Il caffè delle quattro
Abito al secondo piano di una palazzina di sei appartamenti, e Luciana sta esattamente trenta metri più in là, dall'altro lato del pianerottolo largo che il costruttore negli anni Settanta deve aver pensato come un salotto condiviso e che invece per vent'anni non era servito a niente.
Fino a quando non ci ero arrivato io.
Cominciò con una chiave. La mia, dimenticata dentro, la porta che si chiuse alle spalle con quel rumore definitivo che fa capire subito la gravità della situazione. Restai fermo sul pianerottolo per dieci secondi buoni a maledirmi, e in quei dieci secondi la porta di fronte si aprì.
«Ho sentito il tonfo» disse. «È il rumore più triste del mondo.»
Cinquantanove anni, me lo disse lei stessa più avanti, con l'aria di chi butta lì un numero per vedere che faccia fai. Capelli raccolti male, occhiali sulla testa, un golf lungo sopra i jeans. Mi fece entrare, mi fece sedere in cucina, chiamò il fabbro dal telefono fisso perché diceva che dal fisso rispondono prima, e nell'attesa mise su il caffè.
Quarantacinque minuti. Il fabbro arrivò dopo quarantacinque minuti e in quei quarantacinque minuti avevo scoperto che aveva insegnato lettere per trent'anni, che odiava i romanzi contemporanei, che il marito Sergio faceva turni lunghi e rientrava quasi sempre dopo le otto, e che aveva un modo di ridere in cui alla fine si portava una mano alla clavicola, come a trattenere qualcosa.
Da lì diventò un'abitudine.
Non decisa, non concordata. Semplicemente, un pomeriggio di quella settimana, mentre salivo le scale, la sua porta era socchiusa e lei disse dall'interno, senza affacciarsi: «È pronto.»
Come se fosse ovvio. Come se fossimo a metà di una conversazione cominciata anni prima.
Le quattro del pomeriggio divennero un orario. Io lavoravo da casa, lei era in pensione da tre anni e li portava come una condanna. Parlavamo di libri, di condominio, del figlio a Milano che chiamava la domenica e riattaccava dopo undici minuti, lei li aveva contati. Parlavamo di Sergio poco, e sempre nello stesso modo: con affetto e con la stanchezza di chi descrive un mobile che sta lì da sempre.
Per settimane fu solo questo. Due persone sole a orari diversi che avevano trovato un'ora in comune.
Poi ci fu il pomeriggio del temporale.
Arrivai bagnato, lei aprì e mi disse di togliermi almeno la felpa. Me la tolse quasi di dosso, in quel modo materno e sbrigativo, e la mise sul termosifone. Poi si girò per andare in cucina e io restai un secondo di troppo a guardare come si era girata.
Il problema è che se ne accorse.
Non disse niente. Ma quando tornò con le tazzine le appoggiò sul tavolo più lentamente del necessario, e mi guardò negli occhi mentre lo faceva, e per la prima volta in due mesi ci fu un silenzio che non era comodo.
Bevemmo il caffè parlando del temporale. Dell'acqua che entrava dalle finestre del pianerottolo. Della grondaia che il condominio non voleva sistemare.
Quando me ne andai, sulla porta, disse: «Domani alle quattro.»
Non era un invito. Era una convocazione.
Il giorno dopo aprì con addosso una vestaglia. Blu scuro, lunga fino al ginocchio, allacciata in vita. Perfettamente rispettabile. Ma erano le quattro del pomeriggio e nei due mesi precedenti l'avevo sempre trovata vestita, e quella differenza riempì la stanza prima ancora che chiudessi la porta.
«Scusa» disse, senza il minimo tono di scusa. «Oggi non ho fatto niente. Certi giorni non ne vale la pena.»
Si sedette di fronte a me e accavallò le gambe, e la vestaglia fece quello che fanno le vestaglie, e lei non la sistemò. Non subito. La sistemò dopo tre o quattro secondi, con un gesto distratto, guardando altrove, come se il pensiero le fosse venuto in ritardo.
Non le era venuto in ritardo.
Parlammo per un'ora. Di Manzoni, incredibilmente, perché lei sosteneva che nessuno lo avesse mai letto davvero e io ero abbastanza incosciente da contraddirla. Rise, si portò la mano alla clavicola come sempre, e come sempre il gesto scoprì mezzo centimetro di pelle in più.
