Lui & Lei
Il fotografo
29.10.2021 |
430 |
5
"Guardo la donna, le porgo il mio ultimo respiro, gettando sulla scrivania il mio sembiante innaturalmente ingrandito..."
Sono il fotografo. L’unico di questa piccola città, ma il mio nome è ben conosciuto in tutta la provincia e la mia fama supera di molto i confini del paese che mi è toccato in sorte. Ho cominciato in una torrida estate di molti anni fa come aiutante del vecchio Rafael Castelao. Notò in me una predisposizione innata per la ricerca del difetto di stampa e la meticolosità con cui operavo per eliminarlo dalle immagini. Mi trasmise ogni sua conoscenza e alla sua morte mi lasciò in eredità lo studio. Oggi, sono in grado, partendo da una fotografia slavata, addirittura rosicchiata dai topi perfino sui tratti del volto, spesso mezza fotografia, di ricostruire l’insieme, presentando qualcosa di bello.
Per la precisione ricostruisco fotografie di morti.
A differenza del mio predecessore e mentore, mi dedico esclusivamente a fotografie di uomini e le mie frequentazioni prevedono due sole varianti: uomini morti e vedove vive.
Le donne con cui ho a che fare non sono mai giovani e quando entrano nel mio studio sono convinte di aver rinunciato definitivamente alla bellezza e di aver abbandonato per sempre l’eleganza.
Ho arredato il mio studio, pensando esclusivamente a loro; la saletta dove ricevo ha un’antica scrivania in legno e ampie poltrone per far accomodare le signore. Alle pareti, in composizioni accattivanti, ho esposto il mio portfolio lavori. Alle finestre ricadono in drappeggi, eleganti tende scure. Stoffe crespate su tenui colori appese qua e là, danno la sensazione di un nido protetto.
Un tappeto Karadjeh conduce alla camera oscura il mio regno dove nell’alchimia del buio concedo a tutti i miei soggetti, il lusso di un bel vestito elegante, faccio svanire la barba, aggiungo capelli nel punto in cui mancano e un taglio alla moda quando riesco.
Alla consegna del lavoro, l’estasi.
Appena lo vedono, un “ah!” profondo esce dal petto, leggo nei loro occhi meraviglia, stupore, riconoscenza ed eccitazione, sono soddisfatte e trovano che è il loro uomo. Dalla fotografia il lui le guarda sprizzante di vita, con le sopracciglia ad arco, sorriso sornione, grandi occhi profondi e intriganti.
Magie dei miei acidi per la stampa.
Lo afferrano istericamente, lo stringono tra le braccia, mormorano tenere parole d’amore, i ricordi tornano alla mente, seguono singhiozzi e degli spasmi duraturi e poi si distendono. Dopo la sorpresa della visione del loro amato defunto, una lacrima scende ed io prontamente mi avvicino con un fazzoletto e con destrezza, nel ritirare la mano, le sfioro. Il loro sguardo tenero incrocia il mio, riconoscenti, mi sussurrano un grazie che è solo un preludio.
È per questo che, in una stanza celata, c’è un letto, un paravento e un piccolo bagno con tutto il necessario.
L’avvicinarmi lento alle loro labbra e il bacio titubante che ne segue, lascia, ben presto, spazio al risveglio dei sensi sopito negli anni di vedovanza, si avvinghiano al mio corpo, mi strappano i vestiti, si impalano sul mio membro eretto, dirigendolo con lentezza nella loro vetusta vagina. I reggiseni slacciati rilasciano seni dimenticati, che rifioriscono tra le mie labbra. La pelle cascante, svuotata di ogni ripieno, ondeggia al ritmo dei miei colpi misurati. Gli orgasmi sono liberatori e colmano un vuoto accumulato nel tempo. Dalla prima timidezza si passa a fuoco e passione, non ho mai sbagliato una foto e ho sempre ricevuto carnali ringraziamenti.
Amo ricordare un episodio in particolare.
I morti erano due fratelli e lavorando con il massimo impegno riuscii a restituire alle vedovelle l’immagine divinizzata di quei due poveri bruti. Le cognate commosse, si scagliarono su di me. La prima irrigidita sulla mia erezione, la seconda a cavalcioni sulla mia faccia. Le due, animate da rodata complicità, ogni tanto si scambiavano di posto in un gioco dominato da un impeto selvaggio. Insieme formavamo un perfetto triangolo equilatero di cui io ero la base e che loro chiudevano l’apice con uno sconvolgente intreccio di lingue. Il mio godimento era alle stelle e loro due mai sazie si dedicavano ad un impetuoso sessantanove con un’agilità incredibile per l’età che sommavano. Mi vennero a trovare ancora, fino a quando nuove vedove ebbero bisogno dei miei servizi fotografici.
In tanti anni di onorato lavoro non avevo registrato alcun insuccesso. Tutte trovavano ciò che chiedevano, si rivestivano, ringraziavano e se ne andavano con la foto del coniuge nella borsa. Oggi questa donna seduta sulla poltrona, guarda, con il volto pallido, l’immagine stampata e sussurra sconsolata: “Non è lui, non è lui…”. D’altra parte, io non posso affermare “è lui”, poiché, il lui, non aveva mai fatto una fotografia in vita sua e la ricostruzione è integrale.
Credo che scialacquerò le mie ultime forze con questo ingrandimento, mettendoci ciò che mi resta del mio slancio, della mia voglia, del mio desiderio. Sono teso in camera oscura e tra le mie vaschette di acidi stampo i miei tratti, il mio viso.
Guardo la donna, le porgo il mio ultimo respiro, gettando sulla scrivania il mio sembiante innaturalmente ingrandito.
Lei urla “Sei tu, sei tu”, e piange singhiozzando.
Sono un quadro. Porto la cravatta, ho capelli lì dove mi mancano, labbra rosse ed occhi di cera.
Sono morto e la mia vedova mi guarda.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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