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Lui & Lei

Il caffè delle 4 pt4


di Tippi098
18.09.2026    |    216    |    0 6.0
"Lo sentii dentro, la stretta improvvisa, e lo sentii nelle gambe che le cedettero un attimo e nella mano che lasciò il lavello e cercò dietro, la mia coscia, per tenersi a me..."


Domenica mattina, alle otto e venti, sentii le ruote di un trolley sul pianerottolo.

Un trolley fa un rumore preciso sulle piastrelle di quel palazzo, un ticchettio ogni fuga, e lo seguii con le orecchie fino all'ascensore, poi giù, poi il portone. Poi più niente. Mi resi conto che ero rimasto in piedi accanto alla porta in mutande, con lo spazzolino in mano, come una sentinella.

Trentasei ore. Erano cominciate.

---

Alle quattro non salii.

Non per disciplina. Perché lei aveva detto che le quattro non esistevano più, e per una volta volevo darle ragione. Restai alla scrivania a fingere di lavorare, e alle quattro e dieci non sentii nessuna porta, e alle cinque nemmeno, e alle sette la luce della sua cucina era accesa e lei non c'era dietro il vetro.

Alle nove e un quarto capii che non sarebbe scesa. Non perché non volesse. Perché la decisione, questa volta, doveva essere mia. Me l'aveva lasciata sul tavolino insieme alla tazzina vuota.

Salii.

Suonai il campanello. Non bussai. Non volevo il ritmo di Sergio addosso alle mani.

Aprì subito. Era dietro la porta da chissà quanto.

Aveva la vestaglia. Quella. Blu, di spugna, con la cintura annodata in vita nel modo in cui la annodava tre mesi fa, quando ancora fingevamo che fosse un caso. Ma sotto non c'era la camicia da notte. Lo vidi dallo scollo, dalla pelle che continuava e non finiva in un orlo di cotone.

«Non c'è caffè» disse.

«Lo so.»

«Non ho nemmeno messo su l'acqua.»

«Luciana.»

Mi fece entrare. Chiuse la porta, due scatti. E poi fece la cosa che in tre mesi non aveva mai fatto: non andò in cucina. Restò lì, nel corridoio, a un passo da me, e mi guardò aspettando.

Le sciolsi la cintura. Non lei. Io.

La vestaglia si aprì e lei non la trattenne. Cinquantanove anni, e non fece niente per coprirsi, non incrociò le braccia, non tirò dentro la pancia, non fece nessuno dei gesti che fa una donna quando pensa che il suo corpo debba chiedere scusa. Stava lì. Il seno pieno e basso, i capezzoli scuri e già duri, la curva del ventre, i fianchi larghi, il pelo grigio tra le cosce. Mi guardava guardarla.

«Adesso l'hai vista tutta» disse. «Vediamo se ti passa.»

Non mi passò.

La presi per la nuca e la baciai, e lei mi morse il labbro, forte, e mi tirò per la camicia verso la cucina. Ecco. Alla fine ci andammo, in cucina. Perché era nostra.

Mi spogliò con le mani di una che ha fretta e non vuole darlo a vedere. La camicia, la cintura, i pantaloni giù fino alle caviglie, e quando mi prese in mano il cazzo lo fece guardandomi in faccia, non guardando giù, con quella stretta decisa che dice non sono qui per farmi guidare. Mi masturbò piano, tre volte, quattro, poi si abbassò.

Non si inginocchiò. Si sedette sulla sedia, la sua, quella vicino al fornello, e mi tirò davanti a lei e mi prese in bocca così, seduta, con le mani sui miei fianchi. Le vedevo la testa muoversi, i capelli grigi con la riga bianca alla radice, la vestaglia aperta sulle spalle. La lingua sotto, lenta, poi tutto dentro fino a farmi mancare il fiato. Le misi una mano tra i capelli e lei fece un verso, basso, dalla gola, e capii che non era una cosa che faceva per me. Era una cosa che si stava riprendendo.

«Basta» dissi, perché sennò finiva lì.

Si staccò. Si pulì la bocca con il dorso della mano. Si alzò.

E andò al lavello.

Ci si appoggiò con le mani, la testa bassa, la vestaglia scivolata fino ai gomiti. La stessa posizione. La stessa esatta posizione in cui l'avevo vista dalla finestra giovedì, ad aspettare una porta che si aprisse. Solo che adesso il culo era nudo e spinto indietro verso di me e la porta ero io.

«Vieni» disse al rubinetto.

Le tolsi la vestaglia del tutto. La lasciai cadere sulle piastrelle. Le misi una mano tra le gambe da dietro e la trovai bagnata, aperta, calda, e lei spinse contro le dita e disse il mio nome, la prima volta in tutta la sera, la prima volta forse in tre mesi che lo diceva così.

Entrai. Non piano.

Fece un grido corto, mezzo strozzato, e si aggrappò al bordo del lavello con tutte e due le mani. Io le tenevo i fianchi, quei fianchi larghi e morbidi che affondavano sotto le dita, e la scopavo guardando la finestra davanti a noi, il cortile buio, i trenta metri, la mia finestra spenta dall'altra parte. Nessuno a guardare. Nessuno a contare.

Lei buttò la testa indietro. Le presi il seno con una mano, il capezzolo tra due dita, e lei disse più forte, e io andai più forte, e le stoviglie nello scolapiatti cominciarono a tremare a ogni colpo, un rumore di ceramica che tintinna, e nessuno dei due ci fece caso.

Venne prima lei. Lo sentii dentro, la stretta improvvisa, e lo sentii nelle gambe che le cedettero un attimo e nella mano che lasciò il lavello e cercò dietro, la mia coscia, per tenersi a me. Non fece rumore. Trattenne tutto. Trent'anni a non far rumore davanti a nessuno.

Io venni dopo, dentro, senza chiederle niente, perché non c'era più niente da chiedere. Restai appoggiato alla sua schiena con la faccia tra le scapole, sudata, che sapeva di sapone e di lei.

Fuori, dall'altra parte del cortile, la mia finestra restava spenta.

---

Dopo, non andammo in camera.

Ci sedemmo per terra in cucina, con la schiena contro i mobili, lei con la vestaglia buttata addosso senza allacciarla, io in mutande. Tirò fuori una sigaretta da un cassetto, una sola, nascosta dietro i tovaglioli, e la fumammo a metà.

«Non fumo da undici anni» disse.

«Lo so. L'ho sentito dall'odore dei capelli.»

Rise. Con la testa contro l'anta, gli occhi chiusi.

«Domani torna alle sei» disse. «Il treno delle tre e quaranta.»

«Lo so.»

«Non ti sto chiedendo di andartene.»

«Lo so anche questo.»

Restammo in silenzio. Il frigo fece il suo rumore. Sul lavello, nello scolapiatti, le tazzine erano tornate al loro posto, dritte, in fila.

«Ho deciso» disse a un certo punto. Piano. Senza aprire gli occhi.

Aspettai.

«Non te lo dico. Prima lo dico a lui.» Spense la sigaretta nel piattino. «Se lo merita.»

E per la prima volta da quando la conoscevo non ebbi bisogno di sapere.

Le posai la testa sulla spalla. Erano le undici e mezza di domenica sera. Mancavano diciotto ore.

(continua)
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