante, ridendo fragorosamente. La sua felicità, la sua libertà, resero euforico anche me. Da quanto non ridevo così di gusto, da quanto non riuscivo a lasciarmi andare davvero. Mi appoggiai all’infisso, l’alluminio era freddo e mi fece trasalire. Il mio corpo era ancora sudato e caldo, ma potevo sentirlo raffreddare in fretta. Lei, però, non sembrava soffrire quel cambio di temperatura come me. Qualche ora prima sembrava così debole, ora sembrava invincibile. Spalancò le braccia e si allungò quasi a toccare il cielo con il viso, in punta di piedi e con la lingua di fuori, godendosi la pioggia. Lì, in quella posizione, mi crogiolai nella vista di lei. L'acqua scorreva sul suo seno abbondante, gocciolando sull'erba, percorrendo ogni curva del suo corpo. I capelli le si attaccavano al viso, il loro castano lucente ora sembrava profondo, quasi che anche il suo corpo si fosse trasformato insieme alla sua anima. No, non era più la persona di qualche settimana prima. E, in cuor mio, speravo non lo fosse mai più
Mi fece cenno di raggiungerla ma scossi la testa, di risposta fece il dito medio e iniziò a masturbarsi sotto la pioggia fissandomi. Il suo sguardo sembrava dirmi “cosa aspetti, sono qui per te. Prendimi”. Ma non potevo tollerare quell’insolenza. Era Troppo, anche per lei.
Uscii sotto le intemperie, le gocce sottili sembravano aghi. Mi avvicinai a lei con calma, la pioggia mi appesantiva i capelli rendendoli fradici. L’erba sembrava così soffice, il fatto che fosse bagnata mi dava quasi fastidio. Lei si sedette a terra, divaricando le gambe e continuando a masturbarsi. Usava i suoi gemiti come richiamo, e io fui sorpreso di come mi facesse sentire. Bramoso di lei. Mi fermai a due metri da quella visione, perché di persona ormai non si poteva più parlare. Chiusi gli occhi e inspirai a fondo, allargando le braccia.
Esposi il viso al cielo e mi sentii più vivo che mai.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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