Lui & Lei
La chiamata...2
19.07.2026 |
214 |
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"Si accomodarono sui divani e sulle poltrone intorno a me, allargando le gambe, sollevando le gonne eleganti, liberandosi della biancheria intima con gesti lenti e imperiosi..."
La sera in cui arrivammo alla villa di Caserta, l'aria estiva era densa, carica di un'umidità che incollava i vestiti alla pelle. Anna la rossa ci aveva preparati per un'arena, ma aveva omesso un dettaglio fondamentale. Quando le imponenti porte a vetri del salone si aprirono, non trovammo un gruppo di donne urlanti pronte a strapparci i vestiti di dosso. Trovammo un salotto che sembrava uscito da un simposio filosofico.
Eravamo vestiti con i nostri abiti di scena, completi scuri dal taglio provocante, pronti a farli scivolare via al primo accenno di musica. Ma la musica non c'era. C'erano sei donne dell'alta borghesia casertana, sedute su divani di velluto, con calici di vino rosso tra le dita e sguardi che ci dissezionavano come fossimo cavie da laboratorio.
L'incontro, prima di diventare carne, divenne mente. Fu uno scontro culturale tra i generi, un gioco psicologico spietato. Iniziarono a interrogarci sulla natura del desiderio, sulla dicotomia tra il potere maschile e la sottomissione femminile. Volevano sapere cosa pensavamo di loro, donne ricche e potenti che compravano il piacere.
Io cercai di usare gli insegnamenti di Beatrice. Giocai di fioretto. Parlai di come la vera seduzione nasca nella mente, di come l'attesa sia più eccitante dell'atto stesso, di come un uomo debba saper leggere i silenzi di una donna per portarla all'estasi. Le signore annuivano, sorridevano, sembravano apprezzare la mia dialettica.
Danny il Toro, invece, non disse una parola. Rimase in piedi, a gambe divaricate, le braccia incrociate sul petto massiccio. La sua filosofia era tutta lì: pura, incombente, brutale presenza fisica. Non cercava di capirle, aspettava solo di prenderle.
Quando le ore si fecero di fuoco e l'alcol ebbe sciolto le ultime resistenze intellettuali, la teoria lasciò finalmente il posto alla pratica. Partì una base ritmica, lenta e tribale. Iniziò la nostra danza.
Io mi muovevo cercando il contatto visivo, sfiorando, promettendo un piacere costruito su misura per le loro menti complesse. Danny ballava come un predatore, strappandosi la camicia con violenza, esibendo i muscoli lucidi di sudore, un inno alla forza primordiale.
Ma mentre ballavamo, mi resi conto di una verità amara. L'asta, la competizione, la filosofia... era stata tutta una farsa. Un preludio intellettuale per giustificare i loro istinti più bassi. Le donne avevano già scelto.
Non volevano il poeta. Non volevano essere capite o corteggiate psicologicamente. Volevano essere annientate.
La vedova si alzò, seguita dallo sguardo famelico delle altre. Si avvicinò a Danny, ignorandomi completamente. Lo avevano già provato, o forse la sua fama lo precedeva. Sapevano che lui era l'unico in grado di stracciarle, di distruggerle tra le lenzuola di seta, di far dimenticare loro il bon ton, i soldi e il potere, riducendole a puri animali in calore.
Il Toro aveva vinto senza dire una parola. La vedova lo prese per mano e lo trascinò verso il centro della stanza, mentre lui mi lanciava un'occhiata carica di spietato trionfo.
Io ero il perdente. E, come da contratto, il mio destino era segnato.
Le altre cinque signore si voltarono verso di me. I loro sguardi intellettuali erano spariti, sostituiti da una lussuria predatoria e vendicativa. Ero il premio di consolazione, il giocattolo su cui sfogare l'eccitazione che Danny aveva acceso in loro.
Non ci furono bende o corde, non ne ebbero bisogno. La loro autorità fu sufficiente a piegarmi. Mi ordinarono di spogliarmi e di inginocchiarmi al centro di un grande tappeto persiano. Si accomodarono sui divani e sulle poltrone intorno a me, allargando le gambe, sollevando le gonne eleganti, liberandosi della biancheria intima con gesti lenti e imperiosi.
Iniziò il mio atto di sottomissione totale.
A turno, dovetti sottostare alle loro lusinghe e ai loro ordini. Divennero le mie padrone assolute. Mi chiamavano a sé con un cenno delle dita, esigendo che le venerassi. La mia bocca divenne il loro strumento esclusivo.
Passavo da una donna all'altra, strisciando sulle ginocchia. Ognuna aveva un sapore diverso, un profumo diverso, un modo diverso di esigere il piacere. C'era chi mi teneva la testa bloccata tra le cosce, costringendomi a un ritmo forsennato, e chi invece voleva tocchi lenti, torturanti, guidando la mia lingua con dita ingioiellate intrecciate nei miei capelli.
Mentre alle mie spalle sentivo i ruggiti di Danny e le urla della vedova che veniva letteralmente smontata sul tavolo principale, io ero perso in un labirinto di carne umida. La mia lingua era stanchissima, i muscoli della mascella bruciavano per lo sforzo continuo. Perlustravo quelle fighe infoiate senza sosta, bevendo i loro umori, raccogliendo i loro gemiti soffocati.
Non ero più un uomo, non ero più un seduttore. Ero diventato un ingranaggio perfetto al servizio della loro insaziabile fame, uno schiavo del piacere costretto a leccare via ogni traccia della loro ipocrisia borghese, fino all'ultima, estenuante goccia.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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