Il derby dei pulcini
Seduta sulla seconda fila di panche di alluminio, c'era una donna che sembrava stonare piacevolmente con il contesto caotico del campo. Indossava un cappotto color cammello aperto sopra un maglione nero a collo alto che ne accentuava l'eleganza naturale e un decolte’ nero con tacchi alti 10 cm. I capelli biondi, lunghi e leggermente mossi dal vento, le ricadevano morbidi sulle spalle, incorniciando un viso dai tratti fini e un sorriso divertito mentre applaudiva un'azione del figlio in campo.
Mi sono avvicinato con la scusa di commentare l'andamento della partita, il classico pretesto banale per rompere il ghiaccio. Lei si è girata di scatto, i suoi occhi azzurri si sono posati sui miei con una scintilla di immediata curiosità.
«Credo che il numero dieci stia giocando solo per la gloria personale,» ho esordito con un sorriso. Lei ha riso, una risata calda e roca che ti ha fatto vibrare qualcosa dentro. «È mio figlio, purtroppo ha preso la testardaggine da suo padre. Io sono Elena, comunque.»
Da quel momento, il pallone e la partita sono diventati un dettaglio insignificante. Abbiamo iniziato a parlare del più e del meno, scambiandoci battute taglienti e sguardi che si facevano via via più intensi, carichi di un'attrazione palpabile e inaspettata. Ogni volta che le sue ginocchia sfioravano le mie nello spazio stretto della tribuna, un brivido mi percorreva la schiena.
Mentre l'arbitro fischiava la fine del primo tempo e gli spalti si svuotavano temporaneamente per l’intervallo, Elena si è alzata, allungando le braccia per sgranchirsi. Il cappotto si è scostato, rivelando la linea sinuosa dei fianchi fasciati da pantaloni scuri.
«Senti,» ha detto abbassando la voce, inclinando leggermente la testa con un'espressione complice, «questo match sta diventando noioso. Che ne dici se ci spostiamo in un posto dove si respira un po' meno freddo?»
Senza pensarci due volte, l'ho seguita lontano dagli sguardi indiscreti degli altri genitori, lungo il perimetro esterno degli spogliatoi, verso una zona di servizio isolata e poco frequentata del centro sportivo, riparata da una siepe alta e da un muretto in pietra.
Non appena l'ombra ci ha protetti, Elena si è voltata di scatto, premendo la schiena contro il muro freddo. Il suo respiro era già corto, tradito da un'eccitazione che non cercava più di nascondere. Mi sono avvicinato d'istinto, intrappolandola con le braccia ai lati del suo corpo.
I suoi occhi mi fissavano con una fame sottile. Senza dire una parola, ho fatto scivolare le mani sotto il cappotto di cammello, afferrandola per la vita e stringendola a me. Il contatto è stato immediato: il calore del suo corpo attraverso il maglione ha fatto salire la temperatura.
Le mie labbra hanno cercato le sue in un bacio profondo, avido. Elena ha emesso un piccolo sospiro di piacere, aprendo le labbra e accogliendomi con una passione travolgente. Le sue mani sono salite rapidamente lungo il mio torace, afferrandomi i risvolti della giacca e tirandomi ancora più vicino, fino a non lasciare alcuno spazio tra noi.
Il fruscio delle foglie autunnali e le voci lontane dei bambini in campo sembravano appartenere a un altro mondo. Le mie mani hanno iniziato a esplorare la sua schiena, risalendo sotto il cappotto, accarezzando la morbidezza della stoffa e la pelle calda del collo, mentre le sue dita tra i miei capelli mi spingevano a non smettere di baciarla, a divorarla un centimetro alla volta, mentre l'aria fresca del pomeriggio svaniva nel calore improvviso di quel desiderio inatteso.
Il triplice fischio è arrivato in un baleno e i bambini accorrevano alla rete entusiasti del pareggio e i genitori scattavano le foto da poter incorniciare a casa o sui social, mentre per qualcun’altro oggi il trofeo era stato ben più ghiotto…
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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