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Lui & Lei

In confine del silenzio


di Membro VIP di Annunci69.it Steps19
12.06.2026    |    664    |    0 8.7
"Lei inizierà un percorso di isolamento e penitenza per ripulire ciò che è stato macchiato..."
Ci sono pomeriggi in cui l'aria sembra immobile, densa, quasi impossibile da respirare. Pomeriggi in cui il silenzio non è pace, ma un'attesa logorante. Mi chiamo Stefano, faccio l'idraulico da una vita, e se oggi mi decido a mettere nero su bianco questa storia, è perché il ricordo di quei mesi continua a bruciarmi sottopelle, come una febbre che non vuole passare. Ci sono segreti così pesanti che a volte hai bisogno di scriverli, anche solo su un foglio bianco, per convincerti che siano successi davvero.
Tutto ha avuto inizio nel vecchio convento di San Giovanni, un luogo fatto di pietra fredda, corridoi d'ombra e un profumo costante di cera e incenso. Mi avevano chiamato per un lavoro d'urgenza: c'era una grossa infiltrazione d'acqua nei sotterranei e le tubature dell'ala vecchia, quella parzialmente isolata e vicina alla clausura, stavano cedendo. È incredibile come una chiamata di lavoro banale possa trasformarsi nella giustificazione per un'ossessione.
Fu lì, tra i muri umidi e le vecchie condutture, che la vidi per la prima volta senza la fretta di un saluto formale. Suor Agnese.
Fino a quel giorno, per me il velo e l'abito nero erano una barriera invisibile, un segno di assoluto distacco dal mondo. Ma quando i nostri sguardi si incrociarono in quel corridoio semibuio, capii che sotto quel tessuto scuro batteva il cuore di una donna rimasta troppo a lungo digiuna di vita, intrappolata in un mondo troppo stretto.
L'odore della polvere
I primi giorni passarono in un gioco sottile di cortesie e silenzi. Avendo l'accesso ai sotterranei e ai locali tecnici, mi muovevo in zone dove difficilmente passavano le altre monache. Agnese, però, trovava sempre il modo di scendere. Mi portava un bicchiere d'acqua, si fermava a guardare i miei attrezzi sul pavimento, faceva domande banali sul lavoro che stavo svolgendo.
Ma c'era una vibrazione nella sua voce, una nota bassa e tremante che non aveva nulla a che fare con la devozione. Quando mi parlava, non guardava mai le tubature; guardava le mie mani sporche di grasso e fuliggine, le mie braccia scoperte per il caldo, il modo in cui mi muovevo in quegli spazi che per anni erano stati calpestati solo da passi leggeri e casti.
Il gioco psicologico era iniziato prima ancora che ci sfiorassimo. Per me, Stefano, quell'estate si era racchiusa in due odori precisi che si scontravano continuamente: l'odore di ferro vecchio e umidità del mio lavoro, e il profumo caldo, decisamente troppo umano, della pelle di lei. Ogni mattina varcavo quel portone di ferro battuto con un unico pensiero: incrociare i suoi occhi scuri.
La prima profanazione
Il punto di non ritorno fu una stanza sotterranea, un vecchio deposito situato proprio sotto la sagrestia, dove passavano i collettori principali dell'acqua. Un luogo dove la luce del sole non arrivava mai, rischiarato solo da una lampadina nuda che dondolava dal soffitto, creando ombre lunghe e distorte sulle pareti di pietra viva.
Stavo stringendo un grosso raccordo quando lei si avvicinò, rimanendo in silenzio a guardarmi. Il caldo lì sotto era soffocante. Agnese si era tolta la parte superiore del soggolo, lasciando scoperto il collo lungo e pallido, dove una goccia di sudore scivolava lentamente verso il bordo della tunica nera. Fu in quel momento che la barriera crollò definitivamente.
Mi avvicinai lentamente, i miei scarponi da lavoro che facevano rumore sulla pietra, mentre i suoi passi erano completamente muti. Quando le fui a un millimetro di distanza, potei sentire il calore che emanava dal suo corpo. Le afferrai i polsi, non con delicatezza, ma con la fermezza di chi sta rivendicando qualcosa. Lei non si ritrasse. Anzi, spinse il corpo in avanti, premendo contro di me attraverso gli strati di stoffa pesante del suo abito.
Se entriamo in questo buio, Stefano, non c'è più luce per noi," sussurrò sul mio collo, ma le sue mani stavano già cercando disperatamente la mia maglietta, stringendo il tessuto, tirandomi a sé con una forza inaspettata.
La spinsi contro un vecchio banco da lavoro in legno grezzo. Non ci importava del luogo, del rischio, di nulla. Le mie mani salirono lungo le sue gambe, sollevando la tunica pesante, scoprendo la pelle nuda che contrastava brutalmente con il calore delle mie palme. I nostri baci avevano il sapore dell'urgenza, della rabbia di chi sa che sta rubando qualcosa al destino. Un legame clandestino, consumato nel silenzio di stanze spoglie, dove ogni respiro trattenuto sembrava un'eresia. Ogni tocco era sporcato dalla consapevolezza di trovarci nel ventre di un luogo sacro, compiendo l'atto più profano possibile.