Sergio rientrò alle otto e dieci. Lo sentii dalle scale mentre chiudevo la mia porta.
Da quel giorno le quattro del pomeriggio cambiarono natura.
Lei giocava. Lo faceva con una precisione che mi sorprendeva, come se avesse studiato ogni mossa e nello stesso tempo se ne infischiasse del risultato. Si allungava per prendere lo zucchero dallo scaffale alto quando sapevo benissimo che lo zucchero stava nel cassetto. Mi passava la tazzina tenendola per il fondo, così che le nostre dita dovessero incontrarsi per forza. Diceva frasi che si potevano leggere in due modi e poi mi guardava per capire quale dei due avevo scelto.
Una volta le si slacciò la cintura della vestaglia mentre era in piedi vicino al lavello. Non si voltò. Se la riallacciò lentamente, dandomi le spalle, e quando si girò aveva la faccia di chi non ha fatto assolutamente niente.
«Ti si è raffreddato» disse, indicando la tazzina.
E io, con la voce che non era del tutto la mia: «Non me ne ero accorto.»
«Lo so.»
Due parole. Le disse e tornò a sedersi come se avessimo parlato del tempo.
La cosa andò avanti così per un mese. Un mese di quattro del pomeriggio, di porte socchiuse, di distanze che si accorciavano di un centimetro alla volta senza che nessuno dei due lo dichiarasse. Lei provocava e si ritraeva, provocava e si ritraeva, e la cosa peggiore, o la migliore, era che sapeva esattamente cosa stava facendo e sapeva che io lo sapevo.
Il pomeriggio in cui successe, Sergio aveva il turno lungo. Me lo aveva detto lei il giorno prima, senza motivo apparente, infilandolo in mezzo a un discorso su tutt'altro.
Salii alle quattro. La porta era socchiusa come sempre. Entrai e la richiusi dietro di me, e questa volta girai la chiave, e il rumore della chiave nella serratura riempì tutto il corridoio.
Lei era in cucina, di spalle, e non si voltò subito.
«Hai chiuso» disse.
«Ho chiuso.»
Allora si voltò.
Il caffè restò sul fuoco finché la moka non cominciò a sputare e il fondo si bruciò. Ce ne accorgemmo solo molto dopo, dall'odore, e nessuno dei due si mosse per andarlo a spegnere.
Alle sette e mezza riaprii quella porta e feci i trenta metri fino a casa mia con l'odore di caffè bruciato addosso.
Sergio rientrò alle otto e dieci, come sempre.
Le settimane dopo furono un equilibrio che tenne sorprendentemente bene. Le quattro restarono le quattro. Cambiò tutto il resto.
Poi cominciarono le domande.
La prima fu innocua. Lo incrociai sulle scale un sabato mattina, Sergio, con le buste della spesa, e mentre salivamo mi disse: «Mia moglie dice che leggi molto.»
«Abbastanza.»
«Mi ha raccontato di questa discussione su Manzoni.» Sorrise. «Non ne parlava da anni.»
Salimmo il resto delle scale in silenzio.
La seconda fu meno innocua. Un giovedì, verso le sei e mezza, il campanello di Luciana suonò mentre eravamo seduti al tavolo. Lei si irrigidì per un istante, poi andò ad aprire. Era lui. Aveva dimenticato una cosa, disse. Entrò in cucina, mi vide, e ci fu mezzo secondo in cui la sua faccia fece qualcosa che non saprei descrivere.
«Ah» disse. «Il vicino.»
«Il caffè delle quattro» dissi io, alzandomi. «Colpa mia, la tengo occupata.»
«No, no.» Prese quello che era venuto a prendere. «Fate bene.»
Ma restò in cucina più a lungo di quanto servisse. E prima di uscire diede un'occhiata alle due tazzine sul tavolo, e poi alla moka, e poi a lei.
La terza volta non fu una domanda. Fu un cambio di turno.
Luciana me lo scrisse un martedì mattina, con un messaggio di sette parole: Oggi non salire. Sergio ha cambiato i turni.
Non aveva mai cambiato i turni in undici anni.
Quel pomeriggio alle quattro rimasi seduto nel mio salotto a trenta metri da quella porta, con il telefono in mano, ad ascoltare i rumori del pianerottolo.
Alle quattro e dieci sentii aprirsi una porta.
(continua)
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