Il caffe delle 4 pt2
Non la sua. La mia percezione dei rumori di quel pianerottolo era diventata chirurgica in quei mesi, sapevo distinguere la serratura di Luciana da quella dei Ferretti al primo piano e da quella del ragazzo dell'attico che rientrava sempre all'alba. Quella non era la sua porta. Era il portone di sotto, qualcuno che entrava.
Restai fermo con il telefono in mano per venti minuti, come un idiota.
Poi arrivò il secondo messaggio, alle cinque meno un quarto: *Va tutto bene. Ti spiego.*
Va tutto bene sono tre parole che nessuno scrive quando va tutto bene.
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Mi spiegò due giorni dopo, di sabato mattina, in un bar sulla Cristoforo Colombo dove non ci conosceva nessuno. Era la prima volta che ci vedevamo fuori da quella cucina e la cosa ci rendeva goffi entrambi, come due attori sul palco sbagliato.
Aveva l'aria di chi non dormiva da un po'.
«Ha chiesto della moka» disse.
«Cosa?»
«La moka. Quella grande da sei. Ha chiesto perché la uso.» Girò il cucchiaino nel caffè senza berlo. «Siamo in due in casa. Quella da sei non la tiravo fuori da quando c'era mio figlio.»
Restai zitto.
«Non è stupido, Sergio. Non lo è mai stato. È solo uno che non guarda, e quando comincia a guardare vede tutto insieme.» Alzò gli occhi. «Ha contato le tazzine nel lavello.»
«Te l'ha detto?»
«Non c'è bisogno che me lo dica. L'ho visto farlo.»
Fuori passava il traffico del sabato mattina. Lei si era truccata, cosa che non faceva mai per me, e capii che si era truccata per uscire di casa, non per venire da me, e che quella differenza era tutto quello che c'era da sapere sulla situazione in cui eravamo finiti.
«Cosa vuoi fare?» chiesi.
«Non lo so.» Poi, dopo una pausa: «Tu cosa vuoi fare?»
E lì mi resi conto di una cosa che avevo evitato per tre mesi. In tutti quei pomeriggi, in tutte quelle provocazioni, in tutta quella danza fatta di cinture di vestaglia e zucchero sullo scaffale sbagliato, non ci eravamo mai fatti quella domanda. Non una volta.
«Non lo so nemmeno io» dissi.
Lei annuì lentamente. Non sembrava delusa. Sembrava sollevata, come se una risposta sicura, qualunque fosse, l'avrebbe spaventata di più.
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Per dieci giorni non salii.
Fu la cosa più difficile di tutta la storia, molto più difficile di qualsiasi cosa fosse successa in quella cucina. Perché scoprii che l'astinenza non era dal corpo. Era dalle quattro del pomeriggio. Era dall'ora in cui qualcuno mi aspettava.
Lavoravo peggio. Mi trovavo a fissare l'orologio alle tre e quaranta con lo stomaco che si stringeva. Sentivo i suoi passi attraverso il pianerottolo e mi fermavo a metà di una frase.
Una volta ci incrociammo sulle scale, io che salivo, lei che scendeva con le buste. Ci salutammo come due vicini. *Buongiorno. Buongiorno.* Mi passò accanto e sentii il suo profumo e dovetti appoggiarmi al corrimano per due secondi.
Il decimo giorno trovai un biglietto sotto la porta.
Otto parole, scritte con la calligrafia di una che ha corretto compiti per trent'anni: *Giovedì viene mia sorella a pranzo. Resta lui.*
Ci misi un'ora a capire che non era un invito.
Era un avvertimento.
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Sergio bussò giovedì alle quattro e un quarto.
Non suonò il campanello. Bussò, tre colpi, con quel ritmo che usano le persone che non vogliono spaventarti.
Aprii sapendo già chi era.
«Ho disturbato?»
«No.»
«Posso?»
Entrò. Si guardò intorno nel mio salotto con la curiosità educata di chi entra per la prima volta in casa di un vicino, notò i libri, notò la scrivania con il computer, notò tutto. Poi si sedette sul divano senza che glielo avessi detto, e io restai in piedi perché non sapevo cosa fare delle gambe.
«Vuoi un caffè?» dissi. E mi sentii ridicolo nell'istante stesso in cui lo dicevo.
Lui mi guardò. Un secondo intero.
«No, grazie» disse. «Ne ho bevuti abbastanza in questo palazzo.»
Ecco.
Restammo in silenzio per quello che sembrò molto tempo e probabilmente furono cinque secondi. Poi si appoggiò allo schienale e fece una cosa che non mi aspettavo: sospirò. Un sospiro lungo, stanco, di uno che si toglie un peso e non un uomo che si prepara a litigare.
«Ventinove anni» disse. «Lo sai, vero? Te l'avrà detto.»
«Sì.»
«Negli ultimi sei ha smesso di parlarmi. Non ha smesso di parlare. Ha smesso di parlare a me.» Si passò una mano sul viso. «Poi tre mesi fa ha ricominciato. Tornavo a casa e mi raccontava di Manzoni. Manzoni. A cena. Come quando aveva trent'anni.»
Non dissi niente perché non c'era niente che potessi dire che non peggiorasse la situazione.
«All'inizio ero contento» continuò. «Lo capisci? Ero contento. Pensavo che le fosse passata questa cosa della pensione, questa cosa del figlio che non chiama.» Alzò gli occhi verso di me e per la prima volta ci fu qualcosa di duro. «Poi ho contato le tazzine.»
«Sergio...»
«No.» Alzò una mano. «Non voglio i dettagli. Sul serio. Non sono qui per quello.»
Si alzò. Andò alla finestra, quella che dà sul cortile interno, la stessa vista che ha lei dalla cucina trenta metri più in là.
«Sono qui per dirti una cosa sola» disse senza voltarsi. «Poi me ne vado e decidi tu.»
«Dimmi.»
Si girò.
«Ha cinquantanove anni, ha una pensione da maestra e una casa intestata a me. Se questa cosa continua e va a finire come vanno a finire queste cose, tu fra sei mesi trovi un'altra vicina di casa.» Fece una pausa. «Lei non trova un'altra vita.»
Lo disse senza rabbia. Fu questo a rendere la frase insopportabile.
Andò alla porta. L'aprì. Poi si fermò con la mano sulla maniglia e disse l'ultima cosa, e la disse guardando il pianerottolo e non me.
«Comunque decidiate, decidetelo. Tutti e due. Io aspetto.»
E chiuse.
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Restai in piedi in mezzo al salotto per un tempo che non so quantificare.
Poi mi affacciai alla finestra e vidi che la luce della cucina di Luciana era accesa, a trenta metri, dall'altra parte del cortile. La vidi muoversi dietro il vetro. La vidi fermarsi. La vidi restare immobile con le mani appoggiate al lavello, la testa bassa, in quella posizione che assume la gente quando aspetta di sentire una porta aprirsi.
Erano le quattro e quaranta.
Il mio telefono era sul tavolo.
*(continua)*
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