Lui & Lei
Blackjack 1
Matertattoo
12.06.2026 |
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"Iniziai a muovermi con una cadenza costante, profonda, esplorando ogni centimetro della sua sensualità..."
Nei primi anni 2000, al mio arrivo a Margarita, l'isola conservava ancora l'eco di quel ritmo frenetico che l’aveva resa celebre. Se negli anni '80 e '90 i casinò erano una giungla in cui criminalità e denaro si fondevano, con il nuovo millennio il governo aveva iniziato a stringere la cinghia.Una volta conobbi un imprenditore veneto, uomo dall'apparenza impeccabile che solo in seguito scoprii essere stato il referente per il riciclaggio di denaro sporco della Mala del Brenta di Felice Maniero. Il suo impero criminale passava proprio da quei tavoli verdi, testimoni silenziosi di fortune perse.Quel pomeriggio, l'aria condizionata dell'Hotel Hilton tagliava la pelle. Ero vestito leggero, con una camicia di lino e un paio di pantaloncini. Mi avvicinai al tavolo del blackjack. Accanto a me sedeva una donna di Caracas, quarantenne, elegantissima. All'inizio fu una sfida di indifferenza: mi ignorò completamente, restando algida mentre puntava cifre importanti.
Puntai cento dollari. Il croupier mostrò un sei; io avevo un tredici. Chiesi carta: uscì un cinque perfetto, portandomi a diciotto. Il banco sballò. Vinsi la prima mano. In quel momento, lei si voltò leggermente verso di me e, senza troppa enfasi, mi fece un breve complimento: «Hai giocato bene». Fu il primo segnale.
Alla seconda mano, mentre il mazziere mescolava, ne approfittai per presentarmi. «Io sono Lorenzo», dissi, e lei rispose: «Io sono Fabiola». La tensione scese. Alla seconda mano, lei si ritrovò con un dodici e si voltò verso di me con lo sguardo fisso: era una richiesta silenziosa. Le feci cenno di stare; si fidò e vincemmo. Alla terza mano, la sintonia era totale. La quarta e la quinta vittoria furono un massacro per il banco.
Alla quinta vittoria, avevamo accumulato un bel bottino — io circa 500 dollari, lei intorno ai 300. «Abbiamo vinto cinque mani di fila», dissi ridendo. «La fortuna ha girato, ma non tiriamo troppo la corda. Che ne dici di cambiare tavolo?». Lei acconsentì e ci spostammo a un tavolo con limiti molto più bassi. Lì, ordinammo da bere e iniziammo a chiacchierare. Mi raccontò che i suoi nonni erano italiani, che era lì per qualche giorno di vacanza e che il marito, rimasto a Caracas per lavoro, l’avrebbe raggiunta a breve per proseguire la vacanza nella sua casa sull'isola. Dopo qualche drink e una conversazione sempre più intima, fece scivolare con disinvoltura la mano sulla mia coscia. «Perché non andiamo a casa mia?», mi sussurrò.
Uscimmo dal casinò e raggiungemmo il parcheggio. I parcheggiatori ci portarono le macchine e, in pochi minuti, arrivammo a casa sua. L'appartamento a Porlamar era una visione moderna: una struttura immacolata contro il blu intenso della baia. L'interno era un trionfo di pelle bianca, marmi gelidi e una parete di cristallo che incorniciava l'orizzonte.
Chiusa la porta, Fabiola si mosse con lentezza felina. Mi sbottonò lentamente la camicia di lino, le mani che indugiavano sulla mia pelle. Dopo un gioco di baci lenti sul divano, le chiesi di inginocchiarsi. Con una voracità inaspettata, mi liberò dagli abiti. Il calore delle sue labbra e la morbidezza della sua lingua tracciarono ogni contorno del mio corpo in un lavoro meticoloso. Mi prendeva in bocca con un ritmo sapiente, mentre le mie mani le intrecciavano i capelli, guidando il piacere condiviso. Quando la tensione divenne insostenibile, la spinsi a intensificare il ritmo fino al mio culmine, che accolse con una dedizione vorace.
Non era finita. La feci distendere, prona sul divano, inarcando la schiena in un invito esplicito. Con un gesto deciso, preparai il terreno, esplorando la sua intimità più profonda. La penetrazione anale fu lenta, un incontro di resistenze e abbandoni. Fabiola emise un gemito strozzato contro i cuscini, il corpo che si tendeva in un misto di sorpresa e piacere. Iniziai a muovermi con una cadenza costante, profonda, esplorando ogni centimetro della sua sensualità. Ogni mio affondo faceva vibrare il suo corpo sotto di me, mentre il panorama della baia di Porlamar sembrava fermarsi. Il piacere cresceva di intensità, un ritmo primitivo che ci legava in un possesso totale, fino a quando raggiungemmo insieme l'estasi.
Si staccò, ansimante, guardandomi con occhi annebbiati dalla passione: «Questo era solo l'inizio. Ho fame di te per tutta la notte». E così fu, in quel vortice ininterrotto di desiderio che non ci lasciò tregua fino al primo chiarore dell'alba.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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