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Lui & Lei

La maranza di Milano viene punita


di Brigante23
25.10.2026    |    613    |    0 7.2
"Quando lui fu vicino, la tirò su di nuovo, la piegò a metà sopra uno scatolone e la riprese da dietro con furia..."
Milano, zona Duomo, una delle sere in cui la città era andata a fuoco. Vetrine rotte, allarmi che ululavano, gente che correva con borse e scatole sottobraccio. Il Foot Locker di corso Vittorio Emanuele era stato appena saccheggiato. Scarpe sparse ovunque, scaffali rovesciati.
Aisha aveva 21 anni, pelle olivastra, labbra carnose e un corpo da far girare la testa anche sotto i vestiti larghi da maranza. La felpa oversized non riusciva a nascondere del tutto le tette grosse e pesanti che si muovevano a ogni passo, e i pantaloni cargo le scendevano bassi sui fianchi lasciando intravedere la curva del culo pieno. Capelli neri raccolti sotto il cappellino, orecchini grossi, sguardo di chi era abituata a farla franca.
Aveva già due paia di Jordan nello zaino e stava allungando la mano verso un terzo quando una mano enorme le strinse il polso e la strattonò indietro con violenza.
«Ferma lì, puttanella.»
La guardia era alta, massiccia, maglia nera aderente. La trascinò dietro il bancone tra gli scaffali rovesciati.
Aisha si divincolò con forza, cercando di liberarsi.
«Lasciami stare, stronzo! Non ho preso niente! Sono solo entrata a guardare!»
Lui non mollò la presa. Anzi, le torse il braccio dietro la schiena e la spinse verso una porta laterale.
«Zaino pieno di merce e mi racconti cazzate? Ti ho vista. Adesso vieni con me.»
«Non mi toccare! Ti denuncio io, pezzo di merda!»
Aisha scalciò, cercò di graffiarlo, ma lui era troppo grosso. La trascinò dentro il magazzino sul retro, un locale stretto pieno di scatoloni di scarpe, odore di gomma e luce al neon debole. Chiuse la porta a chiave e la sbatté contro il muro di cemento.
Aisha ansimava, le tette che saliva e scendevano sotto la felpa a ogni respiro.
«Aprimi quella porta o urlo! Ti faccio venire i carabinieri addosso!»
La guardia le premette il corpo contro il suo, una mano ancora sul polso, l’altra che le stringeva il mento.
«Urla pure. Fuori c’è il caos, nessuno ti sente. Io invece posso chiamarli adesso. Ti faccio trovare con lo zaino pieno. Ti portano in caserma, ti fanno le foto, e poi chiamano a casa tua. Chissà cosa penserà tuo padre quando scopre che sua figlia ruba le scarpe e si fa beccare come una troia di strada?»
Aisha si bloccò. Il sangue le si gelò.
«Non… non chiamarlo.»
«Allora smettila di fare la ribelle.»
Lui le alzò la felpa con un gesto secco, svelando i seni enormi e sodi, i capezzoli scuri già induriti. Le pinzò uno tra le dita e lo strinse finché lei non emise un gemito di dolore.
«Hai due scelte. Io chiamo i carabinieri e tuo padre viene a prenderti in caserma… oppure ti abbassi i pantaloni, apri le gambe e ti fai scopare come meriti. Scegli. Adesso.»
Aisha respirava affannosamente. Gli occhi le brillavano di paura e cominciavano ad essere lucidi.
«Sei un pezzo di merda…»
«Scegli.»
Lei chiuse gli occhi un secondo. Poi, a denti stretti:
«…Va bene. Scopami. Ma poi mi lasci andare e non chiami nessuno.»
La guardia sorrise per la prima volta.
«Brava puttana.»
Le abbassò i pantaloni cargo e le mutandine fino alle caviglie con uno strappo, le fece voltare di forza e le diede uno schiaffo forte sul culo nudo.
«Mani al muro. Gambe aperte. E non ti azzardare a chiudere.»
Aisha obbedì, le tette pesanti che pendevano in avanti mentre si piegava. Lui le aprì le chiappe, le sfregò il cazzo già duro tra le natiche e poi, senza un briciolo di dolcezza, la penetrò fino in fondo con una spinta sola.
Aisha gridò.
Il cazzo era grosso, spesso, e le aprì la figa con violenza. Lui iniziò a scoparla subito, colpi lunghi e pesanti che le facevano sbatacchiare le tette contro il muro. Ogni spinta era un’umiliazione, ogni gemito un’ammissione di sconfitta.
«Guarda come ti prendi il cazzo», grugnì lui contro il suo orecchio, tenendola ferma per i capelli. «Rubi le scarpe e ti fai fottere nel magazzino come l’ultima delle troie. Tuo padre sarebbe fiero, eh?»
Aisha stringeva i denti, ma il corpo la tradiva: era bagnata, e ogni colpo le strappava un suono osceno. Lui accelerò, le diede una serie di schiaffi sul culo che le lasciarono la pelle rossa, poi la tirò indietro per i capelli e le costrinse ad arcuare di più la schiena, spingendole il cazzo ancora più a fondo.
La girò di scatto, la fece mettere in ginocchio tra gli scatoloni e le cacciò il cazzo lucido di lei stessa in bocca.
«Leccalo. Tutto. E guarda in su mentre lo fai.»
Aisha obbedì, gli occhi lucidi di umiliazione mentre lui le scopava la gola con le stesse spinte violente di prima. Soffocava, saliva e lacrime le colavano sul seno nudo, ma non si tirò indietro. Aveva paura. Più che della guardia, aveva paura di suo padre.
Quando lui fu vicino, la tirò su di nuovo, la piegò a metà sopra uno scatolone e la riprese da dietro con furia. Le mani le stringevano i fianchi a lasciarle i segni, le palle le sbattevano contro la figa a ogni colpo. Alla fine si piantò fino in fondo e le riempì la figa di sborra calda e densa, spingendo e pulsando finché non ebbe finito di venire.
Si ritirò. La sborra le colò subito lungo le cosce interne, scendendo fino alle caviglie ancora imprigionate nei pantaloni.
Aisha restò piegata, ansimante, le tette che pendevano, il culo rosso e usato, la figa che gocciolava.
Lui si sistemò i pantaloni, aprì la porta e le lanciò uno sguardo gelido.
«Adesso sparisci. Se ti becco un’altra volta… non ti lascio più scegliere. E la prossima volta vai in caserma.»
Aisha si alzò con le gambe che tremavano, si tirò su i pantaloni come poté, riabbassò la felpa sulle tette segnate e uscì senza dire una parola. Lo zaino era vuoto.
Il resto di lei, invece, era pieno di vergogna e di sperma di uno sconosciuto.
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