Il filo del rasoio
Nelle settimane successive, la nostra storia si trasformò in una spirale claustrofobica. Il piacere non era più separabile dalla paura. Diventammo scaltri nel trovare angoli ciechi, momenti della giornata in cui le altre monache erano raccolte in preghiera per consumare incontri rapidi, intensi e disperati. Sapevamo entrambi di rischiare tutto, ed era proprio quel senso di rovina imminente a rendere i nostri incontri feroci.
L'episodio più rischioso accadde una notte di fine luglio. Mi ero trattenuto oltre l'orario consentito con la scusa di dover riparare un'autoclave che bloccava l'erogazione dell'acqua. Il convento era immerso nel buio profondo. Il piano era folle: vederci nel retro del coro, proprio dietro l'altare maggiore della chiesa principale, dove c'era un piccolo accesso alle condutture del riscaldamento.
Quando la vidi spuntare dall'oscurità, l'urgenza fu immediata. La spinsi contro la parete di legno intarsiato, mentre il rumore dei nostri respiri affannati sembrava rimbombare nella navata vuota. Le mie mani cercarono la stoffa del suo abito con una foga mai avuta prima, sollevandola, mentre lei mi stringeva i polsi, divisa tra il terrore di essere sentita e il bisogno disperato di quel contatto.
Fu in quel momento esatto, mentre la tensione toccava il culmine, che sentimmo il rumore.
Il battito pesante di una porta che si chiudeva in fondo alla navata. Poi, il ticchettio regolare di passi sul pavimento di marmo. Qualcuno stava entrando in chiesa per un controllo.
Il mondo si fermò. Agnese sgranò gli occhi nel buio, il terrore puro dipinto sul volto. Eravamo intrappolati: io con le mani ancora strette tra le pieghe della sua tunica, lei appoggiata a me, entrambi col fiato sospeso, i cuori che battevano così forte da sembrare udibili all'esterno. Un solo movimento sbagliato, il fruscio di un tessuto, e lo scandalo sarebbe stato totale. Rimanemmo immobili, fusi in quell'abbraccio clandestino e colpevole, finché i passi non si allontanarono. Quella notte avevamo guardato dentro il baratro.
Il tribunale delle ombre
L'aria era diventata ormai irrespirabile. Un giorno, mentre uscivamo da una vecchia cappella laterale dopo un quarto d'ora passato nell'oscurità, incrociammo Suor Beatrice, una delle anziane del convento. Il suo sguardo si soffermò sul bordo del velo di Agnese leggermente fuori posto e sui miei abiti sgualciti. Non disse una parola, ma capii che il gioco era finito.
Due giorni dopo, arrivò la conclusione. Non fu un atto formale, ma un biglietto lasciato sopra la mia cassetta degli attrezzi: "Stefano, la Madre Superiora la attende nel suo studio".
Quando entrai in quella stanza, l'odore di cera e di mobili antichi mi parve soffocante. La Madre Superiora era seduta dietro una scrivania di noce scuro. Accanto alla finestra, immersa nell'ombra, c'era Agnese. Teneva la testa bassa, le mani nascoste nelle ampie maniche della tunica, ma potevo vedere il tremito leggero delle sue spalle.
"Stefano," esordì la Superiora, e la sua voce era una lama di ghiaccio. "I lavori alle tubature sono terminati. Anzi, direi che si sono protratti fin troppo oltre il dovuto. Ci sono confini che non possono essere varcati, e ci sono anime che non vi appartengono."
La donna si alzò lentamente. "La sua presenza qui non è più gradita. Raccoglierà i suoi attrezzi stasera stessa. E per quanto riguarda Suor Agnese... lei inizierà un percorso di isolamento e penitenza per ripulire ciò che è stato macchiato."
Una scarica di rabbia e disperazione mi attraversò il petto. Avrei voluto urlare, stringere Agnese davanti a loro, strapparla da quella prigione. Ma lo sguardo che Agnese mi lanciò un attimo dopo, un'occhiata rapida, disperata, carica di un terrore cieco, mi bloccò. Mi stava supplicando con gli occhi di non peggiorare le cose.
Uscii da quella stanza con un peso sullo stomaco che non avevo mai provato prima. Quella stessa notte, mentre caricavo le mie chiavi inglesi e i tubi sul furgone sotto una pioggia battente, guardai un'ultima volta verso le finestre del piano superiore. Una singola luce era accesa, una cella isolata nel buio. Sapevo che dietro quei vetri Agnese stava pagando il prezzo del nostro segreto, e che io, Stefano, mi sarei portato addosso il sapore sporco, viscerale e bruciante di quella profanazione per il resto dei miei giorni.
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