Il caffè delle 4 pt6
Sergio si sedette a capotavola.
Non guardò la tazzina davanti a sé. Guardò la moka sul fuoco, la fiamma bassa, il rumore che faceva il caffè riscaldato una seconda volta, quel gorgoglio più corto e più secco del primo. Uno che ha bevuto caffè per ventinove anni in quella cucina lo sente, se è la seconda volta.
«L'hai fatto alle quattro» disse.
«Sì.»
«E l'hai lasciato lì.»
«Aspettavo te.»
Lui annuì piano. Aveva la faccia di uno che ha dormito in un letto che non era il suo e ha pensato per due notti a un letto che lo era.
Luciana spense il fuoco. Versò. Tre tazzine, nell'ordine in cui eravamo seduti: lui, io, lei. Lo zucchero lo mise al centro del tavolo, nel posto giusto, e capii che era finita l'epoca dello scaffale sbagliato.
Poi si sedette e disse la cosa.
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«Non lascio questa casa» disse. «E non lascio lui.»
Lo disse a Sergio, non a me. Io ero il terzo. Era giusto così.
«Però non lascio nemmeno le quattro.»
Sergio non si mosse.
«Per sei anni non ho parlato con nessuno. Con te no, con mio figlio no, con me stessa no. Poi ho ricominciato. Tu lo sai perché, l'hai detto tu, hai contato le tazzine.» Fece una pausa. «Non ricomincio a stare zitta. Non ce la faccio. Non alla mia età.»
«E quindi.»
«Quindi lui viene alle quattro. Come prima. Non di nascosto. La porta la sente tutto il palazzo, la sentivi anche tu, fingevi di no. Non fingiamo più.» Guardò la tazzina. «La cena la faccio con te. Il letto è nostro. Il figlio che non chiama è nostro. Le quattro sono mie. Tu decidi se va bene.»
Restammo in silenzio.
Nel cortile qualcuno sbatteva un tappeto sul balcone. Tre colpi, uno stacco, tre colpi.
Sergio prese la tazzina. La girò tra le dita, una volta, come si gira una cosa per vedere se ha una crepa. Poi guardò me.
«Tu» disse. «Cosa ci guadagni.»
Ci pensai. Volevo dargli una risposta vera, perché era stato l'unico dei tre a dirne una, dieci giorni prima, sul mio divano.
«Un'ora» dissi. «Non voglio una vita. Non ne ho una da darle. Ho una scrivania e un orologio che si ferma alle tre e quaranta.»
Fece una specie di verso. Non era una risata. Era la cosa che precede una risata quando non hai voglia di concederla.
«Alle tre e quaranta» ripeté.
«Sì.»
«Anche a me» disse. «In ufficio. Da tre mesi. Guardo l'orologio e penso: adesso sta salendo.» Bevve un sorso. «Fa schifo, questo caffè riscaldato.»
«Lo so» disse Luciana.
«Non lo fare mai più.»
«No.»
Bevve il resto. Tutto. Posò la tazzina.
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Non disse sì. Non disse mai sì, quella sera, e credo che non l'abbia mai detto nemmeno dopo.
Disse: «Domani ho una riunione alle quattro e mezza. Torno alle sette.» E lo disse a lei, guardando il tavolo. Poi si alzò, prese il trolley dal corridoio e andò in camera a disfarlo, e sentimmo la cerniera, e sentimmo l'anta dell'armadio, e sentimmo il letto cigolare quando ci si sedette sopra.
Luciana raccolse le tre tazzine. Le mise nel lavello. Aprì l'acqua.
Non mi guardò. Non ce n'era bisogno.
Mi alzai, presi la giacca dalla sedia e uscii senza salutare nessuno, perché in quella casa i saluti li avevano sempre fatti le porte.
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Sul pianerottolo mi fermai.
Attraverso il legno arrivava l'acqua che scorreva, e la ceramica che urtava la ceramica, e poi lo scatto dell'anta dello scolapiatti. Dalla camera, più lontano, la voce di Sergio che diceva qualcosa e la voce di lei che rispondeva. Non capii le parole. Non le volevo capire.
Erano le sei e venticinque.
Scesi le scale. A casa, sulla scrivania, l'orologio segnava le sei e ventisei, e per la prima volta in tre mesi non mi importò di quanto mancava.
Il giorno dopo, alle quattro e dieci, salii.
Suonai.
(fine)
Nota dell'autore
Questa storia è cominciata con una moka e finisce con tre tazzine. In mezzo c'è quello che succede quando due persone smettono di parlarsi con gli oggetti e provano a farlo con le parole: di solito va peggio, qualche volta va così.
Grazie a chi ha letto dalla prima parte, a chi ha commentato e anche a chi ha scritto "mah". Il prossimo racconto non avrà caffè. Forse.
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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